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UMILE
STORIA DELLA SUPERBIA
Ripercorrere la sua vita è come ripercorrere la mia. Era un uomo
pacato, di giudizio e di riflessione. Non aveva mai cercato
un'emozione forte, nemmeno quando al fronte gli si era presentata
l'occasione di un'impresa eroica, nemmeno quando poté approfittarsi
della moglie, bellissima, di un altro celebre scrittore. Era
corretto, ma anche vigliacco.
La prima volta che lo incontrai era vestito sobriamente, e nulla mi
fece capire che dietro quel viso composto, illuminato da un raggio
discreto di sole, si nascondesse un mostro. Non lo riconobbi subito
per il semplice fatto che non esistevano sue foto o suoi ritratti
sui giornali, né era mai apparso in televisione: una fugace
intervista radiofonica era l'unica testimonianza che aveva lasciato
ai posteri, oltre naturalmente la mole, eterogenea e vastissima, dei
suoi libri. Quando si presentò, quasi scusandosi per la celebrità
del suo nome, lo fece come al solito con un sorriso ambiguo,
provocatorio, che otteneva quasi sempre un lieve moto di sorpresa
nell'interlocutore, che rimaneva con le sopracciglia alzate e con lo
sguardo fisso.
La nostra amicizia si dipanò, costante e sotterranea, per diversi
anni, anni di cui non mi sento di parlare perché, rivedendoli ora
sotto altra luce, non proprio discreta, mi appaiono falsi e fuori
tono. Perché la sua vita era stata come un preludio, una ricerca
spasmodica della fama, una guerra tra le sue aspirazioni più nobili
e la pura affermazione di sè.
Per conoscere un uomo basta vederlo una volta. Non c'è bisogno di
scavare nella sua coscienza, visto che l'esistenza di questa è molto
dubbia: gli occhi e la voce ci rappresentano mirabilmente in
qualsiasi parlamento, e non v'è nient'altro che ci tradisca. Ecco,
lui non avrebbe amato affermazioni di questo genere: aborro le
analogie, diceva. Nei suoi libri non se ne trova una, a meno che non
si voglia considerare come hapax legomenon l'insieme della sua
opera.
I suoi occhi e la sua voce non erano di questo mondo. Anche quando
non faceva nulla, la sua presenza ti incuteva rispetto, se non
paura. Definirlo genio sarebbe stato legittimo nel secolo scorso, ma
io stesso - che sono, mi hanno detto, il suo cinquantatreesimo
biografo - non posso esimermi dal ritenerlo una persona carismatica
e intelligentissima, che parlava con lo sguardo e vedeva le voci.
Desidero dunque lasciare nell'ombra la sua infanzia, la giovinezza
trascorsa in America, i lutti familiari e la follia, incipiente ma
sicura, della moglie; desidero tralasciare le sue opere, dalla prima
poesia composta a quattro anni all'ultima serie di saggi sull'Utopia
rinascimentale. Tranne una, una sola, l'unica incompiuta, che lui
scrisse quando aveva trentun'anni, e che gli valse ugualmente la
fama in tutta Europa.
E' un libello sui generis (ma tutti i suoi libri lo erano), dal
taglio formalmente storico, che ripercorre la vita e l'opera di
alcuni grandi uomini del passato da un punto di vista forse un po'
bizzarro ma sicuramente fertile. Il titolo era: Umile storia della
superbia.
Nient'altro che una serie di medaglioni - si schermiva lui -
attraverso i quali la sua penna poteva divertirsi e mettere alla
prova la propria erudizione. Niente a che fare con le Vite di
Plutarco o con quelle di Svetonio, col De viris illustribus
petrarchesco o di Cornelio Nepote, col Vasari o coi Patres di San
Girolamo: la sua "umile storia" aveva piuttosto un piglio
autobiografico, come se ogni personaggio fosse in qualche maniera
l'incarnazione di un suo stato d'animo, cristallizzato dal piacere
che prova un vanitoso davanti allo specchio.
Egli era tanto discreto in pubblico quanto sfacciato in privato, e
questa ambivalenza non diminuiva la forza del suo stile, anzi la
corroborava fino a diventare il nerbo vitale della sua stessa
esistenza. Vita e stile in lui si guardavano dall'alto in basso a
vicenda, come due poseuses che, ripresi nella stessa stanza dallo
stesso fotografo, si ignorino volontariamente l'un l'altra, cercando
al contempo di vedere la propria superiorità riflessa nella pupilla
del fotografo.
La storia iniziava con Abramo (!) e avrebbe dovuto terminare con
Freud, ma l'ultimo capitoletto non riguarda una personalità, bensì
Le avanguardie artistiche, ovvero la superbia del caso. La presenza
di Abramo si giustifica col fatto che, per definire la superbia, si
deve necessariamente parlare del suo contrario, l'umiltà. Isacco
diede a suo padre la possibilità di vivere la superbia dell'umiltà,
che altri chiama obbedienza, oppure sottomissione.
Ho detto che questo non molto lungo excursus storico è al fondo
un'autobiografia. E, come tutte le autobiografie, tanto più
accattivante quanto più, dichiarandosi sincera, si rivela falsa. Un
esempio tra gli altri, innumerevoli, riguarda la ricerca affannosa
della fama da parte di Strindberg, che lui metteva in relazione
diretta con le ricerche alchemiche. Anche il Maestro si era dedicato
a suo tempo all'alchimia, ma fino a quando non lessi il capitolo in
questione non mi era mai passato per la testa che avesse invocato le
arti magiche per acquistare la gloria letteraria. Descrivendo il
drammaturgo svedese descrive la sua giovinezza, persino nei
particolari, un po' inquietanti e antipatici, del suo esoterismo. A
me tale patto col diavolo non è riuscito, ed ora che sono vecchio
tutto ciò che desidero è un passaggio sereno e senza traumi, nella
solitudine più completa, rotta solo dal rumore amico delle pagine
dei Suoi libri sfogliate da un vento veloce e distratto.
° ° ° ° °
Dovrei certo descrivervelo. Ebbene: la carnagione, i capelli e gli
occhi castani, con le sopracciglia in fuga verso l'alto e il naso
arcigno e arrogante, le mani da scimmia, la figura segaligna ma con
un che di malato, simile alle larve lattescenti della mitologia
romana. Non era alto, e di questo ha sempre sofferto; amava
raccontare di discendere da una antichissima stirpe preadamita da
cui sarebbe nato, un giorno, un nuovo messia. Più che ridere,
emetteva eleganti e brevissimi rictus che parevano una tosse
convulsa ma simpatica, unico tratto che lo rendesse benaccetto ai
ricevimenti. Ad uno di questi, molti anni fa, ebbi modo di
sperimentare su me stesso la sua inveterata ingratitudine: mi
avvicinò tossendo (o ridendo?) e mentre mi stringeva la mano mi
disse "Lei non ha capito un bel nulla, ma grazie lo stesso."
Alludeva alla recensione del suo romanzo Le ceneri di Ley pubblicata
a mio nome sul giornale del mattino. Mai avevo lodato un autore come
in quel pezzo, anche se mi ero permesso di notare che il soggetto
del libro (per tacer del resto) non era certo nuovo, anzi derivava
addirittura da una lunga ballata irlandese del XII secolo.
Come abbia potuto diventare e continuare ad essere amico di un tipo
simile resta un mistero, ma forse il desiderio di emergere, la
possibilità, ancorché remota, di far appello allo scrittore più
famoso del Paese e magari di divenire la sua ombra, solleticò il mio
orgoglio. Presi a corteggiarlo, e tentai di dissuaderlo
dall'irrevocabile decisione di non rilasciare interviste. Si
reputava un intellettuale "puro". E, purtroppo, lo era sul serio.
° ° ° ° °
Amava le grandi battaglie, e quando fu costretto a delineare la
superba personalità di Napoleone accadde qualcosa che lo sconvolse,
che interruppe inesorabilmente le sue ricerche. Queste non erano più
studi sistematici, ma ricordi, e non v'era nome, di località o di
generale, che non gli scatenasse un ciclone tale nell'oceano dei
pensieri da farlo tremare: dopo un po' la mano correva sul foglio
senza alcun ausilio libresco, così, sulla base di ciò che la sua
immaginazione, rivolta all'indietro come un cannone nemico
conquistato, riusciva a ricordare. Conoscere è ricordare, certo, ma
può mai la superbia divenire strumento di verità? Per dimostrare
come superbia e preghiera scaturissero dalla stessa radice, il
Maestro a questo punto fede una tortuosa digressione che, scritta in
origine per definire una volta per tutte lo specifico filmico (a cui
pur non riconosceva autonomia), fu adattata alla vicenda
dell'imperatore francese. Di qui l'unico passo del Maestro che non
sia chiaro e stilisticamente perfetto:
Pregare è ringraziare. Ringraziare è sperare. Pregare è sperare. Se
la parola ha un qualche significato evocativo, in se stessa intendo,
questo dev'essere immediato, assoluto, definitivo. Almeno quanto la
mia preghiera. Mi interessa l'intreccio, il colore, il paesaggio
solo se è in funzione del mito, del desiderio, della forma. Mentre
ogni desiderio dell'occhio ha di particolare che non si appaga se
non di ciò che già esiste, che già c'è, il desiderio della mente è
soddisfatto solo dalle alternative astratte, dal divenire della
coscienza: fingere è plasmare, ed essere unici, originali, vuol dire
divenire unici, divenire originali.
E' possibile che la Verità possa trasmettermi lo stesso brivido
estatico di un salmo cantato, di una rivelazione messianica, di un
battito d'ali? Un uomo che studiasse (vale a dire, ricordasse) per
una vita lo stesso libro non sarebbe meno saggio o appagato di colui
che li avesse letti tutti. Io posso ricavare suggerimenti utili da
una cosa qualsiasi, a patto di andare fino in fondo, ad nauseam,
così come un lettore può divenire autore soltanto a patto di
dimenticare tutti i libri precedenti. Il vero turista non si
addestra sulle cartoline ma liberandosi di ogni nozione geografica o
etnologica. E' un ricominciare continuo, all'infinito, inutile solo
per chi non ama la vita. In questo senso, originalità vera è quella
che si impossessa dell'eterno circolo dei sentimenti umani e li
violenta ogni volta daccapo. Per far ciò, un Autore (ed anche
Napoleone lo fu, se non altro di mirabili strategie) deve ritrovare
la verginità, la purezza, la pienezza del vuoto, dell'assenza, del
nulla. Ogni grande opera, come ogni grande battaglia, ricrea quella
condizione in cui gli affetti primitivi si stemperano a poco a poco
fino a confondersi con l'ambiente che li condivide, col dato
fenomenologico di cui parlano i filosofi. Non importa se la parola e
il cannone si scambiano i ruoli: lo scrittore e il generale si
accorgeranno d'essere solo strumenti. Come certi caratteri
orientali, che possono leggersi a diversi livelli a seconda della
preparazione e della sensibilità di chi li interpreta, così la
storia mostra cento esche su cui solo pochi Cerberi si
scervelleranno. La superbia come enigma. La superbia come magazzino
di scorie che per essere annientate vanno setacciate e vagliate
oltre il lecito. Esse si dissiperebbero da sè se solo si pensasse
alla prima ed unica funzione di ogni creazione: ritornare
all'origine con la preghiera. Quando confronto la mia debolezza
congenita con un paesaggio sublime, quando scrivo una lettera
d'amore, quando combatto per un ideale (vero o falso che sia): io
prego. Quando la "canna pensante" si crede unica nello stagno,
quando il seduttore ostenta le sue conquiste, quando la pigrizia
sociale induce alla retorica: io produco scorie, nocive agli altri e
letali a me stesso. Produco superbia. A che serve rifarmi sempre e
soltanto agli stessi concetti, triti e calcinati, se non a eludere
l'eterna preghiera al fato, al destino, all'eterno ritorno? Il
segreto sta nel togliere, non nel sovrapporre: il genio non si
impegna mai allo spasimo, non strafà, poiché non è nella sua natura
dimostrare, ma mostrare soltanto. Il finito si dimostra, l'infinito
si mostra. Ciò che puzza d'eternità, puzza anche di qualcos'altro, e
non è un caso che i grandi libri e le grandi battaglie si
riconoscano dalla malinconia che sanno infondere negli anni o nelle
generazioni a venire.
L'analogia del turista e quella dei caratteri cinesi mi erano
sfuggite, ma questo dimostra una volta di più che la parola fine non
è nel vocabolario della superbia: Dio può punire, certo, in vari
modi chi s'inorgoglisce, cacciandolo dal paradiso (Adamo, cioè tutti
noi), infettandolo di lebbra (Azaria re di Giuda) o facendogli
assaporare sconfitte corrispondenti alle vittorie (Napoleone); fatto
sta che essa serpeggerà sempre come un'illusione, come l'illusione
perenne, il guado eterno di un eterno fiume. No, il superbo non
attraversa un fiume a piedi, lui fa le cose in grande, vuole il
cavallo baio che lo innalzi sui fanti. Il mio amico (lo chiamo così,
lo sapete, solo per scrupolo linguistico, per sfogliare quel
dizionario dei sinonimi che prenderebbe altrimenti inutile polvere),
all'inizio del capitoletto su Napoleone, aveva osservato,
condensando la tesi del libro, che le due concezioni sperimentate
della superbia, quella di Sofocle e quella di Goethe, si elidevano a
vicenda: il Creante dell'Antigone era perentorio nel credere che
"non può fare il superbo, chi è soggetto ad altri", mentre l'Erittone
dei Campi di Farsaglia era altrettanto convinto che
"Chi il proprio io non sa
guidare, gode di più a guidare
come superbia gli detta, la volontà del suo prossimo."
Qualcuno ha surrettiziamente arguito, viste le capacità profetiche
dell'autore del Faust, che l'Apocalisse, scatenantesi in diverse
fasi temporali a seconda dei gironi infernali da colpire, farà
giustizia contro i superbi negli anni 7.015-17 dopo Cristo. Tale è
infatti il numero dei versi in questione del poema goethiano, e una
setta del genere merita un accenno se non altro per l'originalità.
° ° ° ° °
Parlare con lui era come ripetere all'infinito sticomitie antiche
con parole moderne, e il suo sorriso non faceva trapelare nulla del
suo terribile istinto di schiacciare gli altri. Gli bastava la
battuta, l'intenzione, il cachinno nei casi disperati, e tutto era
risolto. Le sue mani da primate gesticolavano poco, e solo per
sottolineare alcuni aggettivi che non avrebbe voluto usare ma che
gli erano necessari per non dilungarsi troppo nelle conversazioni.
L'abbrivio alle ricerche (ai ricordi) sulla piccola storia della
superbia, a questa mascherata autobiografia, gli venne parlando con
la sorella, che gli fece notare come un certo libro della scrittrice
inglese Ivy Compton-Burnett riportasse molte battute che parevano
rubate alle loro chiacchierate, ad esempio:
" LUI - La gente trova sempre qualcosa di cui
gloriarsi. Io non ci riesco.
LEI - E te ne glori. "
In un primo momento aveva pensato di inserire la Compton-Burnett
nella lista del suo nuovo libro, ma poi si disse che per la
Perdonabile storia della vendetta c'era ancora tempo. Con la sorella
aveva rapporti freddi ma imparziali, come con un'allieva brava ma
senza personalità. Le parlava di rado, e sempre con un certo
riserbo. Lei lo ammirava, ma naturalmente di lontano, cercando di
considerare la celebrità del fratello più come un incidente di
percorso che come un giusto riconoscimento.
Lui era insomma una di quelle persone le cui qualità, prese a sè,
non meritano certo nemmeno un cenno in una buona enciclopedia, ma
l'insieme delle quali crea in chi le si avvicina un tremore arcano,
accresciuto dal fatto che i suoi libri e la sua vita paiono sempre
divergere nettamente: laddove la sua prosa è limpida e pulita, le
sue vicende biografiche sono oscure e sordide, laddove la sua poesia
è malata e morbosa, asettica e monotona si trascina la sua
esistenza.
A una cena ufficiale (io ebbi modo di esaminarlo quasi solo durante
questi riti mondani, del resto rari per lui) lo rividi mentre si
accomiatava da un critico londinese con cipiglio inebetito, ancor
scosso - così supposi - da quello che gli era stato detto. Mi
sbagliavo, lui era lontano mille miglia dal nostro mondo, e niente
poteva scalfirlo se non l'assenza totale di significato. Aveva alla
sua sinistra la moglie del padrone di casa, uno di quei parvenus
dell'industria che desiderano far parlare di sè attirando nelle loro
dimore, al riparo da ogni flash, le personalità più in vista della
cultura; ebbene, non le rivolse la parola per tutto il tempo, e si
limitò a risposte monosillabiche contro gli attacchi, a dire il vero
titubanti, della bella signora. Fissava me, invece, ed io ero
talmente imbarazzato per lui che cercai inconsapevolmente di imitare
il suo comportamento, diventando scorbutico e altero. Tale superbia
repressa la manifestava in special modo quando si schermiva dagli
assalti di critici o pettegoli. "Ho sempre ritenuto l'umiltà la
virtù più perseguibile" era la sua difesa preferita, e l'ambiguità
dell'aggettivo, tra il giuridico e il morale, tratteggia a dovere il
suo carattere, che a volte seguiva la virtù e a volte la
perseguitava.
Un giorno mi scrisse per indurmi a moderare la mia stima nei suoi
riguardi e per strapparmi un appuntamento. "Strappare" è parola sua,
stima no: usò "adorazione". Proprio così, e non per ipervalutazione
di se stesso, ma perché allora, come ora, io lo adoro, e sento che
parte di me tende a lui come il fiume al mare, come il fuoco
all'aria e come un mancato scrittore al genio inarrivabile. Senza di
lui io non avrei avuto ragione di vita, l'avrei cercata per il mondo
inutilmente e con fatica, ma sempre avrei desiderato l'acqua della
mia fonte originaria. Io vivo con lui e per lui, e lui ha bisogno di
me. Se all'inizio mi tollerava, ora mi rispetta, e riflette un poco,
prima di offendersi. E perché mai dovrebbe offendersi? Si
adombravano gli antichi dei per i ringraziamenti reiterati degli
antichi uomini? Per le loro scialbe preghiere? Per le suppliche
aggressive che si involavano nel nulla? Rideva Napoleone dei suoi
ufficiali?
All'appuntamento non andai, naturalmente. Non potevo rischiare di
parlare al mio dio, a un dio sceso in terra che dissimula la sua
diversità fingendo l'arroganza dell'umiltà, la boria dei santi, la
fierezza della verità. Non andai, e anche oggi, che ricordo quegli
anni con un tossicchiante e bonario sorriso, mi sento in pace con me
stesso. Ricordarlo mi basta, e questo è tutto.
Paolo Petitto
Madcap laugh
- ...è un fottuto mondo impazzito - digitava nevrotico con il
mozzicone della sigaretta che gli pendeva dalle labbra, accovacciato
in un angolo della stanza, sopra l'esiguo spazio di un palmare.
- ...uno sporco fottutissimo mondo e niente più - concluse nel suo
sincopato ed incessante scrivere lasciando scivolare il piccolo
ritrovato digitale che tratteneva fra le mani in terra. Il suo
sguardo parve, di colpo, essersi acquietato da una prepotente foga
liberatrice che lo aveva a lungo inchiodato ad usare la tastiera.
Ora era assente, svestito di quella violenta luce che lo incalzava
sospingendolo in dure parole di rabbia. La sua pupilla aveva perso
contatto con l'anima e si comportava come uno specchio, riflettendo
il solo sguarnito scorcio che delimitava i confini del lato opposto
della camera. Un vaso con dei fiori appassiti, il putrescente aroma
che aveva invaso l'ambiente e moltitudini di cavi intrecciati in
improbabili connessioni elettriche caratterizzavano lo statico
panorama. La piovra che fuoriusciva dalle note di Octopus di Syd
Barrett s'incarnò in quel groviglio di fili, a rappresentare la sua
contorta mente divenuta inerte.
Si alzò, infine, rompendo quello sguardo fisso, liberandosi da un
guscio larvale con movimenti ponderati ed incerti. Si percepì
nell'ebbrezza di una farfalla che correva entusiasta verso la vita;
dal cuore alla mente fu pervaso da un'unica profonda emozione ed
iniziò, un passo dopo l'altro, a tracciare una danza lungo il
perimetro della stanza.
- i secoli non sono altro che istanti ed il tempo non è che un
effimera invenzione per trattenerci nella gabbia della storia -
realizzò con retaggi umani nella sua testa di colpo incarnata in
quella di un evoluto, libero insetto. Quindi, roteando, distese le
braccia aperte attraversando la stanza in un doppio circolo ad otto
che simulava il volo. Lo sguardo divenne trasognato, inebriato
d'inesistenti pollini che pullulavano dentro la sua mente e, di
tanto in tanto, si approssimava al vaso contenente quei marcescenti
fiori inalandoli intensamente.
Fu proprio durante uno di questi delicati approcci, fatti dello
sfiorare appena con la narice gli essiccati petali che guarnivano
ancora, per precario equilibrio, il calice, che cadde, estasiato,
con le ginocchia in terra.
Si rannicchiò, raccolto, come fosse intento a recitare una
preghiera, un puro e sincero ringraziamento al creato devoluto dal
solo istinto. Modulava, costante, il labbro inferiore senza che
dalla bocca fuoriuscissero suoni percettibili all'orecchio umano.
Dal computer, prossimo al palmare scaraventato a terra e con il cavo
ancora collegato in una delle porte USB del gruppo di memoria, si
avviò un software precedentemente pianificato. Un breve script
enunciava altre parole, ordinate ed incessanti, che cadevano, una
sillaba dopo l'altra, come pioggia...
Oh dolcezza, libellula in volo
che vibra sul lago in fretta
e non conosce quell’orizzonte,
non veste gli occhi di effimeri confini;
stenta e talvolta cade, serena morte,
travolta d'insolita innocenza.
Mentre comparivano queste parole sullo schermo sopraggiungeva,
cadenzato ed ossessivo, il costante rumore di un gocciolio
fuoriuscito da qualche rubinetto che veniva amplificato nell'eco
prodotta dalla nuda stanza. Un fastidio che avrebbe potuto
incarnarsi in musica fin tanto da eseguire una lunga suite: Echoes
dei Pink Floyd; così come lui, quell'uomo divenuto quasi farfalla,
la lasciava scorrere nella sua mente.
Il suono, quell'umano, ultimo primordiale retaggio, si era fatto
carne ancor prima di abbandonarci ad altre melodie, quelle delle
fauci di famelici vermi. Lui, non esitò, ruppe il suo sarcofago di
bruco, diede vita all'irrefrenabile puro idealismo di rinascere
farfalla; raggomitolato, al suolo, fuoriusciva un ultimo conato di
sangue dalla sua bocca. Giaceva immobile, iniziato ad una presunta
fuga di resurrezione, in posizione fetale, come in un lungo
abbraccio dove, più che rinascita e amore, restava, immortalato,
solo un disperato ghigno di liberazione.
Enrico Pietrangeli
Diritti riservati 2002
Una creatura è passata prima di me
Una creatura è passata prima di me ma non mi ha lasciato nessun
segno; non ci sono messaggi per me dal vento, soffia sui miei
pensieri ma non è abbastanza forte da portarli via.
Rimango qui, solo in mezzo alla folla di una stazione, con gente che
arriva e che parte.
Li vedo sorridere, sbuffare, imprecare o perdersi ma tutti hanno le
loro valigie pesanti e io mi chiedo quale piccolo o grande fardello
portano con sé.
Li vedo salire sui treni, i loro volti mutano espressione, c'è chi
dorme in solitudine o chi sbircia dal giornale del vicino oppure chi
arriva trafelato e non trova il biglietto.
C'è anche il controllore stanco che si trascina da una carrozza
all'altra, pensa alla sua famiglia, alla sua bambina che lo aspetta
per giocare e sorride …sa che qualcuno ci sarà sempre ad aspettarlo.
Io vedo il mondo aprire gli occhi a un'altra giornata di sole dal
mio angolo e qualcuno mi urta il piede ….un bimbo si è fermato per
osservarmi, mi punta il dito e chiede alla mamma come mai sono lì
per terra. Il suo sguardo non mi vede, va oltre, trova la mia colpa,
la mia disperazione, la mia miglior nemica, la morte.
Non posso spiegargli come è successo, come son diventato un fantasma
di me stesso : la mamma lo trascina lontano dall'uomo nero che sono
e io rimango ancora solo con le mie parole che mi piovono addosso
come grandine.
Anche io una volta ero un bambino allegro, curioso e innocente;
avevo riccioli biondi ed ero il piccolo principe della mia famiglia.
Tutto mi era concesso, tutto mi era permesso…
qualche brutto voto, due o tre litigi un po' violenti, le gare in
motorino con gli amici, la prima sigaretta. Tutto ma non fuggire
alla normalità, alla quotidiana esistenza fatta di ordine e di
regole.
Nessuno mi ha mai perdonato, i miei genitori si son chiusi in casa
per sfuggire ai giudizi della società; mia nonna si è rassegnata
solo quando le ho sfasciato la casa in cerca di denaro. Ho rubato
loro il rispetto, la dignità, l'amore e i ricordi più belli vissuti
insieme.
Niente mi bastava per saziare il desiderio di cambiare il corso di
una vita già programmata.
Odiavo le leggi della comune convivenza, mi chiedevo perché
bisognava costringere le persone a decidere. Perché non si poteva
vivere nella confusione o meglio, nella totale libertà di fare più
scelte; perché si aveva paura di cambiare idea ?
La mia testa era così piena di dubbi e di domande che il mio sguardo
riusciva ad offendere
la coscienza pulita e normale di chi aveva deciso che la vita
bastava così come era.
Mi sarei dovuto adeguare, accontentare ma io cercavo
l'impossibile…non so nemmeno io cosa mi mancava ora che sono
costretto a spostarmi da un posto all'altro con i miei stracci.
Forse volevo il cielo, la libertà, la potenza….volevo poter volare
sfrecciando su campi di grano, sfiorare l'erba con le dita …..
sparare sulle teste di questi replicanti e urlargli il mio disgusto.
L'unica cosa che non volevo erano altre catene, altri sacchi sulla
testa, altri condizionamenti soffocanti. E invece una sera come
tante altre, sotto sempre lo stesso cielo e respirando la solita
aria finta ho trovato la possibilità di vincere, di superare le
barriere mentali e fisiche di tutti gli altri uomini. La mia ricerca
finalmente aveva una soluzione allettante e poco faticosa.
Accettai la mia prima dose di libertà e mi ritrovai catapultato in
un universo parallelo fatto di luci, strade aperte e nessuna
inibizione.
Finalmente riuscivo a essere diverso dalla massa, non dormivo più e
mi sentivo bene.
Lo sballo non mi bastava allora ho cercato altri paradisi
artificiali, beffavo la vita con cocktails di sostanze e trovavo
forza e energia ma anche fallimento e vuoto. Credevo di volare, di
gestire la mia esistenza ma invece strisciavo sempre di più,
continuavo a fare passi indietro.
Quando ti accorgi che anche tu sei uno schiavo come gli altri, tutto
è già successo.
Hai perso la possibilità di fermarti a chiacchierare con un vecchio
amico o di far giocare un bambino perché ora tu sei il diverso, sei
zingaro nella tua città.
Il tuo mondo di plastica non ti consola più, vorresti recuperare
quello che hai buttato alle fiamme, riacquistare tutto quello che
hai svenduto della tua vita.
Ancora una volta ti senti oppresso, schiacciato da una forza
invisibile che ti fa scordare qualcosa del tuo cuore e della tua
anima in ogni parte della città.
Tutto il tuo voler fare e voler essere si dissolve in quella
maledetto momento in cui accetti
la sfida con la morte.
Guardando gli occhi dei miei amici occasionali ho scoperto che siamo
noi i replicanti, ci manca la luce della giovinezza che non abbiam
vissuto, siamo tutti incatenati.
Avevo la libertà in pugno ma non l' ho riconosciuta …ora mi manca.
Lei è dentro di noi, è il nostro modo di affrontare la vita. E non
bisogna scappare di fronte alla sofferenza o alla noia : dobbiamo
trovare la soluzione in noi, non in qualcosa di esterno. Niente ci
può insegnare a vivere se non la vita stessa e va vissuta con il
rispetto di se stessi e degli altri. Nessuno mi può insegnare com'è
il sole d'estate o come brucia la neve tra le mani… devo scoprirlo
io con la mia testa, non posso dipendere da qualcosa o qualcuno che
mi storpia la realtà per rendermela più facile.
Voglio potermi liberare, voglio camminare senza sentirmi in colpa,
voglio aiutare gli altri a ritrovarmi come amico, figlio, amante.
Devo tornare a casa e cercare tutte le cose smarrite nel periodo di
buio ….. in ogni parte del mondo ho lasciato un ricordo, una
sensazione, un sorriso e una lacrima.
Forse un giorno tornerò qui per raccogliere gli ultimi tasselli
della mia vita. Ho scelto di non cancellarli per ricordarmi sempre
cos'è la libertà, cos'è la vita.
Gionni
Le mie zebre Racconto choc di
Marcello Strologo
Oggi è uno di quei giorni. L’ ho capito questa mattina quando ho
aperto gli occhi con quella sensazione come di un peso sul torace.
Il dolore si è affacciato, anche lui, a salutarmi, prima una piccola
scossa su per il costato, uno dei suoi modi per farmi capire che si
è svegliato, poi una stilettata, giusto all’altezza della bocca
dello stomaco: buongiorno.
In quei momenti, nei quali emergo dalla tanto amata incoscienza, a
volte rimango pietrificato nell’attesa, tengo gli occhi chiusi,
cerco di ingannarlo, mi convinco che se continuerò a fare il morto
mi annuserà un po’; e poi andrà via.
È una tecnica che funziona con gli orsi, l’ho visto una volta in un
documentario che davano su quel canale, come si chiama... l’ho
dimenticato; c’era un tipo dall’aria rassicurante e con una divisa
immacolata che spiegava che gli orsi non mangiano carcasse e come
lui si fosse salvato una volta, tanto tempo fa, grazie a questo
semplice stratagemma.
Aspetto, mi tendo allo spasimo cercando di cogliere quel lieve
pizzicorino alle estremità che a volte preannuncia l’attacco, cerco
di respirare lentamente come mi ha consigliato il dottore, dentro e
fuori, dentro e fuori; mi sembra così simile all’uomo degli orsi, il
dottore, anche lui cerca di insegnarmi ad ingannare la morte, anche
lui non crede molto a quello che dice. Ma deve farlo, perché è un
buon medico ed anche un buon amico; lui non lo sa, ma io ascolto
sempre, ed ascoltando capisco molte cose; lui non lo sa, ma io l’ho
sentito l’altro giorno mentre tentava di consolare mia madre.
Piangeva, la mia povera mamma, in silenzio come ha sempre fatto da
quando è iniziato tutto; il dottore quasi sussurrava, ma quando sei
costretto a letto da tanto tempo impari ad acuire tutti i sensi che
possono ridurre il tuo isolamento; credo che sia uno dei segreti
meglio conservati di noi “terminali”, LORO non lo sanno, ma NOI li
sentiamo, non sempre, non chiaramente, ma li sentiamo.
Lo sentivo il dottore mentre chiedeva alla mia mamma di farsi forza,
lo sentivo mentre pronunziava tutte quelle parole che la mia mamma
non vuole che io pronunci, ho sentito le sue domande sempre più
flebili, sempre più urgenti, incalzanti, con la fretta di chi ha
l’acqua ormai alla gola; ed il dottore sempre meno certo, meno
sicuro, sempre più uomo e meno dottore.
Il verdetto è stato emesso quel giorno, ho guardato l’orologio per
poterlo ricordare, erano le 16:30; da quel momento in poi ho
cominciato a guardare l’orologio pensando al tempo come se scorresse
al contrario.
Da quell’istante per me i minuti non passano, si sottraggono: 80640
minuti, non vi dico neanche a quanto corrispondano in giorni, o
settimane, o mesi, per me il minuto è diventata l’unità di tempo con
la quale confrontarmi, non ha senso pensare a frazioni più grandi.
Questi sono i minuti che mi sono rimasti da vivere, da quel giorno
mia madre, quando viene da me ha sempre un sorriso nuovo, credo che
li tenga da qualche parte solo per me, non credo che li indossi per
uscire o per gli altri; li conserva, come uno scoiattolo le noci per
l’inverno, ed il suo inverno sono io.
Io nelle mie lenzuola bianche come la neve di gennaio, io che
provoco quelle tempeste di pianto e singhiozzi che il muro della sua
stanza troppo, troppo sottile, non riesce più a nascondere. Ma
questo inverno non finirà, non arriverà la primavera.
È uno di quei giorni, divento melodrammatico, lo so, ma ultimamente
sento più che mai la presenza del mio “ospite”, lo chiamo così
perché so che il suo nome fa paura, ed io non voglio spaventare
nessuno; si fa riconoscere con il dolore, ho sentito il dottore che
avvertiva la mia mamma a proposito del dolore, e quando è arrivato
ero preparato. Ma non abbastanza. Mi sveglia a volte con dita di
ghiaccio che mi stritolano il torace, il dolore mi fa contrarre i
muscoli qui dietro che si tendono fino a far scricchiolare la
colonna vertebrale e la gola si chiude, non posso urlare, le mie
braccia e le mie gambe si paralizzano e la bocca mi si spalanca,
come in una espressione di incredulità: non credevo di poter sentire
così male.
Dopo i primi attacchi sono arrivate le pillole, bianche con delle
striature nere, come piccole zebre.
Mi piace immaginare che quando ne inghiotto una, tante piccole zebre
carichino il mio “ospite” facendolo fuggire, ed a volte rido mentre
ci penso. Altre volte, poi, le zebre mi portano in groppa ed allora
mi addormento felice; ma il mio “ospite” è tenace, e, se una volta
una sola zebra lo metteva in fuga, ora devo usarne tre, ed a volte
non bastano.
Già, perché il mio “ospite” cresce, oramai mi sembra di avvertirne
la presenza, lo sento crescere come in una oscena gravidanza, lo
nutro con la mia stessa vita, come ha fatto mia madre con me. Lo so,
il paragone è orribile, ma il dolore a volte fa funzionare male il
cervello, sì il dolore in giorni come questo è troppo forte; ma io
mi sono imposto di resistere, non di lottare, non sono un lottatore,
non ho mai imparato.
Resistere, solo quello, sono ormai tre giorni che non prendo le mie
zebre, le conservo nella federa del cuscino, oramai sono già nove,
una piccola mandria. Un’altra scossa, un’altra fitta, il mio
“ospite” sa che le zebre non sono lì ad attenderlo e ne approfitta
per colpirmi, a volte il dolore è così forte che vorrei avere la
forza di trascinarmi in bagno e tagliarmi le vene; ma non posso, non
più, non riesco più ad alzarmi dal letto; e guardando negli occhi
sempre sorridenti della mia mamma capisco che è un bene che io non
possa avvicinarmi ad uno specchio.
Soffro, ho quasi paura di perdere la ragione, ed invece da quando
non prendo le zebre i miei pensieri sono più lucidi che mai, il
dolore li rende limpidi, come cristallo; nei momenti in cui mi
lascia in pace osservo e capisco, la notte quando sono troppo stanco
e lui mi lascia in pace, avverto sempre il pianto silenzioso di mia
madre, allora accendo la luce e leggo, leggo il foglietto
illustrativo delle mie zebre, posologia, dosi consigliate, modo e
tempo di somministrazione, effetti collaterali, indicazioni: è lì
tra le indicazioni che trovo il nome del mio “ospite”; e appena
sotto vedo il mio futuro.
Le mie zebre possono portarmi via, possono farmi cavalcare lontano
dal mio ospite, lontano dal dolore, basta prenderne sei, tutte
insieme.
Oggi è uno di quei giorni, la notte sta arrivando ed io ho una gran
voglia di cavalcare...
ALVARO
Cirri, cumuli e nembo cumuli.
Alzo gli occhi verso il cielo, socchiudendoli per il sole che mi
abbaglia per un attimo e rapidamente scompare, senza salutare.
Scricchiola il collo per la cervicale ricordandomi i miei
sessantasei anni portati male. Se è vero che si abita in una casa
che assomiglia a come siamo fatti dentro, mi chiedo cosa ci sia di
buono dentro di me.
Un tetto in lamiera steso sopra un unico ambiente. Una tenda a fiori
separa la cucina, e chiamarla così è un atto di benevolenza, dal
resto della stanza. Dall' altro lato una porta scorrevole, anzi
molto poco scorrevole, malnasconde la vista dei "servizi"; tradotto:
un cesso mezzo incrostato abbinato ad un lavandino, su cui
sorvolerei.
E tutto intorno: quotidiani vecchi, riviste altrettanto decrepite di
auto e moto che mai ho posseduto e mai possiederò. Un piatto sporco,
zeppo di bucce d'arancia, con una sigaretta, scroccata a chissa chì,
fumata fino al filtro e infilzata dentro una di esse.
Poi la mia compagnia quotidiana: un televisore 14" marca Irradio ed
un video registratore che non registra più.
E' con loro che vivo avventure con donne bellissime, visito posti
incantati, rivedo partite di calcio bloccandole al momento del goal
della mia squadra, che non potrebbe essere che la "Magica".
Ora lo scirocco è cessato e il cielo si è fatto repentinamente più
nero, ma non voglio rinunciare a presentarvi il pezzo forte della
mia casa.
E' là che passo tutto il mio tempo. Io lo chiamo pomposamente "il
patio" Un prolungamento del tetto che ripara una sedia a sdraio
scolorita a righe bianche e verdi. Sul retro di questa caratteri
scolori lasciano indovinare la scritta "bagni Ersilia".
Sul lato destro uno scatolone che uso a mò di comodino, sorregge il
cartone di Tavernello, che costa meno della benzina e che da me non
manca mai.
A sinistra la cuccia vuota di Bruno. Anche lui, come tutti gli altri
che ho incontrato nella mia vita, ha deciso che questo non era il
suo posto migliore, ha girato le zampe e se ne è andato.
Ed anche a lui, come a tutti gli altri, non gliene voglio. Ognuno ha
diritto nella propria a cercare il proprio "posto delle fragole"
Peccato che il mio, non coincidesse con quello di nessun altro.
Improvvisa, come un ricordo inaspettato, ecco la prima goccia di
pioggia.
E per niente al mondo rinuncerei a godermi il picchiettio delle
gocce, ora grandi e ora piccine, sull' ondulit del tetto.
Dalla finestrella al lato del letto, quella col vetro rotto, vedo
quello che rimane del gazometro, e più a destra, la tangenziale.
File di macchine che si inseguono senza soluzione di continuità.
Ognuno che insegue il proprio scopo apparente, dimenticando che
forse tutto questo, tutta la nostra vita, uno scopo non ce l'ha.
E, se ce l'ha, non lo conosciamo. O forse, sono solo io a non
conoscere il mio.
Il freddo mi consiglia di chiuderla questa finestrella. E così
riattacco lo scotch che mantiene il quotidiano, l' Avvenire del '97,
che fa da tapparella.
Ancora un sorso, un bel sorso, e mi nasconderò sotto la coperta a
quadri rossi e verdi, come facevo da bambino.
Chiuderò gli occhi e il sonno in breve mi porterà in viaggio chissà
dove.
Il vino serve anche a questo, lenisce ogni dolore e al mattino basta
usare solo più dentifricio.
Io vi parlerei pure dei miei ricordi. Ma questa sera non ne ho.
Nemmeno un volto, neppure un gesto o una parola. Solo un
caleidoscopio dove è impossibile, almeno per una testa come la mia,
disporre un qualunque tipo di ordine.
Si dice che i ricordi tengano compagnia. Io non ho questa fortuna.
Forse li ho dimenticati, o perché non erano come li avrei voluti,
oppure perché facevano troppo male.
O forse perché nella mia vita non è mai esistito qualcuno che
valesse la pena di ricordare.
Ma adesso il vino comincia a fare il suo dovere e, lento come
un'anestesia, sento calare il sonno che, grazie a Dio, prima o poi
prenderà il sopravvento.
Socchiudo gli occhi e, scusatemi, ma non voglio rinunciare all'unico
momento bello della mia giornata.
Notte.
Solo ora mi accorgo di non essermi presentato: "piacere, Alvaro, il
guardiano dello "sfascio".
Maurizio
Le donne con il pollice
acceso (Le Menae)
Questa è un’antica e suggestiva storia che si racconta ancor oggi al
mio paese.
Molti anni fa, in una notte fredda dei primi giorni di novembre un
giovane, che tornava a casa dopo aver trascorso la serata con gli
amici alla taverna , si trovo’ a passare davanti a una vecchia
chiesa in rovina, tutt’ora esistente;
dietro di questa si apriva uno spiazzo,in cui si diceva un tempo si
seppellissero i morti;
il ragazzo affretto’ il passo, borbottando uno scongiuro, perche’ si
mormoravano sinistre storie su quel luogo; improvvisamente noto’ un
chiarore che andava aumentando, sul retro della chiesa: si avvicino’
e vide uno strano spettacolo: diverse donne, con lunghi capelli e
vesti svolazzanti danzavano, in cerchio, tenendo in mano una
fiaccola, o almeno cosi’ gli parve; ne fu attratto irresistibilmente
ma quando arrivo’ piu’ vicino si accorse che non si trattava di
fiaccole: ogni donna teneva in alto il pollice acceso di una fiamma
vivissima e tutte ballavano seguendo una musica che solo loro
potevano udire.
Il ragazzo, terrorizzato, si volto’ per fuggire, ma le donne lo
accerchiarono e lo costrinsero a ballare con loro per tutta la
notte, senza mai fermarsi;
di lui non si seppe piu’ nulla, ma ogni tanto qualcuno racconta di
avere visto, la sera di Ognissanti, dietro la vecchia chiesa, un
giovane pallido che danza da solo in cerchio con il pollice acceso,
a mo’ di torcia.
Enrica Duce
Girotondo
di stagioni
Quando il cielo volse al crepuscolo e i lampioni intorno a noi si
accesero, sentii le sue dita sfiorare le mie. Ci avviammo
abbracciati verso la spiaggia, camminammo tra i mucchietti di
legna pronti per i falò; da una casa vicina arrivava un sottofondo
musicale, su di noi splendevano migliaia di stelle.Era una notte senza luna, il mare era scuro e calmissimo, e
appena ci baciammo iniziarono i fuochi d'artificio sulla baia di
fronte.
L'estate profumata di vaniglia si librò all'improvviso dalla terra,
lasciandoci dolci ricordi di chiari di luna e di spiagge; il mio
cuore urlò
"fermate il tempo!".
Arrivò l'inesorabile settembre, e con settembre il ritorno a casa:
io
nella mia città, egli nella sua, e in mezzo c'era qualche chilometro
di troppo. Sapevamo che sarebbe stato arduo vederci ... ma io
iniziai
ad aspettare. Mi ritrovai in una città sospesa, estranea allo
scorrere
del tempo, intenta soltanto a fare spallucce e a crogiolarsi in
tristi
"mah, forse, vedremo". Vidi la vite americana farsi rossa, vidi le
foglie
rosse e gialle sparpagliarsi nei giardini, vidi le nuvole avanzare
minacciose. Il vento ricominciò a fischiare, i rami spogli degli
alberi mi
rendevano triste ... quando l'avrei rivisto?
Arrivò il freddo, e con il freddo si prospettarono pochi giorni da
trascorrere insieme a Bologna. Partii con tante speranze, sognando
l'incontro tanto atteso, e durante il viaggio ascoltai una canzone
che
mi ricordava una serata d'estate trascorsa con lui tra le mie
braccia.
Bologna mi accolse con l'incanto di piazza Santo Stefano, con la
giostrina
del Settecento che pareva uscita dalle favole, con le torri coperte
dalle
luci di Natale, con i mercatini vivaci. Ma un contrattempo impedì
che egli
mi raggiungesse e così mi si prospettò un'altra attesa. E vidi le
montagne
diventare bianche, seppi che le mareggiate avevano divorato altre
spiagge,
sentii il freddo entrare nelle ossa.
Passarono i giorni, sentii il cuore sfilacciato in brandelli,
avvertii il peso
delle nuvole.
Il girotondo di stagioni continuò intorno a me, finchè la primavera
fece
capolino nella mia città, fece rifiorire gli albicocchi, regalò
cieli azzurri e
mi portò lui ... e la sua voce che amavo.
Manuela
Vita
di uno strano seme
Una notte, la luna illuminò uno strano seme nascosto in un roveto.
Un ghiro,appena uscito dal letargo, lo vide e tentò di mangiarlo. Ma
era un’impresa troppo difficile,e rischiosa. Per timore di ferirsi,
rinunciò. Il seme non avrebbe mai voluto andarsene da lì, perché si
sentiva ben protetto. Ma nonostante cercasse con tutte le sue forze
di restare aggrappato al suolo amico,una violenta folata di grecale,
lo investì e lo portò con sé. Sballottato in aria il povero seme
urlava a squarciagola,sperando che qualcuno lo salvasse da quella
brutta situazione. Mentre volteggiava potè vedere cose che non
conosceva: la cima degli alberi, i nidi degli uccelli, sentire più
forte il calore del sole….Ma la paura non l’abbandonava e continuò
il suo richiamo di aiuto. Terrorizzato, per timore di non tornare
sulla ferra ferma, come per incanto, si trovò adagiato sopra una
foglia, ed a lei si raccomandò:”Aiutami a tornare giù, ti prego”.-“E
come ?”-gli chiese la foglia-“ Non vedi che anch’io non riesco a
scendere?”-.Per loro fortuna,il vento cominciò a perdere forza, e,
delicatamente,ritoccarono il suolo. Un po’ stordito,il seme lasciò
la presa,e si guardò intorno. Era atterrato in un meraviglioso
giardino ornato da tantissimi e variopinti fiori, ed alberi da
frutto. Pensò allora, senza nostalgia, alla sua casa gravida di
pruni e, felice di essere in un ambiente così bello,ringraziò il
vento,salutò la foglia, e s’incamminò tra i viali. Beatamente
passeggiava,osservando tutta quella grazia di Dio,senza rendersi
conto che stava per imbrunire.”Devo far presto a trovarmi una nuova
casa,-pensò tra sé e sé – Non posso trovarmi al buio senza riparo,in
un posto che non conosco!”Ai piedi di un grande albero,vide una
famigliola di funghi. Si avvicinò a loro per chiedere ospitalità.
Erano molto simpatici e divertenti e,subito, lo accettarono nella
loro casa. Trascorsero diversi giorni in perfetta armonia,finché il
fungo-papà cominciò a lamentarsi perché il seme non aveva niente da
offrire in cambio della loro accoglienza. Il poverino rimase
veramente male di tutto questo borbottìo, e decise di
andarsene.“Povero me!”-pensò-“Ero così felice d’aver trovato quella
compagnia!Peccato sia andata così… Ora dovrò cercarmi un altro
alloggio sicuro”. Si rimise in cammino, serio e così pensoso, da non
accorgersi che poco lontano da lui , una spiga di grano giaceva in
terra dolorante. Era caduta da un sacco del mugnaio. Fu lei che lo
chiamò ;”Figliolo,figliolo!”,-scosso dai richiami,il seme sobbalzò e
vedendola gli andò incontro,e le chiese:”Che ti è successo? E perché
mi chiami così?”- La spiga gli raccontò del suo incidente e, avendo
tanti chicchi-figli,credeva fosse uno dei suoi che si era
perduto,tanta era la somiglianza da lontano.-“Non sono uno dei tuoi
figli,purtroppo!Solo un povero seme sperso che non sa come trovar
degli amici sinceri,con cui vivere come in una grande famiglia”--La
spiga replicò:”Non ti crucciare,puoi restare un po’ con me, finché
non troverai i tuoi semi-simili. Vedrai che ti troverai bene con i
miei figli. Sono dei bravi chicchi,sempre sereni e giocosi.”-“Grazie
per avermelo chiesto,accetto volentieri”-replicò il seme. Una volta
riavuta,la spiga lasciò che i suoi figli si mettessero in circolo
intorno al povero seme,e gli cantassero allegre canzoncine. Poi
tutti insieme si misero in cammino per ritornare alla fattoria.
Arrivati a destinazione,altre meravigliose scoperte attendevano il
seme:la Signora Mucca, muggì, il Signor Gallo, cantò, la Signorina
Pecorella,belò,il Signor Cane,abbaiò,e via via, tutti gli animali
salutarono il nuovo arrivato. Forse per la prima volta il seme si
sentì felice,abituato com’era alla solitudine,ora si sentiva al
centro dell’attenzione, e benvoluto da tutti quei figli di Dio. Dopo
il rito delle presentazioni,la spiga invitò il seme a vedere il suo
nuovo alloggio. Era in un angolino del granaio, ben pulito e
ordinato. Nei pressi vide un annaffiatoio,pieno a metà d’acqua,uno
straccio, e n’approfittò subito per bere e farsi una doccia. La
spiga e i suoi piccoli,abitavano vicinissimi,e questo tranquillizzò
il seme. All’improvviso tutti gli animali della fattoria,con i loro
versi,annunciarono che era l’ora di dormire. Il seme stanchissimo
per il viaggio ed emozionato per il nuovo avvenimento,si tappò con
lo straccio,augurò la buonanotte a mamma-spiga e ai suoi
bimbi-chicchi, e, sereno, s’addormentò. Venne l’alba. La fattoria
cominciò a rianimarsi. Anche i nostri amici si destarono. Il nuovo
giorno si presentava promettente. Il seme era ben riposato e
rifocillato, poteva continuare la sua ricerca. Aveva un intero
giorno davanti a sé. Speditamente abbandonò la fattoria,e s’inoltrò
in una viuzza tutta curve e ciottolosa,con ai lati, solo cespugli di
piante selvatiche. Sentiva, dentro di sé, che alla fine di quella
stradina di campagna, avrebbe trovato qualcosa di molto particolare.
E continuò speranzoso il suo cammino. Era una bella giornata.
Nonostante fosse già estate,non faceva molto caldo. Il seme si
sentiva allegro,e saltellando tra i sassi seguitò a percorrere la
sua strada, finché, all’improvviso si trovò di fronte a un grande
campo di girasoli. Belli, alti e con le corolle di un color giallo
intenso. Avevano un aspetto imponente,e tenevano lo sguardo sempre
rivolto verso il sole. Improvvisamente una nube passò ed oscurò il
cielo. Fu un attimo,ma sufficiente per fare abbassare la testa a
quei meravigliosi fiori. E nel voltarsi, uno di loro si accorse del
seme che li stava guardando estasiato.- “Ma che fai,lì? Perché
nessuno ti ha piantato?”- gli chiese – “Oggi saresti come noi!”-
continuò - .Il povero seme si sentì pervadere improvvisamente dalla
tristezza e dallo stupore allo stesso tempo. E, balbettando per
l’emozione della notizia , si fece coraggio e le chiese: “Vuoi
dire,che io sono un vostro fratello?”-,-” Ma certo,non vedi che sei
uguale ai nostri figli? Poi anche loro, un giorno diventeranno come
noi,e così via,per sempre”. Il seme aveva così bruscamente scoperto,
chi era. Allora si avvicinò al girasole-mamma e le raccontò tutto di
sé. - ”O,povero figliolo,ecco perché sei così impaurito! Ma devi
anche essere molto coraggioso e intelligente, per essere ancora
vivo, con tutti i pericoli che hai corso! L’ importante è che alla
fine, sei riuscito a trovare la tua vera famiglia! Dimmi, non sei
contento? Hai un’aria così triste!”-gli rispose il petulante fiore -
. -“ Sai,” –disse il seme – “ Sono piuttosto confuso. Oggi mi
sentivo che qualcosa di bello sarebbe successo, ma non avrei mai
pensato a una sorpresa del genere! Sono rimasto così a lungo da
solo, e per troppo tempo ho aspettato che questo momento arrivasse!
E ora che finalmente so chi sono,e ho trovato quello cercavo,mi
sento come svuotato dentro. Mi capisci? - . – “Certo, che ti
capisco,piccolino. Ma ora i tuoi guai sono finiti. Hai la tua
famiglia in questo bel campo. E vedrai che la tua vita d’ora in poi
filerà liscia come l’olio!”-.E finalmente si zittì. Il seme cercò di
fare mente locale,e capire di più sé stesso. Non si spiegava quell’amarezza
strana che stava provando. Avrebbe dovuto saltare dalla gioia, e
invece….Era come se gli dispiacesse di essere arrivato a casa.
Provava una strana ansia, ma non si rendeva conto da cosa
dipendesse. La sua reazione, non fu per niente quella di un seme
felice. Aveva gioito tanto di più con la Famiglia-funghi e la
Signora spiga-di-grano. Con la sua famiglia ,invece, si sentiva a
disagio. Forse, abituato com’era all’avventura, l’ idea di restare
lì, con l’unica occupazione di guardare il sole e crogiolarsi al
tepore dei suoi raggi, lo faceva sentire inutile. Sì forse era
questo il vero motivo della sua mestizia. Inoltre non sentiva così
forte quel richiamo della famiglia ormai ritrovata,come quando
disperatamente la cercava. La Signora-girasole, non era altezzosa
come sembrava, e con lui era stata materna, anche se un po’ brutale
e chiacchierona. Il seme, volente o no, avrebbe dovuto abituarsi ,
non c’era alternativa. Ora sapeva che prima o poi una mano lo
avrebbe raccolto e, con cura, deposto in terra. Poi lo avrebbe
dissetato, e insieme al calore del sole, un giorno sarebbe diventato
anche lui un bellissimo girasole. Immerso nelle sue riflessioni,e
trattenendo a stento la sua delusione, non si accorse che stava
arrivando il pappagallo Agapornis Lilianae, che era uno stupendo
animale,ma per sua sfortuna, anche golosissimo di semi. La
signora-girasole se n’accorse e gli urlò :”Nasconditi!!Presto!!Sei
in pericolo!”.Il seme era un po’ troppo preso dai suoi pensieri,
e,per la prima volta in tutta la sua vita, aveva perso di vista il
suo scopo primario : la difesa. In un battibaleno, il pappagallo si
avventò su di lui, per mangiarlo. Il povero malcapitato, cominciò a
dibattersi e gli urlò con tutto il fiato che aveva in gola: “
Lasciami, ti prego! Ci sono tante altre cose che puoi mangiare! Io
non sono il cibo adatto a te, sono nocivo!”.Far paura al volatile
era l’unico modo per salvarsi,” pensò “. Il Lilianae, sbattendo le
ali, chiuse il becco,reclinò un po’ la coloratissima testa,e lo
guardò con curiosità.“Cosa vuoi dire con.. sono nocivo?”- gli
chiese-E il seme, che cercava disperatamente di salvarsi la vita
doveva inventarsi subito qualcosa di efficace per non finire in
pancia a quella famelica bestiaccia. E, prontamente, gli disse: “
Sono un seme malato, ho vissuto per tanto tempo vicino ad una
batteria, e sono contaminato dal piombo! Devi credermi, o la tua
golosità ti sarà letale.”-E il pappagallo:”Potresti mentire, per
salvarti, e io resterei digiuno per nulla!”- disse - mentre
continuava a guadarlo fisso, aspettando un suo gesto falso. Il
nostro beniamino, seppur terrorizzato,decise di giocare d’ astuzia.
Assunse un’ aria di sfida, gonfiò il petto,e gli rispose. “Io ti ho
avvisato,se vuoi correre questo rischio,allora mangiami,e facciamola
finita!”. Il Lilianae era molto dibattuto. Se il seme mentiva,
avrebbe dovuto cercarsi altro cibo, e questo non gli andava a genio,
visto che l’aveva lì a portata di becco. D’altra parte se era la
verità, avrebbe rischiato troppo. Arrivò alla conclusione che era
meglio fare la figura dell’ ingenuo, piuttosto che rimetterci le
penne, e guardando il seme sempre con sospetto, replicò: “ Non ti
mangio, e voglio dirti che non credo a una sola parola di quello che
hai detto. Ma sei così bravo a raccontar fandonie,che meriti di
essere premiato.”Cominciò, quindi, a sbattere rapidamente l’ ali e
staccandosi dal suolo, volò via. Il povero seme se l’era vista
davvero brutta, questa volta. Che grave rischio aveva corso, per una
banale disattenzione! Ripromise a sé stesso, che mai più avrebbe
rimuginato i suoi pensieri se non si fosse trovato in un posto
sicuro. Appena si riebbe dallo spavento, ringraziò mamma-girasole
per averlo avvisato. E le comunicò di voler tornare alla fattoria
per salutare i suoi amici, e informarli che aveva finalmente trovato
quello che cercava. Mamma-girasole era piuttosto perplessa per
questa decisione,ma raccomandando al seme di fare la massima
attenzione,e di non farla stare troppo in pensiero,gli augurò un
buon viaggio e un tempestivo ritorno a casa. Aveva compreso che era
troppo abituato a vivere libero e solo, per convincerlo a
rinunciare. Il seme, ormai rincuorato per aver superato quella
terribile avventura, si rimise in cammino. Guardingo come non mai,
percorse a ritroso la viuzza che l’avrebbe ricondotto alla fattoria.
Aveva un gran desiderio di rivedere mamma-spiga, suoi bimbi-chicchi,
e tutti gli animali. Erano stati così gentili e buoni con lui. Non
poteva esimersi dal salutarli un’ultima volta. Lo sentiva come un
dovere, oltre che un piacere. Gli sembrava fosse trascorso un secolo
da quando aveva lasciato la fattoria. Ma erano passate poche ore,
infatti era ancora giorno pieno. Man mano che s’avvicinava alla
meta, si sentiva più sereno. Appena arrivò nell’aia della fattoria,
guardò in giro, per vedere dov’era mamma-spiga. Lì per lì s’era
anche scordato di salutare gli animali, da tanto che era desideroso
di trovare l’amica. Ma si rese subito conto del poco garbo avuto e,
scusandosi con loro, salutò i presenti, che lo accolsero ancora con
i loro versi, dandogli il bentornato. Non riusciva a vedere dove
fosse mamma-spiga,e chiese informazioni al Signor Asino, che
ragliando gli disse di provare accanto ad un sacco di farina che si
trovava vicino al granaio.Il seme si precipitò sul posto,e guardando
e riguardando,vide uno dei chicchi-bimbi che piangeva. Gli andò
subito incontro, per chiedergli cosa succedeva. Il bimbo-chicco tra
le lacrime gli spiegò, che mentre lui non c’era, il Signor Gallo e
sua moglie, la Signora Gallina, avevano bisticciato con la sua mamma
e i suoi fratelli, per colpa del Signor Verme che non voleva aprire
la sua casa ai due sposi. E, siccome mamma-spiga e i suoi
figli-chicchi dettero ragione al Signor Verme , il Signor Gallo,
furioso, schiacciò con una zampa i poveri chicchi ferendoli
gravemente. Ora si trovavano ricoverati nella mangiatoia della
Signora Mucca che gli aveva soccorsi, ma erano parecchio malconci, e
il piccolo chicco disperava per la loro sorte. Il seme trasecolò al
racconto e, cercando di confortare il chicco ,anche se lui per primo
si sentì gelare il cuore dal dispiacere, chiese al piccolino di
accompagnarlo alla mangiatoia. Lesti arrivarono sul posto, e videro
che mamma-spiga e i chicchi-bimbi, stavano molto meglio grazie alle
cure della Signora Mucca, che con il suo fiato caldo li aveva
asciugato le ferite e con il suo latte nutriti. Ora avrebbero dovuto
fare un po’ di convalescenza per guarire del tutto, ma il peggio era
passato. Il seme e il figlio-chicco, erano così felici per loro, che
si misero a cantare, ridere e ballare per tutta la mangiatoia.
Dettero un grande bacio alla Signora Mucca, ringraziandola per tutto
quello che aveva fatto. Ancora molto dolorante,ma sempre premurosa,
Mamma-spiga, non stava nella pelle dalla curiosità di sapere quali
scoperte avesse fatto il seme.E lui raccontò cosa era successo,e
aveva rischiato in quelle ore. Confidò, poi, quali erano le
impressioni avute, e i timori che provava. I presenti, dopo aver
ascoltato attentamente la storia, si guardarono tra di loro con
complicità, e Mamma-spiga, disse: “ Figliolo, ti sei trovato
improvvisamente di fronte ad una realtà che non potevi immaginare, è
chiaro che hai tutti questi dubbi e paure. Ma ora sai tutto: chi
sei, dove sono i tuoi simili, e dove dovrai vivere. Eh, sì, dovrai
stare con la tua gente, perché questa è la tua natura. Anche se
provi voglia di fuggire, devi capire che è una sensazione momentanea
e giustificabile, ma il tuo posto è con la tua famiglia. Ti
abituerai presto, ne siamo tutti convinti, e sarai anche felice.”-
aggiunse- :” Noi avevamo pensato di farti rimanere qui, ma perché
eri un povero seme sbandato, ma ora non lo sei più. Sappi che per
qualunque motivo noi ti saremo vicini e potrai sempre contare sul
nostro aiuto, e poi questo non è un addio, ma un arrivederci, perché
ogni tanto ci incontreremo, per fare due chiacchiere e quattro
risate. Appena staremo meglio, ti prometto che verremo a trovarti
nel tuo campo. Mi credi, figliolo?”Il seme aveva ascoltato in
silenzio e attentamente tutto quello che Mamma-spiga gli disse, e
capì, anche se a malincuore, che aveva ragione. Allora le rispose:”
Mamma-spiga, hai davvero compreso tutto. Per un po’ avevo davvero
sperato di restare a vivere con voi, perché vi ho sentito come veri
fratelli; ed avevo pensato di poter restare con voi, nonostante
tutto. Ma fido completamente nella tua saggezza, e farò quanto hai
detto. Ma mi raccomando, non dimenticare la tua promessa. Conterò
già da ora i minuti che passeranno finché non avrò la gioia di
potervi riabbracciare ancora!”L’ atmosfera nella mangiatoia era
colma di commozione e d’affetto. Avevano tutti gli occhi un po’
lucidi, ma i loro cuori erano più leggeri. Era giunto il momento dei
saluti: si strinsero l’uno all’altro in silenzio, per non spezzare
quel dolce incantesimo, che avrebbero portato per sempre dentro di
sé. Il seme, con un mezzo sorriso di circostanza, e tanto dispiacere
per il distacco, si voltò, per non far scorgere le sue lacrime, e si
diresse lentamente verso l’ uscita della mangiatoia. Un po’
sconsolato, ma con una nuova e strana speranza nel cuore, il nostro
amico riprese stancamente il cammino verso il campo. Man mano che il
tempo passava, e si avvicinava a casa, il sole era sempre più
sorridente e mandava i suoi figli-raggi sulla terra, più caldi e
splendenti del solito. Il seme cominciò ad apprezzare quel tepore, e
cominciò a sentire una curiosa attrazione,mai provata prima, e si
sentiva inorgoglito. Il suo passo si fece più spedito, e fiero.
Arrivò abbastanza presto al campo, e cercò subito con lo sguardo
Mamma-girasole. La vide quasi subito,e le corse incontro con
inaspettata felicità.“Mamma-girasole!”- le gridò-“ Sono
tornato!!”.Il fiore, al colmo del suo splendore, voltò la sua bella
corolla verso di lui, e rispose:” Ohhh, piccolino, finalmente sei
qui! Sai, ero un po’ preoccupata, e anche triste, perché pensavo di
non rivederti più. Vieni qui accanto a me, sei ancora troppo giovane
per sopportare questo caldo! Ti farò ombra con con i miei petali.”-
e il seme,continuò: “Sai che invece mi piace tanto questo tempo? Mi
sento così bene…che ho dissipato tutti i dubbi che avevo avuto. E’
proprio vero che la natura non mente!”.-“ Sono felice che ti sia
reso conto di tutto. E di riaverti con noi. Un po’ per volta ti
presenterò a tutti i tuoi fratelli fiori”.- rispose felice
Mamma-fiore. Il seme, che stava cominciando ad abituarsi alla nuova
situazione, si accoccolò in terra vicinissimo al robusto e
rassicurante gambo di Mamma-girasole. E, provato da tutte l’
emozioni avute, e anche un po’ stressato, s’addormentò.Il grande
fiore lo guardò amorevolmente, e si rivolse di nuovo verso il sole.
Venne la sera. Il paesaggio imbrunì. Le pompe dell’acqua
cominciarono a funzionare: zampilli freschi investirono il campo e
dissetarono i fiori. Passa la notte. Venne l’alba che arrossò la
terra, e pian piano il sole si fece largo tra le nuvole e tornò a
risplendere e riscaldare il campo. Stiracchiandosi le foglie e
scrollando le corolle, i fiori si svegliarono,e ringraziarono il
buon Dio che gli donava un’altra bellissima giornata e per essere
ancora vivi, sani e belli. Mamma-fiore si preoccupò subito di
guardare come stava il seme. Sorprendentemente, il seme non era più
adagiato sul terreno accanto al suo gambo,ma s’era infilato dentro
la terra, e con il caldo del giorno passato e l’acqua bevuta durante
la sera, mostrava sulla testa, un piccolo e tenero ciuffetto color
verde chiaro. Stava germogliando! Mamma-fiore lo chiamò :”
Buongiorno, figliolo, vedo che stai già crescendo! Sono tanto
contenta per te!”. E il seme: “ Buongiorno a te, oggi mi sento un
po’ diverso, ma tanto allegro! Sì, hai ragione, sto diventando
grande! E sono tanto felice che questo succeda ora che sono in
famiglia. Domani sarò ancora più grande, credo. Che ne dici
Mamma-fiore?”. – “ Certo, - rispose lei – Ora che ti sei fermato in
questo bel posto caldo, vedrai come farai presto a diventare adulto!
Godiamoci questa meravigliosa giornata, ragazzo !”.E si zittirono
tutte e due. Il seme cominciò a riflettere. Tutto quello che aveva
vissuto fin allora, gli passò nella mente come fosse un film. Si
sentiva molto forte nel fisico, e il suo cuore era colmo di
felicità: il suo sogno si stava avverando. Finito il tempo delle
peripezie, dei pericoli, e delle delusioni, poteva godersi in santa
pace la sua naturale crescita. I giorni passavano serenamente, il
nostro eroe aveva fatto amicizia con i familiari ritrovati. Sapeva
farsi voler bene. E veniva coccolato un po’ da tutti. Era anche
simpatico e li intratteneva raccontando tutte le sue avventure, che
ormai gli sembravano un lontanissimo ricordo. Ma non le riferiva in
modo lagnoso, anzi! Accompagnava i suoi racconti con battute di
spirito e strappava risate a crepapelle, rallegrando tutta la
comunità. Una mattina il giovane, sentì qualcosa che gli dava
prurito addosso, e soprattutto alla testa. Si rivolse a Mamma-fiore,
chiedendole se vedeva qualcosa d’insolito. Lei lo guardò subito e
chiamò a gran voce anche tutti gli altri :” Guardate! Guardate!
Presto!”. Tutti si voltarono e esclamarono con stupore:” Ohhhh! Come
sei bello! Signore ti ringraziamo! Hai dato ancora una volta esempio
della tua infinita benevolenza!”.- Il seme capì: non si poteva più
definire con questo termine. Non era più piccolo e indifeso. Il
prurito che sentiva sul corpo, erano delle bellissime foglie
cresciute sul suo forte gambo, e quello che avvertiva in testa, era
una meravigliosa corolla costellata da numerosi petali color
giallo-oro. Era diventato il più bel girasole del campo. E sapeva
quale fosse il suo futuro : avrebbe lasciato i suoi figli in terra.
Anche loro sarebbero germogliati e diventati bellissimi fiori: poi
avrebbero ripetuto quanto insegnato dai predecessori ( quando fosse
stato il loro momento ), e così via….per sempre.
Liliana Lorenzi
I
signori del destino
Ero solo ormai da un anno.
Non una penna per scrivere, non un libro da leggere: ero solo con me
stesso ed è già passato un anno. Di cibo a volontà, di acqua da
affogarne, ma nessun libro e nessuna penna.
Io, me stesso e due scatole chiuse.
La stanza era sentiero e piazza dei miei frenetici viaggi attorno ad
un cerchio chiuso e la cupola cielo ed orizzonte della mia voglia di
fuggire via. Oltre la cupola trasparente una natura selvaggia, oltre
quella barriera invisibile la libertà; oltre la cupola c'era il
mondo, ma il mondo era fuori ed io ero dentro; lì fuori tutto, qui
dentro nulla: due scatole chiuse e tanta voglia di uscire.
E i miei giorni erano lunghi a guardare fuori in quel fitto
sottobosco di una foresta intricata e lussureggiante in cui forse un
giorno avrei trovato quell'uomo, quel bimbo, un segno, inutile, che
non avrei nemmeno potuto sfruttare.
Ero senza speranza eppure guardavo. Nessuno mi avrebbe mai potuto
vedere eppure aspettavo. Avevo ad un passo la chiave eppure non mi
decidevo.
Era lì, la libertà, in una scatola chiusa.
I Signori del Destino me l'avevano detto: in una scatola la chiave,
nell'altra la morte; in una scatola la libertà, nell'altra la fine
di una vita che non avevo avuto ancora il tempo di vivere e di
amare. Chiusi con me, nella mia stanza solitaria, uno strumento di
salvezza ed uno di distruzione.
Una scatola bianca ed una nera. L'antitesi archetipo di una scelta
obbligata. Una grande e cubica, l'altra piccola e sferica, due forme
contrastanti eppure intimamente collegate.
Stavano poggiate lì, nel silenzio quasi mistico di quella maledetta
cupola. Erano gli oggetti di una scelta che ero costretto a fare, ma
che non facevo. Ciò che sarebbe potuto essere un privilegio si era
rivelato invece una dura punizione, inflitta a me dai Signori del
Destino per aver condotto una vita troppo significante e creativa,
per non aver voluto credere che la felicità non esiste se non nel
sapersi accontentare, per non aver voluto seguire quella linea di
principio categorica e dura che fa essere gli uomini forti, per non
aver sempre accettato le cose per quello che si mostravano, per aver
sempre lasciato il beneficio del dubbio, per aver sempre creduto
nell'insicurezza e nell'incoerenza.
Per queste mie semplici convinzioni avevo attirato su di me
l'attenzione dei Signori del Destino che erano stati costretti a
punirmi per concedermi la giusta espiazione.
Questa era la volontà stabilita ed opporvisi, oltre che impossibile,
sarebbe stato anche inconcepibile.
Avevano deciso per me questa sorte ed una mattina di un anno fa mi
ero svegliato qui dentro ed avevo conosciuto i miei carcerieri.
Ero solo ormai da un anno e non avevo ancora deciso.
Aprire una scatola: un gesto semplice, elementare. Ma sarebbe stato
aprire per tornare alla vita libera o aprire per morire?
Nell'indecisione stavo trascorrendo un'esistenza vegetale, in attesa
di trovare il coraggio e la determinazione necessarie per compiere
l'unica scelta che, seppure totalmente casuale, avrebbe pur
determinato se io avessi dovuto o meno continuare a vivere, se il
mio cuore avesse battuto ancora molti colpi o solo l'ultimo.
Per mia sfortuna i Signori del Destino sapevano tutto di me,
conoscevano ogni angolo della mia personalità e del mio carattere,
ogni istinto sopito, ogni pensiero, ogni intenzione; sapevano bene
quanto odiassi l'immobilità, l'esistenza statica, quanto non
tollerassi l'assenza di emozioni, quanto per me l'indifferenza fosse
la più dura delle punizioni.
E conoscevano la mia concezione della vita, una vita fatta di
obiettivi da raggiungere, di idee da trasformare in realtà, di ogni
cosa che richiedesse una intensa partecipazione emotiva e razionale.
Tutto questo a Loro era noto e perciò la mia punizione era la più
dura.
Ma non erano cattivi, era il loro lavoro e non li odiavo per questo,
dovevano trovare la situazione il più antitetica possibile rispetto
al mio stato ideale; un compito difficile che richiedeva fermezza di
carattere per non indulgere in facile compassione e pietoso
umanitarismo, ma per eseguire nel modo più corretto e consapevole un
compito che pur qualcuno avrebbe dovuto svolgere.
Io ero lì, costretto a comprendere chi mi teneva recluso e ad odiare
chi non riusciva a decidere prontamente della propria vita,
crogiolandosi nella peggiore delle prigionie, senza avere la forza
di fare una scelta.
Ormai tra die ore sarebbe passato un anno e Loro sarebbero tornati.
Sarebbero tornati e mi avrebbero portato un regalo. Me lo avevano
promesso.
"Perché un regalo" mi chiesi nell'attesa "mi ero forse meritato
qualcosa che potesse alleviare la fatica della mia prigionia o si
trattava di una procedura normale?"
Non ne avevo idea, ma mai avrei creduto che un regalo potesse essere
peggiore di un dispetto.
Un rumore dietro alla porta: erano Loro. La porta si aprì senza
rumore.
Non tentai di aggredirli o di andar loro contro, forse avrei anche
potuto ucciderli, tale era la rabbia che avevo dentro, ma come sarei
potuto andare contro il Destino?
Rimasi invece immobile su me stesso, statico nel tempo e nello
spazio. I Signori del Destino erano entrati portando con sé una
valigetta di notevoli dimensioni ed io li salutai, senza fingere. Il
più alto con una zimarra rosso vivo dai bordi ricamati d'oro non si
curò affatto di me e si accostò al tavolo poggiandovi la valigetta.
Su quel tavolo si svolgevano i miei inutili pasti e portava su di sé
il segno dei miei vani tentativi di incidervi sopra, con il solo
strumento della disperazione, alcune lettere. Tutto era
irrimediabilmente antigraffio.
L'altro Signore, meno alto del compagno, dal copricapo più austero,
mi guardò e sorrise, come se capisse in quale stato mi trovassi e mi
compatisse. Ma io non volevo la sua compassione né altra pietà, era
mio il problema, ero io che dovevo scegliere da uomo razionale: o la
libertà o la morte, o scegliere e rischiare o morire di noia e di
inutilità.
Quando la porta si serrò alle spalle dei miei carcerieri, accantonai
per un attimo il problema e mi avvicinai al tavolo per scoprire in
cosa consistesse il dono che mi era stato portato. La valigetta se
ne stava sul tavolo lucidamente adombrata da un'aria di mistero che,
quasi fosse solida, non riusciva ad evaporare attraverso l'impianto
di condizionamento dell'aria situato nella sommità della cupola.
Mi avvicinai ed allungai una mano per aprirla, a quel gesto udii uno
scatto e la valigetta si aprì da sola, probabilmente per mezzo di un
meccanismo idraulico radiocomandato.
Il contenuto mi si parò davanti agli occhi in tutti il suo
splendore: era una tastiera musicale elettronica.
Timbri e registri variabili, 32 voci armoniche, accompagnamenti
prefissati o programmabili, quadrifonia per ciascuna voce, memoria
dei brani per un totale di dieci ore di registrazione, tasti per 8
ottave, memoria e digitalizzazione sonora: tutto quello che lessi
sul manuale era incredibilmente di più di quanto sarei mai stato in
grado di desiderare. Non avevo mai saputo suonare uno strumento ed
ero stato sempre troppo pigro per imparare, amavo la musica come
forma di comunicazione, ma non ero mai stato capace di sfruttarne in
prima persone le potenzialità. 91j3g7g9
Ora il tempo non mi mancava, avevo lo strumento e la volontà di
imparare. Un sogno, per la prima volta nella mia vita, stava
diventando realtà.
Tutto era meraviglioso e non mi fu possibile capire in che modo
questo strumento così sofisticato avrebbe potuto danneggiarmi. Così
avevano detto Loro, lasciandomelo - Questo regalo è come un coltello
la cui lama, se infilzata, rientra nel manico rompendolo e tagliando
la mano di colui che lo stringe.
Che il paragone fosse simbolico lo sapevo, ed erano stati loro
stessi a specificarlo, in quanto non avrei mai potuto ricevere dal
Destino alcun dolore fisico, ma solamente la morte come
rappresentazione estrema della vita.
Proprio nell'osservare quel dono mi accorsi che una improvvisa paura
si stava impossessando di me: distolsi lo sguardo cominciando a
camminare nervosamente per la stanza.
Ogni qual volta, completando il mio cerchio, mi trovavo a passare
accanto al tavolo la vista della tastiera generava in me una paura
sempre crescente. Non riuscii a fare nulla e per tutto il giorno non
potei toccarla.
Andai a letto al tramonto e feci sogni agitati.
La tensione mattutina e l'angoscia derivante dal disfacimento
progressivo degl'incubi delle ultime ore di sonno profondo si
tramutarono in una suadente melodia che dissolse lentamente le
immagini funeste tramutandole, secondo una tipologia ormai
affermata, in paesaggi fioriti e viali alberati mossi da una brezza
leggera e splendenti di una luce rifratta.
Aprii gli occhi e la musica svanì.
Per un'istintiva associazione di idee guardai la tastiera: giaceva
al suo posto, spenta e silenziosa.
Avevo sognato dunque.
Cercai subito di distrarmi, mi alzai per fare un po' di attività
fisica che conclusi con la doccia ed una abbondante colazione che mi
veniva servita (dietro mia richiesta tramite apposita tastiera)
attraverso uno sportellino.
Guardai fuori dalla cupola durante tutto il pasto.
Sentivo la fauna nascosta tra la vegetazione emettere le sue voci
più tipiche, ma nessun animale era mai caduto sotto lo sguardo
attento dei miei occhi, mai nemmeno un insetto.
Anche la foresta era immutabile: si muovevano le foglie, dondolavano
le liane, ma le gemme non maturavano ed i fiori non sbocciavano.
Sapevo come questo fosse biologicamente impossibile, ma capivo che
tutto faceva parte della superiore volontà del Destino a cui, come
ho detto, era inutile opporsi; non dovevo chiedermi il come od il
perché di quanto mi avveniva intorno, ma soltanto fare quella
maledetta scelta.
Durante le mie ore di osservazione del mondo esterno non pensai alla
tastiera che, tra l'altro, avevo coperto con un telo e cercai in
tutti i modi di dimenticarmene l'esistenza.
Passò un altro giorno e vidi persa la possibilità di aprire una
maledetta scatola. Andai a letto senza nemmeno la forza di
protestare contro la mia debolezza, addormentandomi, fortunatamente,
in un sonno tranquillo.
All'alba sentii nuovamente quella musica. Era sempre più dolce ed
attraente; mi avvolse completamente, anche se sembrava uscire più da
me stesso avevo una esatta percezione della sua provenienza.
Mi alzai lentamente dal letto senza aprire gli occhi (pensavo che in
qualche modo l'apertura delle palpebre e l'interruzione della musica
fossero collegate) e cercai di raggiungere il tavolo. Conoscevo alla
perfezione la mia stanza-cella e non mi fu difficile arrivarvi senza
né inciampare né sbagliare strada. La melodia si articolava nel suo
ritmo con le molte voci polifoniche fino a raggiungere, con un
crescendo di armonia e completezza, effetti musicali sconosciuti.
Non aprii gli occhi. Arrivai al tavolo, tastai con le mani in cerca
del telo e lo tolsi.
Aprii gli occhi e la musica cessò.
I suoni provenivano esattamente dalla tastiera e, quando la vidi
inerte ma luccicante di riflessi misteriosi, ebbi l'impulso
irrefrenabile di toccarla.
Essendo stato il mio risveglio così improvviso non si era ancora
riconcretizzata in me la paura per quello strumento a doppio taglio,
per cui mi fu impossibile resistere.
Toccai un tasto.
Come provenisse da un mondo remotissimo ne scaturì qualcosa di più
di una semplice nota musicale, fu un suono indefinibile per
complessità ed armonia, quasi una intera orchestra modulata sulla
frequenza di una sola nota.
Pur se l'effetto era stato tanto piacevolmente imprevisto, non ebbi
la forza di toccarla nuovamente e ritrassi la mano.
Avevo molto probabilmente compiuto un gesto fatale, ma non me ne
resi conto immediatamente; avevo assaggiato di nuovo quel tipo di
vita ricco e attivo per il cui miglioramento era bello e giusto
combattere. Volevo tornare a vivere un'esistenza capace di darmi
grandi soddisfazioni ed il toccare nuovamente la tastiera fu il rito
che mi iniziò a questa nuova dimensione esistenziale.
Avevo trovato nella mia prigionia il modo non solo per rimandare ma
addirittura di annullare il problema della scelta: ero felice come
mai prima di allora. La voglia di scoprire, di conoscere, di
rivivere era troppo grande e, un tasto dopo l'altro, presi
confidenza con lo strumento della mia rinascita.
A mano a mano la musica si impossessò di me e diventò come una
droga, non ne potevo più fare a meno: suonavo tutto il giorno e
anche parte della notte, quando la luna mi permetteva di scorgere i
contorni della tastiera che, per altro, conoscevo così bene da
poterla suonare perfettamente anche nella più totale oscurità.
Un mattino, dopo aver suonato per tutta la notte, mi resi finalmente
conto che era proprio la mia dipendenza da quello strumento a
determinare il lato negativo del regalo; ma come ciò avrebbe potuto
danneggiarmi non riuscii a spiegarmelo.
Ben presto anche questa preoccupazione finì per abbandonare i miei
pensieri, così come avevo fatto con il problema delle scatole da
aprire: la musica era il riempitivo e la sostanza stessa della mia
esistenza.
Suonavo e suonavo, creando melodie fantastiche, producevo effetti
spettacolari, sintetizzavo interi concerti e sinfonie, mi lasciavo
rapire dalla musica e la cavalcavo nel suo proliferare
inarrestabile. Ero entusiasta e tutta la cupa visione della vita che
mi aveva accompagnato fino a quel momento per più di un anno era
ormai interamente svanita in questo incredibile spettacolo musicale.
Ero l'artefice del mio futuro, mi pareva possibile costruirlo pezzo
a pezzo, nota su nota.
E così passarono i giorni, e la mia perizia si accrebbe; così
passarono le ore, e la mia arte si perfezionò; così passarono i
minuti, ed un desiderio si formò dentro di me. Volevo mostrare la
mia abilità ad un pubblico che non consistesse solo in me e nella
mia solitudine.
Diventai così grande in quest'arte che passò un'altro anno e non me
ne resi conto.
Non volevo uscire solo per dar mostra della mia abilità, volevo
rivedere le persone che avevano pur determinato parte della mia
felicità; non mi importava di essere il migliore ma solo, avrei
preferito mille volte di più essere l'ultimo della terra ma libero.
Era passato un'altro anno ed io ero sempre nella stessa situazione.
Ma lo ero poi davvero?
Allo scadere del secondo anno giunsero i Signori del Destino,
vennero allegri e portarono un'altra scatola.
Li guardai incuriosito mentre trascinavano all'interno della cupola
un contenitore verde a forma di tetraedro. Il Signore più alto
afferrò con una sola mano la tastiera e, al mio gesto in avanti,
corrispose solo una nebbia densissima ed un'intenso dolore al collo.
Credo di essere caduto per terra.
___ ___ ___
Non ricordo quanto tempo passò, ma al mio risveglio Loro non c'erano
più. La tastiera non era più sul tavolo e, quando vidi che una terza
scatola (verde) era stata affiancata alle altre, capii tutto in un
attimo: mi avevano incastrato.
Ero di fronte ad una scelta obbligata: o la musica o la libertà o la
morte.
La sola idea che la mia scelta potesse essere dettata non dalla mia
volontà, ma da un bisogno fisiologico o comunque fuori dalla sfera
razionale, bastò per farmi ribellare a questa nuova imposizione,
alla violenza che di nuovo si esercitava sulle mie aspirazioni; e
decisi che avrei trovato il modo per superare la crisi d'astinenza
che già sentivo nascermi nel sangue.
Ordinai subito da bere e cibo in abbondanza. Le pietanze uscirono
prontamente dalla fessura. Ebbi un sospiro di sollievo nel vedere
come non fossi ricattato anche sul piano della sopravvivenza fisica,
ma del resto questo sarebbe stato contrario al regolamento della mia
prigione: avrai tutto ciò di cui hai bisogno per vivere come un
essere vivente, tranne ciò che ti permetterà di vivere come Essere
Umano.
Cominciai a mangiare.
Dopo i primi bocconi mi accorsi che con le posate battevo il ritmo
su piatti e bicchieri, che masticavo a ritmo e vedevo in ogni
alimento sinfonie di sapori, suoni e immagini. I piedi cominciarono
a battere a terra, aprivo e chiudevo le ginocchia, canticchiavo,
intonavo motivetti: ero invasato dalla musica e di certo "quel" cibo
non era "il" vero cibo di cui avevo bisogno.
Mi alzai di scatto scaraventando a terra la sedia, rovesciai il
tavolo e aprii il rubinetto della doccia sulla posizione "molto
fredda". Andai sotto l'acqua gelida così vestito com'ero. L'attacco
isterico passò, portandosi con sé ogni proposito di sfuggire il
problema e decisi di pensare seriamente ad una scelta "definitiva".
Dove avrei trovato la morte?
Ora le possibilità erano tre, ma avevo ridotto il rischio di morire
ad un terzo? Avevano cambiato i contenuti delle scatole o no?
Dov'era la tastiera, nella scatola verde forse?, o sarebbe stato
troppo logico? Chi mi garantiva, poi, che rientrasse tra le
alternative; e se avessero aggiunto un nuovo strumento di morte? Non
sapevo nulla.
Per la prima volta in tutto questo tempo avevo rivolto l'attenzione
su di essa.
Sarebbe stata immediata o avrei sofferto una lenta agonia, sarebbe
stata indolore o sarei stato torturato fino alla fine? Si sarebbe
trattato di una morte certa o sarei rimasto mutilo? Era una morte
fisica o psicologica? E comunque, a parte tutto, da cosa sarebbe
stata provocata?
Questi ed altri interrogativi affollarono la mia mente dopo la
venuta dei Signori del Destino, alternandosi in una altalena di
ipotesi, intuizioni e paure. La mia mente era così impegnata da
immagini di morte e stratagemmi per salvarmi, che stavo perdendo
rapidamente di vista l'obiettivo che mi ero proposto.
Passai tre giorni insonni alla ricerca della soluzione ed essa,
silenziosa alla fine, giunse.
Avrei aperto una scatola prendendo tutte le precauzioni possibili
per poter sfuggire ad una eventuale morte. In fin dei conti avevo
una probabilità su tre di morire e, se avessi trovato la tastiera,
avrei potuto rimandare nuovamente il problema, o forse le cose si
sarebbero messe in maniera diversa.
Quale aprire? La scelta non poteva basarsi che sulla logica: l'unica
scatola grande a sufficienza per contenere la tastiera. Quella
bianca.
L'aver scelto mi rese molto più felice ed orgoglioso di me stesso e,
comunque fosse andata, non me ne sarei pentito (ovviamente).
Mi diedi subito da fare affinché le mie idee e gli stratagemmi
immaginati divenissero realtà, pur con i limiti delle cose che avevo
a disposizione.
Presi la scatola prescelta avendo cura di non far scattare
inavvertitamente il dispositivo automatico di apertura (e con il
cuore in gola che batteva all'impazzata non fu facile) e la misi nel
punto della cupola diametralmente opposto alla porta; sistemai le
altre scatole accanto all'uscita nel caso avessi avuto potuto avere
il tempo di vedere con anticipo sufficiente lo strumento di morte
prima che sortisse il suo effetto, così da poterle aprire
rapidamente per prendere la chiave; era una possibilità remota, ma
non potei non tenerla in considerazione.
Ordinai una quantità inverosimile di cibo e bevande di tutti i tipi
per circondarne la scatola (nel caso contenesse un'ignota specie di
animale voracissimo); raccolsi tutti i mobili di cui disponevo
mettendoli tra la scatola e la porta in una sorta di trincea dietro
cui difendermi in caso di esplosioni; aprii i rubinetti dell'acqua
allagando il pavimento per evitare incendi; legai, con un filo
ricavato dalla mia giacca, il meccanismo di apertura della scatola
per poterne provocare l'apertura da dietro la barricata; mi infilai
dei tamponi nel naso e nelle orecchie per combattere gas tossici o
rumori assordanti; sistemai lo specchio accanto alla scatola per
poterne vedere il contenuto anche a distanza; mi avvolsi dentro le
coperte isolandomi dal pavimento con lo sportello che avevo divelto
dall'armadio; mi bendai gli occhi per proteggermi da luci acciecanti,
pronto però a togliere la benda nel caso non fosse quello lo
strumento prescelto; insomma avevo previsto tutto il possibile.
Rimaneva l'impensabile ed il pazzesco a cui, nonostante tanta
prigionia, non ero ancora arrivato.
Il momento era giunto.
C'era in me una sensazione assai contrastante tra l'emozione per un
possibile successo ed il terrore per la morte. Ma questa era l'unica
via: scegliere.
Mi appostai dietro la trincea, attesi di avere il coraggio
sufficiente, mi ranicchiai nel mio nido e tirai il filo.
Silenzio, nessuna esplosione, nessuna luce acciecante.
Mi tolsi subito la benda. La scatola era aperta, ma non si scorgeva
il contenuto. Mi tolsi i filtri dal naso: niente odori.
Né animali né sostanze viventi: nulla.
Non mi riuscì di capire se il battito cardiaco che mi tuonava nelle
orecchie derivasse dalla paura di una morte prossima o dalla gioia
di una libertà imminente.
Mi avvicinai cautamente, tanto lento quanto pronto a balzare dietro
la trincea se ce ne fosse stato bisogno. Non mi accorgevo nemmeno
del movimento, tanto era frenato.
Guardai dentro la scatola.
Vi era, incassato in un'apposita sede rivestita di velluto rosso, un
piccolo scatolino nero con su scritto, accanto ad un pulsante rosso,
"PREMERE PER APRIRE PORTA".
Non era possibile! Ce l'avevo fatta, non resistetti più in me
stesso, tanta era la gioia di essere riuscito ad indovinare la
scatola giusta: ero orgoglioso di me, mi amavo.
Saltando per tutta la cupola, cantavo gridavo correvo ero felice ero
libero. Urlai così forte che mi parve di poter rompere il cristallo
della cupola contro cui, in precedenza, avevo tirato invano ogni
oggetto che avessi sotto mano. Ora ero libero e sarei potuto tornare
nel mio mondo e ricominciare da capo una nuova vita, finalmente
libera dalla presenza del Destino, di cui essere l'unico arbitro,
capace di scegliere da solo e di sbagliare (se del caso) non in base
ad una Volontà predeterminata, ma con la Mia volontà.
Sguazzai nell'acqua prendendo a calci tutto ciò che avevo usato come
barriera: avrei potuto riabbracciare i mobili della mia casa e
finalmente scrivere e leggere.
Libero, come mai si era sentito un uomo.
Per poco non urtai anche le altre scatole che giacevano inerti
vicino alla porta. Le odiavo, ma non avrebbero più potuto farmi del
male.
Più tardi mi calmai, mi sedetti su ciò che era rimasto del letto e,
sorseggiando l'unica bottiglia di Champagne che avevo a
disposizione, mi pregustai l'uscita.
Volevo assaporare ogni attimo della felicità che mi derivava
dall'essere finalmente libero dopo due anni di prigionia; avevo
trovato la forza per decidere ed avevo vinto. "Il Destino non
colpisce mai due volte." Pensai tra me. Per rendere più dignitosa la
mia uscita feci un pisolino sui rottami del letto, poi, al
risveglio, mi lavai e, indossato un vestito pulito, mi accinsi a
premere il pulsante rosso.
Che cosa avrei trovato fuori, come avrei raggiunto un centro
abitato, come mi sarei nutrito?
Non fecero a tempo a comparire quei problemi che la mia grande gioia
li ricacciò via: meglio morire di fame, da solo a mille chilometri
da casa che vegetare lì dentro prigioniero del Destino e di me
stesso.
Premetti.
- Clack - la serratura scattò.
La porta si aprì scivolando lateralmente senza fruscio: la mia
libertà era, adesso, una tangibile realtà.
Attraversai il corridoio che conduceva all'esterno e, con grande
stupore, constatai di non trovarmi affatto in una foresta vergine,
bensì l'unica vegetazione consisteva in qualche sparuto albero nel
cemento del mio quartiere; la foresta ed i suoi suoni erano solo
immagini fittizie e nastri registrati: intorno a me c'erano i
semplici rumori della mia città, una tranquilla metropoli come tante
altre.
Ville e grattacieli, automobili e strade.
Il clacson delle auto era un barrito d'elefante e lo stridore dei
freni il grido delle scimmie: non era come avevo sempre creduto che
fosse.
L'aria era pesante.
Mi trovavo nel parcheggio accanto allo stadio, intorno alla cupola
una recinzione in plexiglass impediva a decine di persone armate di
binocoli, telecamere e teleobiettivi di riprendere troppo da vicino
il panico che si leggeva sul mio volto. Ridevano di me e mi
additavano, sghignazzando per la mia sorte.
Qualcuno vendeva gelati.
Feci qualche passo lungo il vialetto che portava al cancello e mi
accorsi che un gruppetto di persone (sembravano giornalisti) stava
facendo altrettanto, alla testa del quale stavano due signori
vestiti di rosso con uno strano cappello sotto braccio.
I loro visi sorridenti e soddisfatti, gli sguardi impegnati dei
cronisti, l'aria pesante della calura estiva e la grande paura che
mi stava portando via mi fecero girare indietro a guardare la
cupola: era trasparente, completamente trasparente.
Vidi la mia stanza messa a soqquadro, il mio letto distrutto, la mia
toilette, il cibo, le scatole e tutto il resto.
Avevo costituito per più di due anni uno spettacolo avvincente per
concittadini pieni del sadismo endemico dei deboli frustrati, per
turisti curiosi e desiderosi di riportare in patria un buon
repertorio della principale attrazione del secolo, per mamme buone e
generose che, sotto le mentite spoglie della loro ala protettrice,
nascondevano il desiderio di veder soffrire per poi ingigantirsi e
consolare.
Provai un profondo ed invincibile odio per l'umanità e per tutti i
suoi componenti.
L'istinto mi guidava di nuovo verso la cupola che mi aveva fatto da
carcere per tutto quel tempo, lo assecondai.
L'orda di giornalisti e di grandi personalità era vicina.
La vita in quel mondo non aveva più senso per me, ero stato
ingannato più di quanto mai un essere umano possa esserlo; non sarei
mai potuto ritornare libero dopo essere stato costretto ad
imprigionare me stesso ad opera della curiosa violenta aggressiva
crudeltà del genere umano.
Decisi di aprire le altre scatole dove avrei trovato la mia unica
salvezza: la morte.
Morire sarebbe stato comunque meglio che sopportare una esistenza
dopo essere stato svuotato di me stesso. Avrei trovato nella
dimensione dell'eterno oblio l'unica soddisfazione: quella di non
appagare la stessa curiosità che mi aveva condannato a quella
prigionia. Avrei anche scoperto quale morte il Destino (se poi
esisteva davvero) aveva stabilito per me: e questa sarebbe stata
l'ultima libera scelta che avrei potuto fare.
Aprii la scatola bianca.
Era vuota, terribilmente ed ingiustamente vuota.
Mi gettai su quella verde, prima che la folla potesse raggiungermi.
Vuota, disperatamente ed ingiustamente vuota.
Solo allora capii che aver trovato ciò che io ritenevo la salvezza e
la libertà consisteva invece nella peggiore condanna: quella era la
morte che mi era stata assegnata.
Vivere.
La cupola, che aveva costituito per me una barriera verso la libertà
e la vita, era invece l'ultimo baluardo che mi proteggeva dal
peggior nemico di ogni uomo: gli altri.
La folla mi raggiunse e mi annullai in essa. "
Marco Cassiano
Appunti di un
addio
Le luci del palazzo in fondo alla strada. Dalla finestra della
terrazza le accarezzo con lo sguardo. Cerco l’ispirazione in quelle
immagini surreali, sfumate dalla foschia e sfigurate dall’ombra
delle nuvole. Poi irrompe il rumore della porta di casa.
Anna è appena entrata di corsa, si è diretta in cucina, ha aperto il
frigo e ha agguantato una lattina di birra. È successo qualcosa.
Quando una donna si apre una birra da sola, allora preparati al
peggio.
Silenziosa compare in salone, si ferma in piedi al centro esatto di
un tappeto rosso che mi hanno rifilato lo scorso anno in Turchia.
- Basta, me ne vado…Non ce la faccio più a vivere con te!-
D’accordo, fin qui siamo alle solite frasi da telenovela, un po’
costruite, poco fantasiose e, se vogliamo, anche un po’ irritanti.
- Guardami ti prego, dimmi se ho la faccia di una contenta di questo
tipo di vita!?-
A questo punto le donne di solito ti spiazzano, perché ti
costringono a intervenire quando tu ancora devi riprenderti dallo
scossone iniziale. E lo fanno con una domanda-affermazione,
innovativa formula sintattica inventata dalle donne che vogliono
inchiodarti a qualcosa, una loro emozione, un loro malessere, un
loro sentimento, che tu non hai saputo cogliere.
Non sarò fisiognomico, ma a me sembra che abbia la stessa faccia che
aveva due ore fa quando è uscita o addirittura la stessa espressione
di quando ci siamo messi insieme quattro mesi fa. Già non era felice
a quel tempo? Allora che bisogno c’era di aspettare quattro mesi,
trasferirsi a casa mia e soprattutto darmi sempre la buonanotte
sussurrandomi «ti amo», prima di confessarmi che non era felice.
Inoltre, cosa intende con l’espressione «questo tipo di vita»? Lo so
che forse ora è inopportuno soppesare troppo le parole, ma io
all’italiano come strumento di espressione comunicativa ancora ci
credo. Ti stai laureando in lettere, vivi da tre mesi con uno
scrittore abbastanza conosciuto e apprezzato, che può permettersi l’attichetto
in centro, che ti porta a cena al ristorante alla moda, ma con il
quale puoi parlare anche di questioni sociali, che conosce perfino
il problema dei rifugiati birmani lungo il confine con la Thailandia
e che ora ti osserva cercando di abbozzare un sorriso comprensivo e
disteso.
Ma lei, di fronte a questo sorriso comprensivo e disteso che forse
non è uscito granchè bene, si incazza. Mi vomita in faccia una serie
di miei comportamenti raccapriccianti, da denuncia al tribunale dei
diritti dell’uomo, accusandomi nell’ordine di:
1) troppi silenzi
2) troppe chiacchiere inutili
3) chiodo fisso sul fare l’amore
4) pochi preliminari
5) indifferenza per i suoi problemi personali
6) eccessiva preoccupazione per i suoi problemi personali
L’unica cosa che le potrei contestare con decisione è l’accusa di
pochi preliminari. Sempre amati i preliminari. Per il resto
sinceramente non saprei proprio come rispondere a una lista di
contraddizioni. Mentre lascio che qualche pensiero si organizzi tra
il mio cervello e la bocca, lei cambia improvvisamente le carte in
tavola. Alza la voce, prende dalla libreria un mio libro e lo sbatte
per terra. Molto teatrale e simbolica la scena. Deve averla studiata
per settimane. Poi si siede sulla poltrona, in un sorso si finisce
la bottiglia di birra, mi guarda e mi chiede scusa.
L’aspettavo proprio a questa curva. Secondo i miei calcoli, ora
dovrebbe iniziare la seconda fase. Dopo la sfuriata iniziale,
emotiva e un po’ irrazionale, si passa alle vere ragioni della
decisione, elencate con toni molto più soft.
- Dov’è che stava il libro?-
Sta addirittura raccogliendo il mio libro, questo non me lo sarei
aspettato. Si china a cercare l’accendino nella borsa e si accende
una sigaretta.
- Andrea, mi dispiace, ma forse è meglio che ci lasciamo adesso...-
Meglio per chi? Per me, per te, per noi, per l’umanità?
- Non vorrei che mi fraintendessi, con te ho passato quattro mesi
indimenticabili...dico sul serio. Tutti mi dicevano che ero
cambiata, sembravo finalmente felice dopo il periodo di depressione.
Ti ho conosciuto ad aprile e nel giro di pochi giorni mi hai
conquistata, sei riuscito a cancellare il ricordo del mio ex che mi
stava logorando. Ma questo lo sai già, ne abbiamo parlato spesso di
quanto sei stato importante per me. Io a Daniele non ci ho più
pensato, neanche lontanamente, e mi veniva quasi da ridere al solo
pensiero che per mesi non ho fatto altro che rivivere nella mia
mente i quattro anni passati insieme a lui. Non sono mai riuscita ad
accettare la sua partenza, quel suo ciao così glaciale sulla porta
della mia camera. Una merda, ecco come si è comportato nei miei
confronti, eppure io ogni giorno continuavo a cercarlo in ogni
angolo di Bologna, sperando anche di incontrare uno che gli
assomigliasse solamente...-
Frasi già sentite. Ma stavolta stranamente hanno un tono nuovo. Dove
vorrà arrivare?
- Con te ho passato quattro mesi bellissimi-
Ancora...ho capito. Mai guardato le corse automobilistiche, eppure
mi sembra di assistere ad una di quelle gare infinite nelle quali le
macchine girano, girano e rigirano e non vedi l’ora che un tipo
buffo vestito da arbitro di pallacanestro sollevi la bandiera a
scacchi. A quel punto tutto assume un senso preciso.
- Però due giorni fa mi è successa una cosa che non posso
trascurare...-
Mi sa che il tipo buffo sta preparando la bandiera a scacchi.
- Ho incontrato Daniele...e non per caso. Mi ha telefonato
chiedendomi di vederci. Era appena tornato dagli Stati Uniti e aveva
bisogno di parlarmi. Ci siamo visti al bar dove facciamo sempre
colazione io e te -
Questa mossa poteva anche risparmiarsela. Ci saranno duemila bar a
Bologna e lei dove va? Al nostro preferito con il suo ex-uomo. Che
sensibilità...
- Non è successo nulla...tranquillo, siamo rimasti al bar e non sono
andata a casa sua. Tanto lo so che voi uomini pensate subito a
quello, preferite che la vostra donna sia innamorata di un altro,
basta che non ci vada a letto -
Mi inchino di fronte a questa eccelsa espressione della filosofia
femminile. Queste sarebbero le conclusioni dei discorsi logorroici
che fate quando vi chiudete per ore a casa tra amiche. Allora
preferisco le sincere discussioni maschili da spogliatoio vertenti
solo su tette e culi.
- Abbiamo parlato un’oretta, niente di più. Poi ci siamo lasciati
con un innocente...ci sentiamo-
La mia donna ed il suo ex si bevono un thè e si lasciano dicendosi
«ci sentiamo». E allora?
- Vedi, il problema in effetti non è il ritorno di Daniele dagli
Stati Uniti. Il vero problema sono io...-
Iniziavo a supporlo.
- Quando lui mi ha chiesto se stavo insieme a qualcuno, sai cosa gli
ho risposto? NO. Secco, senza titubanza alcuna. Capisci che non è
normale… -
In effetti non è normale. Ma valla a trovare oggi la normalità.
L’altra sera esco con un mio amico, mi porta in un nuovo locale in
centro, mi dice che c’è una cameriera che lo guarda sempre, che gli
sorride, che ammicca. Ci sediamo, dopo un po’ lei arriva. Naso
aquilino, piantagione di brufoli in viso, sguardo perso nel vuoto,
sorriso ebete da un paio di neuroni al massimo. Ordino una vodka
lemon con ghiaccio. Tre volte l’ho dovuto ripetere, è pure sorda. Mi
guardo Alessandro, gli ricordo che è felicemente fidanzato da tre
anni con Giulia, una ragazza splendida che tutta Bologna gli
invidia. Risposta di Alessandro: «Eppure io questa me la farei
proprio e chi se ne frega di Giulia». È normalità questa?
- Io non lo so, non riesco a capire cosa mi sia preso, pensavo di
averlo ormai dimenticato, Daniele per me non era più nulla…-
Frasi, frasi, frasi. Insieme di parole che mi passano vicino, le
vedo dirigersi verso la camera da letto, sembrano anche loro stanche
di tutta questa discussione. Vuoi andare via? Vuoi lasciarmi per
tornare con Daniele? Va bene, dimmelo e chiudiamo finalmente questo
teatrino.
- Ho deciso…torno da Daniele-
Come torni da Daniele?! E io ora che faccio? No, ti prego, non mi
dire che mi tocca chiudermi in casa con bottiglie di vino e
collezione di dischi di quel depresso di Nick Drake. Non mi va, è il
mese di settembre più bello degli ultimi dieci anni a Bologna e tu
devi proprio rovinarmelo così. Ieri ho preso la moto, sono andato a
fare un giro in collina fuori città. Mi sono fermato in un campo di
girasoli. Guardavo le nuvole e assaporavo gli odori. Il vento non mi
accarezzava i capelli, sarebbe stato troppo da pellicola americana,
ma era tutto così bello, ogni cosa era al suo posto. Tu non c’eri.
Ho preso il mio quaderno, quello con il gatto nero in copertina che
non ti è mai piaciuto, ho schizzato un paio di frasi e mi è anche
venuta l’idea per un nuovo libro dopo un po’ di mesi che non scrivo.
Circa quattro mesi per la precisione. Che coincidenza, vero? Volevo
cominciarlo oggi, il nuovo libro, poi siete piombati in casa tu e i
tuoi giramenti sentimentali. Sai che ti dico? Vuoi lasciarmi? Allora
fallo in fretta che ho voglia di ricominciare a scrivere.
Prendo un po’ di vocaboli dall’emisfero destro del cervello e glieli
regalo.
- Te ne vai così?...Ma...-
Mi bastano quattro minuscole parole, un punto interrogativo, sei
puntini di sospensione e una congiunzione avversativa per farti
credere che mi dispiace, che fra un po’ scendo a comprare il vino e
i cd di Nick Drake e che già sto sfogliando a mente l’agendina con i
numeri dei miei amici per chiamarli e farmi aiutare a curare la
profonda ferita lasciata dal tuo addio.
A te invece è servita una moltitudine sconfinata e disordinata di
parole per dirmi quello che già sapevo dal primo giorno che ti ho
conosciuto e cioè che saresti tornata dal tuo ex. Non avrebbe
proprio funzionato tra noi - penso - mentre da dietro ti osservo
piegare i vestiti nella valigia. "
Antonio Deruda
Parodìa
mitologica- astrologica: Di
dove viene fòri il segno del Sagittario?
Cornide, lo dice il nome stesso, tradì Apollo ( con varcuno brutto,
perché il più bello era lui).
Apollo s' imbestialì e l’ ammazzò senza pensacci dù vorte. Però gli
dispiacque il fatto ch’ era incinta, e la sventrò per salvà il
figliolo. Dal 1° parto cesareo della storia nacque Esculapio. Il sù
babbo, decise di fallo cresce dal centauro Chitone, per fallo
diventà istruito. Perchè ver centauro era un pozzo di scienza della
medicina, e dell’ erbe. Col tempo però Esculapio diventò più bravo
di lui, e inventava a tutto spiano cure per i malati. Diventò famoso
dappertutto. Dicevano ‘he resuscitava anche i morti. Allora Giove,
che comandava tutto lui, nero dalla rabbia, lo furminò. Ma ormai era
‘osì importante, ‘he tutti lo ‘onsideravano ‘ome un Dio e lo
raffiguravano con l’ alloro in testa e il caducèo in mano. In sù
onore gli fecero addirittura 200 templi , e lì, c’ andavano a
pregallo.
Poi successe 'he scoppiò la peste a Roma e nessuno sapeva ‘osa fà:
inviarono allora un gruppetto di capoccioni nella città d’ Esculapio
per interrogà l’ ora’olo d’ Apollo.
Apollo gli disse ai Senatori di mette una statua del sù figliolo in
città, per proteggìla.
Poi si sa ‘he la mitologia deve inventassi parecchie ‘ose: allora
pare ‘he Esculapio si trasformò in un serpentello e montò su una
nave che andava verso le foci del Tevere, e mentre risaliva il
fiume, vando arrivò all’ isola Tiberina, la volle fermà e ripiglià
l’ aspetto del Dio. Fatto sta ‘he la peste finì: l’ aveva guariti
tutti.
Il centauro che era dimorto ‘ontento del figlioccio, nel frattempo
era invecchiato e un ce la faceva più. Gli disse a Giove di regalà
la sua immortalità al su’ ami’o Prometeo, perchè un ne voleva più
sapè di 'ampà dell' altro. Giove gli disse ‘he l' andava bene, ma la
gente un lo doveva dimentìà, e allora decise di trasformarlo nella
‘ostellazione del Sagittario.
Liliana Lorenzi |