In questa pagina potete leggere i seguenti racconti :

 

Umile storia della superbia - Madcap laugh - Una creatura è passata prima di me - Le mie zebre  - 
Alvaro - Le donne con il pollice acceso - Girotondo di stagioni - Vita di uno strano seme -
I signori del destino - Appunti di un addio - Parodia mitologica/astrologica

 


                                                 UMILE  STORIA  DELLA  SUPERBIA

Ripercorrere la sua vita è come ripercorrere la mia. Era un uomo pacato, di giudizio e di riflessione. Non aveva mai cercato un'emozione forte, nemmeno quando al fronte gli si era presentata l'occasione di un'impresa eroica, nemmeno quando poté approfittarsi della moglie, bellissima, di un altro celebre scrittore. Era corretto, ma anche vigliacco.
La prima volta che lo incontrai era vestito sobriamente, e nulla mi fece capire che dietro quel viso composto, illuminato da un raggio discreto di sole, si nascondesse un mostro. Non lo riconobbi subito per il semplice fatto che non esistevano sue foto o suoi ritratti sui giornali, né era mai apparso in televisione: una fugace intervista radiofonica era l'unica testimonianza che aveva lasciato ai posteri, oltre naturalmente la mole, eterogenea e vastissima, dei suoi libri. Quando si presentò, quasi scusandosi per la celebrità del suo nome, lo fece come al solito con un sorriso ambiguo, provocatorio, che otteneva quasi sempre un lieve moto di sorpresa nell'interlocutore, che rimaneva con le sopracciglia alzate e con lo sguardo fisso.
La nostra amicizia si dipanò, costante e sotterranea, per diversi anni, anni di cui non mi sento di parlare perché, rivedendoli ora sotto altra luce, non proprio discreta, mi appaiono falsi e fuori tono. Perché la sua vita era stata come un preludio, una ricerca spasmodica della fama, una guerra tra le sue aspirazioni più nobili e la pura affermazione di sè.
Per conoscere un uomo basta vederlo una volta. Non c'è bisogno di scavare nella sua coscienza, visto che l'esistenza di questa è molto dubbia: gli occhi e la voce ci rappresentano mirabilmente in qualsiasi parlamento, e non v'è nient'altro che ci tradisca. Ecco, lui non avrebbe amato affermazioni di questo genere: aborro le analogie, diceva. Nei suoi libri non se ne trova una, a meno che non si voglia considerare come hapax legomenon l'insieme della sua opera.
I suoi occhi e la sua voce non erano di questo mondo. Anche quando non faceva nulla, la sua presenza ti incuteva rispetto, se non paura. Definirlo genio sarebbe stato legittimo nel secolo scorso, ma io stesso - che sono, mi hanno detto, il suo cinquantatreesimo biografo - non posso esimermi dal ritenerlo una persona carismatica e intelligentissima, che parlava con lo sguardo e vedeva le voci.
Desidero dunque lasciare nell'ombra la sua infanzia, la giovinezza trascorsa in America, i lutti familiari e la follia, incipiente ma sicura, della moglie; desidero tralasciare le sue opere, dalla prima poesia composta a quattro anni all'ultima serie di saggi sull'Utopia rinascimentale. Tranne una, una sola, l'unica incompiuta, che lui scrisse quando aveva trentun'anni, e che gli valse ugualmente la fama in tutta Europa.
E' un libello sui generis (ma tutti i suoi libri lo erano), dal taglio formalmente storico, che ripercorre la vita e l'opera di alcuni grandi uomini del passato da un punto di vista forse un po' bizzarro ma sicuramente fertile. Il titolo era: Umile storia della superbia.
Nient'altro che una serie di medaglioni - si schermiva lui - attraverso i quali la sua penna poteva divertirsi e mettere alla prova la propria erudizione. Niente a che fare con le Vite di Plutarco o con quelle di Svetonio, col De viris illustribus petrarchesco o di Cornelio Nepote, col Vasari o coi Patres di San Girolamo: la sua "umile storia" aveva piuttosto un piglio autobiografico, come se ogni personaggio fosse in qualche maniera l'incarnazione di un suo stato d'animo, cristallizzato dal piacere che prova un vanitoso davanti allo specchio.
Egli era tanto discreto in pubblico quanto sfacciato in privato, e questa ambivalenza non diminuiva la forza del suo stile, anzi la corroborava fino a diventare il nerbo vitale della sua stessa esistenza. Vita e stile in lui si guardavano dall'alto in basso a vicenda, come due poseuses che, ripresi nella stessa stanza dallo stesso fotografo, si ignorino volontariamente l'un l'altra, cercando al contempo di vedere la propria superiorità riflessa nella pupilla del fotografo.
La storia iniziava con Abramo (!) e avrebbe dovuto terminare con Freud, ma l'ultimo capitoletto non riguarda una personalità, bensì Le avanguardie artistiche, ovvero la superbia del caso. La presenza di Abramo si giustifica col fatto che, per definire la superbia, si deve necessariamente parlare del suo contrario, l'umiltà. Isacco diede a suo padre la possibilità di vivere la superbia dell'umiltà, che altri chiama obbedienza, oppure sottomissione.
Ho detto che questo non molto lungo excursus storico è al fondo un'autobiografia. E, come tutte le autobiografie, tanto più accattivante quanto più, dichiarandosi sincera, si rivela falsa. Un esempio tra gli altri, innumerevoli, riguarda la ricerca affannosa della fama da parte di Strindberg, che lui metteva in relazione diretta con le ricerche alchemiche. Anche il Maestro si era dedicato a suo tempo all'alchimia, ma fino a quando non lessi il capitolo in questione non mi era mai passato per la testa che avesse invocato le arti magiche per acquistare la gloria letteraria. Descrivendo il drammaturgo svedese descrive la sua giovinezza, persino nei particolari, un po' inquietanti e antipatici, del suo esoterismo. A me tale patto col diavolo non è riuscito, ed ora che sono vecchio tutto ciò che desidero è un passaggio sereno e senza traumi, nella solitudine più completa, rotta solo dal rumore amico delle pagine dei Suoi libri sfogliate da un vento veloce e distratto.

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Dovrei certo descrivervelo. Ebbene: la carnagione, i capelli e gli occhi castani, con le sopracciglia in fuga verso l'alto e il naso arcigno e arrogante, le mani da scimmia, la figura segaligna ma con un che di malato, simile alle larve lattescenti della mitologia romana. Non era alto, e di questo ha sempre sofferto; amava raccontare di discendere da una antichissima stirpe preadamita da cui sarebbe nato, un giorno, un nuovo messia. Più che ridere, emetteva eleganti e brevissimi rictus che parevano una tosse convulsa ma simpatica, unico tratto che lo rendesse benaccetto ai ricevimenti. Ad uno di questi, molti anni fa, ebbi modo di sperimentare su me stesso la sua inveterata ingratitudine: mi avvicinò tossendo (o ridendo?) e mentre mi stringeva la mano mi disse "Lei non ha capito un bel nulla, ma grazie lo stesso." Alludeva alla recensione del suo romanzo Le ceneri di Ley pubblicata a mio nome sul giornale del mattino. Mai avevo lodato un autore come in quel pezzo, anche se mi ero permesso di notare che il soggetto del libro (per tacer del resto) non era certo nuovo, anzi derivava addirittura da una lunga ballata irlandese del XII secolo.
Come abbia potuto diventare e continuare ad essere amico di un tipo simile resta un mistero, ma forse il desiderio di emergere, la possibilità, ancorché remota, di far appello allo scrittore più famoso del Paese e magari di divenire la sua ombra, solleticò il mio orgoglio. Presi a corteggiarlo, e tentai di dissuaderlo dall'irrevocabile decisione di non rilasciare interviste. Si reputava un intellettuale "puro". E, purtroppo, lo era sul serio.

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Amava le grandi battaglie, e quando fu costretto a delineare la superba personalità di Napoleone accadde qualcosa che lo sconvolse, che interruppe inesorabilmente le sue ricerche. Queste non erano più studi sistematici, ma ricordi, e non v'era nome, di località o di generale, che non gli scatenasse un ciclone tale nell'oceano dei pensieri da farlo tremare: dopo un po' la mano correva sul foglio senza alcun ausilio libresco, così, sulla base di ciò che la sua immaginazione, rivolta all'indietro come un cannone nemico conquistato, riusciva a ricordare. Conoscere è ricordare, certo, ma può mai la superbia divenire strumento di verità? Per dimostrare come superbia e preghiera scaturissero dalla stessa radice, il Maestro a questo punto fede una tortuosa digressione che, scritta in origine per definire una volta per tutte lo specifico filmico (a cui pur non riconosceva autonomia), fu adattata alla vicenda dell'imperatore francese. Di qui l'unico passo del Maestro che non sia chiaro e stilisticamente perfetto:

Pregare è ringraziare. Ringraziare è sperare. Pregare è sperare. Se la parola ha un qualche significato evocativo, in se stessa intendo, questo dev'essere immediato, assoluto, definitivo. Almeno quanto la mia preghiera. Mi interessa l'intreccio, il colore, il paesaggio solo se è in funzione del mito, del desiderio, della forma. Mentre ogni desiderio dell'occhio ha di particolare che non si appaga se non di ciò che già esiste, che già c'è, il desiderio della mente è soddisfatto solo dalle alternative astratte, dal divenire della coscienza: fingere è plasmare, ed essere unici, originali, vuol dire divenire unici, divenire originali.
E' possibile che la Verità possa trasmettermi lo stesso brivido estatico di un salmo cantato, di una rivelazione messianica, di un battito d'ali? Un uomo che studiasse (vale a dire, ricordasse) per una vita lo stesso libro non sarebbe meno saggio o appagato di colui che li avesse letti tutti. Io posso ricavare suggerimenti utili da una cosa qualsiasi, a patto di andare fino in fondo, ad nauseam, così come un lettore può divenire autore soltanto a patto di dimenticare tutti i libri precedenti. Il vero turista non si addestra sulle cartoline ma liberandosi di ogni nozione geografica o etnologica. E' un ricominciare continuo, all'infinito, inutile solo per chi non ama la vita. In questo senso, originalità vera è quella che si impossessa dell'eterno circolo dei sentimenti umani e li violenta ogni volta daccapo. Per far ciò, un Autore (ed anche Napoleone lo fu, se non altro di mirabili strategie) deve ritrovare la verginità, la purezza, la pienezza del vuoto, dell'assenza, del nulla. Ogni grande opera, come ogni grande battaglia, ricrea quella condizione in cui gli affetti primitivi si stemperano a poco a poco fino a confondersi con l'ambiente che li condivide, col dato fenomenologico di cui parlano i filosofi. Non importa se la parola e il cannone si scambiano i ruoli: lo scrittore e il generale si accorgeranno d'essere solo strumenti. Come certi caratteri orientali, che possono leggersi a diversi livelli a seconda della preparazione e della sensibilità di chi li interpreta, così la storia mostra cento esche su cui solo pochi Cerberi si scervelleranno. La superbia come enigma. La superbia come magazzino di scorie che per essere annientate vanno setacciate e vagliate oltre il lecito. Esse si dissiperebbero da sè se solo si pensasse alla prima ed unica funzione di ogni creazione: ritornare all'origine con la preghiera. Quando confronto la mia debolezza congenita con un paesaggio sublime, quando scrivo una lettera d'amore, quando combatto per un ideale (vero o falso che sia): io prego. Quando la "canna pensante" si crede unica nello stagno, quando il seduttore ostenta le sue conquiste, quando la pigrizia sociale induce alla retorica: io produco scorie, nocive agli altri e letali a me stesso. Produco superbia. A che serve rifarmi sempre e soltanto agli stessi concetti, triti e calcinati, se non a eludere l'eterna preghiera al fato, al destino, all'eterno ritorno? Il segreto sta nel togliere, non nel sovrapporre: il genio non si impegna mai allo spasimo, non strafà, poiché non è nella sua natura dimostrare, ma mostrare soltanto. Il finito si dimostra, l'infinito si mostra. Ciò che puzza d'eternità, puzza anche di qualcos'altro, e non è un caso che i grandi libri e le grandi battaglie si riconoscano dalla malinconia che sanno infondere negli anni o nelle generazioni a venire.

L'analogia del turista e quella dei caratteri cinesi mi erano sfuggite, ma questo dimostra una volta di più che la parola fine non è nel vocabolario della superbia: Dio può punire, certo, in vari modi chi s'inorgoglisce, cacciandolo dal paradiso (Adamo, cioè tutti noi), infettandolo di lebbra (Azaria re di Giuda) o facendogli assaporare sconfitte corrispondenti alle vittorie (Napoleone); fatto sta che essa serpeggerà sempre come un'illusione, come l'illusione perenne, il guado eterno di un eterno fiume. No, il superbo non attraversa un fiume a piedi, lui fa le cose in grande, vuole il cavallo baio che lo innalzi sui fanti. Il mio amico (lo chiamo così, lo sapete, solo per scrupolo linguistico, per sfogliare quel dizionario dei sinonimi che prenderebbe altrimenti inutile polvere), all'inizio del capitoletto su Napoleone, aveva osservato, condensando la tesi del libro, che le due concezioni sperimentate della superbia, quella di Sofocle e quella di Goethe, si elidevano a vicenda: il Creante dell'Antigone era perentorio nel credere che "non può fare il superbo, chi è soggetto ad altri", mentre l'Erittone dei Campi di Farsaglia era altrettanto convinto che
"Chi il proprio io non sa
guidare, gode di più a guidare
come superbia gli detta, la volontà del suo prossimo."

Qualcuno ha surrettiziamente arguito, viste le capacità profetiche dell'autore del Faust, che l'Apocalisse, scatenantesi in diverse fasi temporali a seconda dei gironi infernali da colpire, farà giustizia contro i superbi negli anni 7.015-17 dopo Cristo. Tale è infatti il numero dei versi in questione del poema goethiano, e una setta del genere merita un accenno se non altro per l'originalità.

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Parlare con lui era come ripetere all'infinito sticomitie antiche con parole moderne, e il suo sorriso non faceva trapelare nulla del suo terribile istinto di schiacciare gli altri. Gli bastava la battuta, l'intenzione, il cachinno nei casi disperati, e tutto era risolto. Le sue mani da primate gesticolavano poco, e solo per sottolineare alcuni aggettivi che non avrebbe voluto usare ma che gli erano necessari per non dilungarsi troppo nelle conversazioni.
L'abbrivio alle ricerche (ai ricordi) sulla piccola storia della superbia, a questa mascherata autobiografia, gli venne parlando con la sorella, che gli fece notare come un certo libro della scrittrice inglese Ivy Compton-Burnett riportasse molte battute che parevano rubate alle loro chiacchierate, ad esempio:

" LUI - La gente trova sempre qualcosa di cui
gloriarsi. Io non ci riesco.
LEI - E te ne glori. "

In un primo momento aveva pensato di inserire la Compton-Burnett nella lista del suo nuovo libro, ma poi si disse che per la Perdonabile storia della vendetta c'era ancora tempo. Con la sorella aveva rapporti freddi ma imparziali, come con un'allieva brava ma senza personalità. Le parlava di rado, e sempre con un certo riserbo. Lei lo ammirava, ma naturalmente di lontano, cercando di considerare la celebrità del fratello più come un incidente di percorso che come un giusto riconoscimento.
Lui era insomma una di quelle persone le cui qualità, prese a sè, non meritano certo nemmeno un cenno in una buona enciclopedia, ma l'insieme delle quali crea in chi le si avvicina un tremore arcano, accresciuto dal fatto che i suoi libri e la sua vita paiono sempre divergere nettamente: laddove la sua prosa è limpida e pulita, le sue vicende biografiche sono oscure e sordide, laddove la sua poesia è malata e morbosa, asettica e monotona si trascina la sua esistenza.
A una cena ufficiale (io ebbi modo di esaminarlo quasi solo durante questi riti mondani, del resto rari per lui) lo rividi mentre si accomiatava da un critico londinese con cipiglio inebetito, ancor scosso - così supposi - da quello che gli era stato detto. Mi sbagliavo, lui era lontano mille miglia dal nostro mondo, e niente poteva scalfirlo se non l'assenza totale di significato. Aveva alla sua sinistra la moglie del padrone di casa, uno di quei parvenus dell'industria che desiderano far parlare di sè attirando nelle loro dimore, al riparo da ogni flash, le personalità più in vista della cultura; ebbene, non le rivolse la parola per tutto il tempo, e si limitò a risposte monosillabiche contro gli attacchi, a dire il vero titubanti, della bella signora. Fissava me, invece, ed io ero talmente imbarazzato per lui che cercai inconsapevolmente di imitare il suo comportamento, diventando scorbutico e altero. Tale superbia repressa la manifestava in special modo quando si schermiva dagli assalti di critici o pettegoli. "Ho sempre ritenuto l'umiltà la virtù più perseguibile" era la sua difesa preferita, e l'ambiguità dell'aggettivo, tra il giuridico e il morale, tratteggia a dovere il suo carattere, che a volte seguiva la virtù e a volte la perseguitava.
Un giorno mi scrisse per indurmi a moderare la mia stima nei suoi riguardi e per strapparmi un appuntamento. "Strappare" è parola sua, stima no: usò "adorazione". Proprio così, e non per ipervalutazione di se stesso, ma perché allora, come ora, io lo adoro, e sento che parte di me tende a lui come il fiume al mare, come il fuoco all'aria e come un mancato scrittore al genio inarrivabile. Senza di lui io non avrei avuto ragione di vita, l'avrei cercata per il mondo inutilmente e con fatica, ma sempre avrei desiderato l'acqua della mia fonte originaria. Io vivo con lui e per lui, e lui ha bisogno di me. Se all'inizio mi tollerava, ora mi rispetta, e riflette un poco, prima di offendersi. E perché mai dovrebbe offendersi? Si adombravano gli antichi dei per i ringraziamenti reiterati degli antichi uomini? Per le loro scialbe preghiere? Per le suppliche aggressive che si involavano nel nulla? Rideva Napoleone dei suoi ufficiali?
All'appuntamento non andai, naturalmente. Non potevo rischiare di parlare al mio dio, a un dio sceso in terra che dissimula la sua diversità fingendo l'arroganza dell'umiltà, la boria dei santi, la fierezza della verità. Non andai, e anche oggi, che ricordo quegli anni con un tossicchiante e bonario sorriso, mi sento in pace con me stesso. Ricordarlo mi basta, e questo è tutto.

 Paolo Petitto

                                                           Madcap laugh

- ...è un fottuto mondo impazzito - digitava nevrotico con il mozzicone della sigaretta che gli pendeva dalle labbra, accovacciato in un angolo della stanza, sopra l'esiguo spazio di un palmare. 
- ...uno sporco fottutissimo mondo e niente più - concluse nel suo sincopato ed incessante scrivere lasciando scivolare il piccolo ritrovato digitale che tratteneva fra le mani in terra. Il suo sguardo parve, di colpo, essersi acquietato da una prepotente foga liberatrice che lo aveva a lungo inchiodato ad usare la tastiera. Ora era assente, svestito di quella violenta luce che lo incalzava sospingendolo in dure parole di rabbia. La sua pupilla aveva perso contatto con l'anima e si comportava come uno specchio, riflettendo il solo sguarnito scorcio che delimitava i confini del lato opposto della camera. Un vaso con dei fiori appassiti, il putrescente aroma che aveva invaso l'ambiente e moltitudini di cavi intrecciati in improbabili connessioni elettriche caratterizzavano lo statico panorama. La piovra che fuoriusciva dalle note di Octopus di Syd Barrett s'incarnò in quel groviglio di fili, a rappresentare la sua contorta mente divenuta inerte.
Si alzò, infine, rompendo quello sguardo fisso, liberandosi da un guscio larvale con movimenti ponderati ed incerti. Si percepì nell'ebbrezza di una farfalla che correva entusiasta verso la vita; dal cuore alla mente fu pervaso da un'unica profonda emozione ed iniziò, un passo dopo l'altro, a tracciare una danza lungo il perimetro della stanza. 
- i secoli non sono altro che istanti ed il tempo non è che un effimera invenzione per trattenerci nella gabbia della storia - realizzò con retaggi umani nella sua testa di colpo incarnata in quella di un evoluto, libero insetto. Quindi, roteando, distese le braccia aperte attraversando la stanza in un doppio circolo ad otto che simulava il volo. Lo sguardo divenne trasognato, inebriato d'inesistenti pollini che pullulavano dentro la sua mente e, di tanto in tanto, si approssimava al vaso contenente quei marcescenti fiori inalandoli intensamente.
Fu proprio durante uno di questi delicati approcci, fatti dello sfiorare appena con la narice gli essiccati petali che guarnivano ancora, per precario equilibrio, il calice, che cadde, estasiato, con le ginocchia in terra.
Si rannicchiò, raccolto, come fosse intento a recitare una preghiera, un puro e sincero ringraziamento al creato devoluto dal solo istinto. Modulava, costante, il labbro inferiore senza che dalla bocca fuoriuscissero suoni percettibili all'orecchio umano. 
Dal computer, prossimo al palmare scaraventato a terra e con il cavo ancora collegato in una delle porte USB del gruppo di memoria, si avviò un software precedentemente pianificato. Un breve script enunciava altre parole, ordinate ed incessanti, che cadevano, una sillaba dopo l'altra, come pioggia...

Oh dolcezza, libellula in volo
che vibra sul lago in fretta
e non conosce quell’orizzonte,
non veste gli occhi di effimeri confini;
stenta e talvolta cade, serena morte,
travolta d'insolita innocenza.


Mentre comparivano queste parole sullo schermo sopraggiungeva, cadenzato ed ossessivo, il costante rumore di un gocciolio fuoriuscito da qualche rubinetto che veniva amplificato nell'eco prodotta dalla nuda stanza. Un fastidio che avrebbe potuto incarnarsi in musica fin tanto da eseguire una lunga suite: Echoes dei Pink Floyd; così come lui, quell'uomo divenuto quasi farfalla, la lasciava scorrere nella sua mente.
Il suono, quell'umano, ultimo primordiale retaggio, si era fatto carne ancor prima di abbandonarci ad altre melodie, quelle delle fauci di famelici vermi. Lui, non esitò, ruppe il suo sarcofago di bruco, diede vita all'irrefrenabile puro idealismo di rinascere farfalla; raggomitolato, al suolo, fuoriusciva un ultimo conato di sangue dalla sua bocca. Giaceva immobile, iniziato ad una presunta fuga di resurrezione, in posizione fetale, come in un lungo abbraccio dove, più che rinascita e amore, restava, immortalato, solo un disperato ghigno di liberazione.

Enrico Pietrangeli
Diritti riservati 2002


                   Una creatura è passata prima di me

Una creatura è passata prima di me ma non mi ha lasciato nessun segno; non ci sono messaggi per me dal vento, soffia sui miei pensieri ma non è abbastanza forte da portarli via.
Rimango qui, solo in mezzo alla folla di una stazione, con gente che arriva e che parte.
Li vedo sorridere, sbuffare, imprecare o perdersi ma tutti hanno le loro valigie pesanti e io mi chiedo quale piccolo o grande fardello portano con sé.
Li vedo salire sui treni, i loro volti mutano espressione, c'è chi dorme in solitudine o chi sbircia dal giornale del vicino oppure chi arriva trafelato e non trova il biglietto.
C'è anche il controllore stanco che si trascina da una carrozza all'altra, pensa alla sua famiglia, alla sua bambina che lo aspetta per giocare e sorride …sa che qualcuno ci sarà sempre ad aspettarlo.
Io vedo il mondo aprire gli occhi a un'altra giornata di sole dal mio angolo e qualcuno mi urta il piede ….un bimbo si è fermato per osservarmi, mi punta il dito e chiede alla mamma come mai sono lì per terra. Il suo sguardo non mi vede, va oltre, trova la mia colpa, la mia disperazione, la mia miglior nemica, la morte.
Non posso spiegargli come è successo, come son diventato un fantasma di me stesso : la mamma lo trascina lontano dall'uomo nero che sono e io rimango ancora solo con le mie parole che mi piovono addosso come grandine.
Anche io una volta ero un bambino allegro, curioso e innocente; avevo riccioli biondi ed ero il piccolo principe della mia famiglia. Tutto mi era concesso, tutto mi era permesso…
qualche brutto voto, due o tre litigi un po' violenti, le gare in motorino con gli amici, la prima sigaretta. Tutto ma non fuggire alla normalità, alla quotidiana esistenza fatta di ordine e di regole.
Nessuno mi ha mai perdonato, i miei genitori si son chiusi in casa per sfuggire ai giudizi della società; mia nonna si è rassegnata solo quando le ho sfasciato la casa in cerca di denaro. Ho rubato loro il rispetto, la dignità, l'amore e i ricordi più belli vissuti insieme.
Niente mi bastava per saziare il desiderio di cambiare il corso di una vita già programmata.
Odiavo le leggi della comune convivenza, mi chiedevo perché bisognava costringere le persone a decidere. Perché non si poteva vivere nella confusione o meglio, nella totale libertà di fare più scelte; perché si aveva paura di cambiare idea ?
La mia testa era così piena di dubbi e di domande che il mio sguardo riusciva ad offendere
la coscienza pulita e normale di chi aveva deciso che la vita bastava così come era.
Mi sarei dovuto adeguare, accontentare ma io cercavo l'impossibile…non so nemmeno io cosa mi mancava ora che sono costretto a spostarmi da un posto all'altro con i miei stracci.
Forse volevo il cielo, la libertà, la potenza….volevo poter volare sfrecciando su campi di grano, sfiorare l'erba con le dita ….. sparare sulle teste di questi replicanti e urlargli il mio disgusto.
L'unica cosa che non volevo erano altre catene, altri sacchi sulla testa, altri condizionamenti soffocanti. E invece una sera come tante altre, sotto sempre lo stesso cielo e respirando la solita aria finta ho trovato la possibilità di vincere, di superare le barriere mentali e fisiche di tutti gli altri uomini. La mia ricerca finalmente aveva una soluzione allettante e poco faticosa.
Accettai la mia prima dose di libertà e mi ritrovai catapultato in un universo parallelo fatto di luci, strade aperte e nessuna inibizione.
Finalmente riuscivo a essere diverso dalla massa, non dormivo più e mi sentivo bene.
Lo sballo non mi bastava allora ho cercato altri paradisi artificiali, beffavo la vita con cocktails di sostanze e trovavo forza e energia ma anche fallimento e vuoto. Credevo di volare, di gestire la mia esistenza ma invece strisciavo sempre di più, continuavo a fare passi indietro.
Quando ti accorgi che anche tu sei uno schiavo come gli altri, tutto è già successo.
Hai perso la possibilità di fermarti a chiacchierare con un vecchio amico o di far giocare un bambino perché ora tu sei il diverso, sei zingaro nella tua città.
Il tuo mondo di plastica non ti consola più, vorresti recuperare quello che hai buttato alle fiamme, riacquistare tutto quello che hai svenduto della tua vita.
Ancora una volta ti senti oppresso, schiacciato da una forza invisibile che ti fa scordare qualcosa del tuo cuore e della tua anima in ogni parte della città.
Tutto il tuo voler fare e voler essere si dissolve in quella maledetto momento in cui accetti
la sfida con la morte.
Guardando gli occhi dei miei amici occasionali ho scoperto che siamo noi i replicanti, ci manca la luce della giovinezza che non abbiam vissuto, siamo tutti incatenati.
Avevo la libertà in pugno ma non l' ho riconosciuta …ora mi manca.
Lei è dentro di noi, è il nostro modo di affrontare la vita. E non bisogna scappare di fronte alla sofferenza o alla noia : dobbiamo trovare la soluzione in noi, non in qualcosa di esterno. Niente ci può insegnare a vivere se non la vita stessa e va vissuta con il rispetto di se stessi e degli altri. Nessuno mi può insegnare com'è il sole d'estate o come brucia la neve tra le mani… devo scoprirlo io con la mia testa, non posso dipendere da qualcosa o qualcuno che mi storpia la realtà per rendermela più facile.
Voglio potermi liberare, voglio camminare senza sentirmi in colpa, voglio aiutare gli altri a ritrovarmi come amico, figlio, amante.
Devo tornare a casa e cercare tutte le cose smarrite nel periodo di buio ….. in ogni parte del mondo ho lasciato un ricordo, una sensazione, un sorriso e una lacrima.
Forse un giorno tornerò qui per raccogliere gli ultimi tasselli della mia vita. Ho scelto di non cancellarli per ricordarmi sempre cos'è la libertà, cos'è la vita.
Gionni



               Le mie zebre Racconto choc di Marcello Strologo
                                                                                                                               

Oggi è uno di quei giorni. L’ ho capito questa mattina quando ho aperto gli occhi con quella sensazione come di un peso sul torace. Il dolore si è affacciato, anche lui, a salutarmi, prima una piccola scossa su per il costato, uno dei suoi modi per farmi capire che si è svegliato, poi una stilettata, giusto all’altezza della bocca dello stomaco: buongiorno. 
In quei momenti, nei quali emergo dalla tanto amata incoscienza, a volte rimango pietrificato nell’attesa, tengo gli occhi chiusi, cerco di ingannarlo, mi convinco che se continuerò a fare il morto mi annuserà un po’; e poi andrà via. 
È una tecnica che funziona con gli orsi, l’ho visto una volta in un documentario che davano su quel canale, come si chiama... l’ho dimenticato; c’era un tipo dall’aria rassicurante e con una divisa immacolata che spiegava che gli orsi non mangiano carcasse e come lui si fosse salvato una volta, tanto tempo fa, grazie a questo semplice stratagemma. 
Aspetto, mi tendo allo spasimo cercando di cogliere quel lieve pizzicorino alle estremità che a volte preannuncia l’attacco, cerco di respirare lentamente come mi ha consigliato il dottore, dentro e fuori, dentro e fuori; mi sembra così simile all’uomo degli orsi, il dottore, anche lui cerca di insegnarmi ad ingannare la morte, anche lui non crede molto a quello che dice. Ma deve farlo, perché è un buon medico ed anche un buon amico; lui non lo sa, ma io ascolto sempre, ed ascoltando capisco molte cose; lui non lo sa, ma io l’ho sentito l’altro giorno mentre tentava di consolare mia madre. 
Piangeva, la mia povera mamma, in silenzio come ha sempre fatto da quando è iniziato tutto; il dottore quasi sussurrava, ma quando sei costretto a letto da tanto tempo impari ad acuire tutti i sensi che possono ridurre il tuo isolamento; credo che sia uno dei segreti meglio conservati di noi “terminali”, LORO non lo sanno, ma NOI li sentiamo, non sempre, non chiaramente, ma li sentiamo. 
Lo sentivo il dottore mentre chiedeva alla mia mamma di farsi forza, lo sentivo mentre pronunziava tutte quelle parole che la mia mamma non vuole che io pronunci, ho sentito le sue domande sempre più flebili, sempre più urgenti, incalzanti, con la fretta di chi ha l’acqua ormai alla gola; ed il dottore sempre meno certo, meno sicuro, sempre più uomo e meno dottore. 
Il verdetto è stato emesso quel giorno, ho guardato l’orologio per poterlo ricordare, erano le 16:30; da quel momento in poi ho cominciato a guardare l’orologio pensando al tempo come se scorresse al contrario. 
Da quell’istante per me i minuti non passano, si sottraggono: 80640 minuti, non vi dico neanche a quanto corrispondano in giorni, o settimane, o mesi, per me il minuto è diventata l’unità di tempo con la quale confrontarmi, non ha senso pensare a frazioni più grandi. 
Questi sono i minuti che mi sono rimasti da vivere, da quel giorno mia madre, quando viene da me ha sempre un sorriso nuovo, credo che li tenga da qualche parte solo per me, non credo che li indossi per uscire o per gli altri; li conserva, come uno scoiattolo le noci per l’inverno, ed il suo inverno sono io. 
Io nelle mie lenzuola bianche come la neve di gennaio, io che provoco quelle tempeste di pianto e singhiozzi che il muro della sua stanza troppo, troppo sottile, non riesce più a nascondere. Ma questo inverno non finirà, non arriverà la primavera. 
È uno di quei giorni, divento melodrammatico, lo so, ma ultimamente sento più che mai la presenza del mio “ospite”, lo chiamo così perché so che il suo nome fa paura, ed io non voglio spaventare nessuno; si fa riconoscere con il dolore, ho sentito il dottore che avvertiva la mia mamma a proposito del dolore, e quando è arrivato ero preparato. Ma non abbastanza. Mi sveglia a volte con dita di ghiaccio che mi stritolano il torace, il dolore mi fa contrarre i muscoli qui dietro che si tendono fino a far scricchiolare la colonna vertebrale e la gola si chiude, non posso urlare, le mie braccia e le mie gambe si paralizzano e la bocca mi si spalanca, come in una espressione di incredulità: non credevo di poter sentire così male. 
Dopo i primi attacchi sono arrivate le pillole, bianche con delle striature nere, come piccole zebre. 
Mi piace immaginare che quando ne inghiotto una, tante piccole zebre carichino il mio “ospite” facendolo fuggire, ed a volte rido mentre ci penso. Altre volte, poi, le zebre mi portano in groppa ed allora mi addormento felice; ma il mio “ospite” è tenace, e, se una volta una sola zebra lo metteva in fuga, ora devo usarne tre, ed a volte non bastano. 
Già, perché il mio “ospite” cresce, oramai mi sembra di avvertirne la presenza, lo sento crescere come in una oscena gravidanza, lo nutro con la mia stessa vita, come ha fatto mia madre con me. Lo so, il paragone è orribile, ma il dolore a volte fa funzionare male il cervello, sì il dolore in giorni come questo è troppo forte; ma io mi sono imposto di resistere, non di lottare, non sono un lottatore, non ho mai imparato. 
Resistere, solo quello, sono ormai tre giorni che non prendo le mie zebre, le conservo nella federa del cuscino, oramai sono già nove, una piccola mandria. Un’altra scossa, un’altra fitta, il mio “ospite” sa che le zebre non sono lì ad attenderlo e ne approfitta per colpirmi, a volte il dolore è così forte che vorrei avere la forza di trascinarmi in bagno e tagliarmi le vene; ma non posso, non più, non riesco più ad alzarmi dal letto; e guardando negli occhi sempre sorridenti della mia mamma capisco che è un bene che io non possa avvicinarmi ad uno specchio. 
Soffro, ho quasi paura di perdere la ragione, ed invece da quando non prendo le zebre i miei pensieri sono più lucidi che mai, il dolore li rende limpidi, come cristallo; nei momenti in cui mi lascia in pace osservo e capisco, la notte quando sono troppo stanco e lui mi lascia in pace, avverto sempre il pianto silenzioso di mia madre, allora accendo la luce e leggo, leggo il foglietto illustrativo delle mie zebre, posologia, dosi consigliate, modo e tempo di somministrazione, effetti collaterali, indicazioni: è lì tra le indicazioni che trovo il nome del mio “ospite”; e appena sotto vedo il mio futuro. 
Le mie zebre possono portarmi via, possono farmi cavalcare lontano dal mio ospite, lontano dal dolore, basta prenderne sei, tutte insieme. 
Oggi è uno di quei giorni, la notte sta arrivando ed io ho una gran voglia di cavalcare... 



                        ALVARO

Cirri, cumuli e nembo cumuli.

Alzo gli occhi verso il cielo, socchiudendoli per il sole che mi abbaglia per un attimo e rapidamente scompare, senza salutare. Scricchiola il collo per la cervicale ricordandomi i miei sessantasei anni portati male. Se è vero che si abita in una casa che assomiglia a come siamo fatti dentro, mi chiedo cosa ci sia di buono dentro di me.

Un tetto in lamiera steso sopra un unico ambiente. Una tenda a fiori separa la cucina, e chiamarla così è un atto di benevolenza, dal resto della stanza. Dall' altro lato una porta scorrevole, anzi molto poco scorrevole, malnasconde la vista dei "servizi"; tradotto: un cesso mezzo incrostato abbinato ad un lavandino, su cui sorvolerei.

E tutto intorno: quotidiani vecchi, riviste altrettanto decrepite di auto e moto che mai ho posseduto e mai possiederò. Un piatto sporco, zeppo di bucce d'arancia, con una sigaretta, scroccata a chissa chì, fumata fino al filtro e infilzata dentro una di esse.
Poi la mia compagnia quotidiana: un televisore 14" marca Irradio ed un video registratore che non registra più.
E' con loro che vivo avventure con donne bellissime, visito posti incantati, rivedo partite di calcio bloccandole al momento del goal della mia squadra, che non potrebbe essere che la "Magica".
Ora lo scirocco è cessato e il cielo si è fatto repentinamente più nero, ma non voglio rinunciare a presentarvi il pezzo forte della mia casa.
E' là che passo tutto il mio tempo. Io lo chiamo pomposamente "il patio" Un prolungamento del tetto che ripara una sedia a sdraio scolorita a righe bianche e verdi. Sul retro di questa caratteri scolori lasciano indovinare la scritta "bagni Ersilia".
Sul lato destro uno scatolone che uso a mò di comodino, sorregge il cartone di Tavernello, che costa meno della benzina e che da me non manca mai.
A sinistra la cuccia vuota di Bruno. Anche lui, come tutti gli altri che ho incontrato nella mia vita, ha deciso che questo non era il suo posto migliore, ha girato le zampe e se ne è andato.
Ed anche a lui, come a tutti gli altri, non gliene voglio. Ognuno ha diritto nella propria a cercare il proprio "posto delle fragole" Peccato che il mio, non coincidesse con quello di nessun altro.
Improvvisa, come un ricordo inaspettato, ecco la prima goccia di pioggia.
E per niente al mondo rinuncerei a godermi il picchiettio delle gocce, ora grandi e ora piccine, sull' ondulit del tetto.
Dalla finestrella al lato del letto, quella col vetro rotto, vedo quello che rimane del gazometro, e più a destra, la tangenziale.
File di macchine che si inseguono senza soluzione di continuità. Ognuno che insegue il proprio scopo apparente, dimenticando che forse tutto questo, tutta la nostra vita, uno scopo non ce l'ha.
E, se ce l'ha, non lo conosciamo. O forse, sono solo io a non conoscere il mio.
Il freddo mi consiglia di chiuderla questa finestrella. E così riattacco lo scotch che mantiene il quotidiano, l' Avvenire del '97, che fa da tapparella.
Ancora un sorso, un bel sorso, e mi nasconderò sotto la coperta a quadri rossi e verdi, come facevo da bambino.
Chiuderò gli occhi e il sonno in breve mi porterà in viaggio chissà dove.
Il vino serve anche a questo, lenisce ogni dolore e al mattino basta usare solo più dentifricio.
Io vi parlerei pure dei miei ricordi. Ma questa sera non ne ho. Nemmeno un volto, neppure un gesto o una parola. Solo un caleidoscopio dove è impossibile, almeno per una testa come la mia, disporre un qualunque tipo di ordine.
Si dice che i ricordi tengano compagnia. Io non ho questa fortuna. Forse li ho dimenticati, o perché non erano come li avrei voluti, oppure perché facevano troppo male.
O forse perché nella mia vita non è mai esistito qualcuno che valesse la pena di ricordare.

Ma adesso il vino comincia a fare il suo dovere e, lento come un'anestesia, sento calare il sonno che, grazie a Dio, prima o poi prenderà il sopravvento.
Socchiudo gli occhi e, scusatemi, ma non voglio rinunciare all'unico momento bello della mia giornata.
Notte.
Solo ora mi accorgo di non essermi presentato: "piacere, Alvaro, il guardiano dello "sfascio".

Maurizio


                                                    Le donne con il pollice acceso (Le Menae)    

Questa è un’antica e suggestiva storia che si racconta ancor oggi al mio paese.
Molti anni fa, in una notte fredda dei primi giorni di novembre un giovane, che tornava a casa dopo aver trascorso la serata con gli amici alla taverna , si trovo’ a passare davanti a una vecchia chiesa in rovina, tutt’ora esistente;

dietro di questa si apriva uno spiazzo,in cui si diceva un tempo si seppellissero i morti;
il ragazzo affretto’ il passo, borbottando uno scongiuro, perche’ si mormoravano sinistre storie su quel luogo; improvvisamente noto’ un chiarore che andava aumentando, sul retro della chiesa: si avvicino’ e vide uno strano spettacolo: diverse donne, con lunghi capelli e vesti svolazzanti danzavano, in cerchio, tenendo in mano una fiaccola, o almeno cosi’ gli parve; ne fu attratto irresistibilmente ma quando arrivo’ piu’ vicino si accorse che non si trattava di fiaccole: ogni donna teneva in alto il pollice acceso di una fiamma vivissima e tutte ballavano seguendo una musica che solo loro potevano udire.

Il ragazzo, terrorizzato, si volto’ per fuggire, ma le donne lo accerchiarono e lo costrinsero a ballare con loro per tutta la notte, senza mai fermarsi;
di lui non si seppe piu’ nulla, ma ogni tanto qualcuno racconta di avere visto, la sera di Ognissanti, dietro la vecchia chiesa, un giovane pallido che danza da solo in cerchio con il pollice acceso, a mo’ di torcia.

Enrica Duce


                                                                                         Girotondo di stagioni

Quando il cielo volse al crepuscolo e i lampioni intorno a noi si accesero, sentii le sue dita sfiorare le mie. Ci avviammo
abbracciati verso la spiaggia, camminammo tra i mucchietti di legna pronti per i falò; da una casa vicina arrivava un sottofondo musicale, su di noi splendevano migliaia di stelle.Era una notte senza luna, il mare era scuro e calmissimo, e appena ci baciammo iniziarono i fuochi d'artificio sulla baia di fronte.
L'estate profumata di vaniglia si librò all'improvviso dalla terra, lasciandoci dolci ricordi di chiari di luna e di spiagge; il mio cuore urlò
"fermate il tempo!".
Arrivò l'inesorabile settembre, e con settembre il ritorno a casa: io nella mia città, egli nella sua, e in mezzo c'era qualche chilometro
di troppo. Sapevamo che sarebbe stato arduo vederci ... ma io iniziai ad aspettare. Mi ritrovai in una città sospesa, estranea allo scorrere del tempo, intenta soltanto a fare spallucce e a crogiolarsi in tristi "mah, forse, vedremo". Vidi la vite americana farsi rossa, vidi le foglie rosse e gialle sparpagliarsi nei giardini, vidi le nuvole avanzare minacciose. Il vento ricominciò a fischiare, i rami spogli degli alberi mi rendevano triste ... quando l'avrei rivisto? Arrivò il freddo, e con il freddo si prospettarono pochi giorni da trascorrere insieme a Bologna. Partii con tante speranze, sognando l'incontro tanto atteso, e durante il viaggio ascoltai una canzone che mi ricordava una serata d'estate trascorsa con lui tra le mie braccia. Bologna mi accolse con l'incanto di piazza Santo Stefano, con la giostrina del Settecento che pareva uscita dalle favole, con le torri coperte dalle luci di Natale, con i mercatini vivaci. Ma un contrattempo impedì che egli mi raggiungesse e così mi si prospettò un'altra attesa. E vidi le montagne diventare bianche, seppi che le mareggiate avevano divorato altre spiagge, sentii il freddo entrare nelle ossa.
Passarono i giorni, sentii il cuore sfilacciato in brandelli, avvertii il peso delle nuvole.
Il girotondo di stagioni continuò intorno a me, finchè la primavera fece capolino nella mia città, fece rifiorire gli albicocchi, regalò cieli azzurri e mi portò lui ... e la sua voce che amavo.
  Manuela   

                                               Vita di uno strano seme      

Una notte, la luna illuminò uno strano seme nascosto in un roveto. Un ghiro,appena uscito dal letargo, lo vide e tentò di mangiarlo. Ma era un’impresa troppo difficile,e rischiosa. Per timore di ferirsi, rinunciò. Il seme non avrebbe mai voluto andarsene da lì, perché si sentiva ben protetto. Ma nonostante cercasse con tutte le sue forze di restare aggrappato al suolo amico,una violenta folata di grecale, lo investì e lo portò con sé. Sballottato in aria il povero seme urlava a squarciagola,sperando che qualcuno lo salvasse da quella brutta situazione. Mentre volteggiava potè vedere cose che non conosceva: la cima degli alberi, i nidi degli uccelli, sentire più forte il calore del sole….Ma la paura non l’abbandonava e continuò il suo richiamo di aiuto. Terrorizzato, per timore di non tornare sulla ferra ferma, come per incanto, si trovò adagiato sopra una foglia, ed a lei si raccomandò:”Aiutami a tornare giù, ti prego”.-“E come ?”-gli chiese la foglia-“ Non vedi che anch’io non riesco a scendere?”-.Per loro fortuna,il vento cominciò a perdere forza, e, delicatamente,ritoccarono il suolo. Un po’ stordito,il seme lasciò la presa,e si guardò intorno. Era atterrato in un meraviglioso giardino ornato da tantissimi e variopinti fiori, ed alberi da frutto. Pensò allora, senza nostalgia, alla sua casa gravida di pruni e, felice di essere in un ambiente così bello,ringraziò il vento,salutò la foglia, e s’incamminò tra i viali. Beatamente passeggiava,osservando tutta quella grazia di Dio,senza rendersi conto che stava per imbrunire.”Devo far presto a trovarmi una nuova casa,-pensò tra sé e sé – Non posso trovarmi al buio senza riparo,in un posto che non conosco!”Ai piedi di un grande albero,vide una famigliola di funghi. Si avvicinò a loro per chiedere ospitalità. Erano molto simpatici e divertenti e,subito, lo accettarono nella loro casa. Trascorsero diversi giorni in perfetta armonia,finché il fungo-papà cominciò a lamentarsi perché il seme non aveva niente da offrire in cambio della loro accoglienza. Il poverino rimase veramente male di tutto questo borbottìo, e decise di andarsene.“Povero me!”-pensò-“Ero così felice d’aver trovato quella compagnia!Peccato sia andata così… Ora dovrò cercarmi un altro alloggio sicuro”. Si rimise in cammino, serio e così pensoso, da non accorgersi che poco lontano da lui , una spiga di grano giaceva in terra dolorante. Era caduta da un sacco del mugnaio. Fu lei che lo chiamò ;”Figliolo,figliolo!”,-scosso dai richiami,il seme sobbalzò e vedendola gli andò incontro,e le chiese:”Che ti è successo? E perché mi chiami così?”- La spiga gli raccontò del suo incidente e, avendo tanti chicchi-figli,credeva fosse uno dei suoi che si era perduto,tanta era la somiglianza da lontano.-“Non sono uno dei tuoi figli,purtroppo!Solo un povero seme sperso che non sa come trovar degli amici sinceri,con cui vivere come in una grande famiglia”--La spiga replicò:”Non ti crucciare,puoi restare un po’ con me, finché non troverai i tuoi semi-simili. Vedrai che ti troverai bene con i miei figli. Sono dei bravi chicchi,sempre sereni e giocosi.”-“Grazie per avermelo chiesto,accetto volentieri”-replicò il seme. Una volta riavuta,la spiga lasciò che i suoi figli si mettessero in circolo intorno al povero seme,e gli cantassero allegre canzoncine. Poi tutti insieme si misero in cammino per ritornare alla fattoria. Arrivati a destinazione,altre meravigliose scoperte attendevano il seme:la Signora Mucca, muggì, il Signor Gallo, cantò, la Signorina Pecorella,belò,il Signor Cane,abbaiò,e via via, tutti gli animali salutarono il nuovo arrivato. Forse per la prima volta il seme si sentì felice,abituato com’era alla solitudine,ora si sentiva al centro dell’attenzione, e benvoluto da tutti quei figli di Dio. Dopo il rito delle presentazioni,la spiga invitò il seme a vedere il suo nuovo alloggio. Era in un angolino del granaio, ben pulito e ordinato. Nei pressi vide un annaffiatoio,pieno a metà d’acqua,uno straccio, e n’approfittò subito per bere e farsi una doccia. La spiga e i suoi piccoli,abitavano vicinissimi,e questo tranquillizzò il seme. All’improvviso tutti gli animali della fattoria,con i loro versi,annunciarono che era l’ora di dormire. Il seme stanchissimo per il viaggio ed emozionato per il nuovo avvenimento,si tappò con lo straccio,augurò la buonanotte a mamma-spiga e ai suoi bimbi-chicchi, e, sereno, s’addormentò. Venne l’alba. La fattoria cominciò a rianimarsi. Anche i nostri amici si destarono. Il nuovo giorno si presentava promettente. Il seme era ben riposato e rifocillato, poteva continuare la sua ricerca. Aveva un intero giorno davanti a sé. Speditamente abbandonò la fattoria,e s’inoltrò in una viuzza tutta curve e ciottolosa,con ai lati, solo cespugli di piante selvatiche. Sentiva, dentro di sé, che alla fine di quella stradina di campagna, avrebbe trovato qualcosa di molto particolare. E continuò speranzoso il suo cammino. Era una bella giornata. Nonostante fosse già estate,non faceva molto caldo. Il seme si sentiva allegro,e saltellando tra i sassi seguitò a percorrere la sua strada, finché, all’improvviso si trovò di fronte a un grande campo di girasoli. Belli, alti e con le corolle di un color giallo intenso. Avevano un aspetto imponente,e tenevano lo sguardo sempre rivolto verso il sole. Improvvisamente una nube passò ed oscurò il cielo. Fu un attimo,ma sufficiente per fare abbassare la testa a quei meravigliosi fiori. E nel voltarsi, uno di loro si accorse del seme che li stava guardando estasiato.- “Ma che fai,lì? Perché nessuno ti ha piantato?”- gli chiese – “Oggi saresti come noi!”- continuò - .Il povero seme si sentì pervadere improvvisamente dalla tristezza e dallo stupore allo stesso tempo. E, balbettando per l’emozione della notizia , si fece coraggio e le chiese: “Vuoi dire,che io sono un vostro fratello?”-,-” Ma certo,non vedi che sei uguale ai nostri figli? Poi anche loro, un giorno diventeranno come noi,e così via,per sempre”. Il seme aveva così bruscamente scoperto, chi era. Allora si avvicinò al girasole-mamma e le raccontò tutto di sé. - ”O,povero figliolo,ecco perché sei così impaurito! Ma devi anche essere molto coraggioso e intelligente, per essere ancora vivo, con tutti i pericoli che hai corso! L’ importante è che alla fine, sei riuscito a trovare la tua vera famiglia! Dimmi, non sei contento? Hai un’aria così triste!”-gli rispose il petulante fiore - . -“ Sai,” –disse il seme – “ Sono piuttosto confuso. Oggi mi sentivo che qualcosa di bello sarebbe successo, ma non avrei mai pensato a una sorpresa del genere! Sono rimasto così a lungo da solo, e per troppo tempo ho aspettato che questo momento arrivasse! E ora che finalmente so chi sono,e ho trovato quello cercavo,mi sento come svuotato dentro. Mi capisci? - . – “Certo, che ti capisco,piccolino. Ma ora i tuoi guai sono finiti. Hai la tua famiglia in questo bel campo. E vedrai che la tua vita d’ora in poi filerà liscia come l’olio!”-.E finalmente si zittì. Il seme cercò di fare mente locale,e capire di più sé stesso. Non si spiegava quell’amarezza strana che stava provando. Avrebbe dovuto saltare dalla gioia, e invece….Era come se gli dispiacesse di essere arrivato a casa. Provava una strana ansia, ma non si rendeva conto da cosa dipendesse. La sua reazione, non fu per niente quella di un seme felice. Aveva gioito tanto di più con la Famiglia-funghi e la Signora spiga-di-grano. Con la sua famiglia ,invece, si sentiva a disagio. Forse, abituato com’era all’avventura, l’ idea di restare lì, con l’unica occupazione di guardare il sole e crogiolarsi al tepore dei suoi raggi, lo faceva sentire inutile. Sì forse era questo il vero motivo della sua mestizia. Inoltre non sentiva così forte quel richiamo della famiglia ormai ritrovata,come quando disperatamente la cercava. La Signora-girasole, non era altezzosa come sembrava, e con lui era stata materna, anche se un po’ brutale e chiacchierona. Il seme, volente o no, avrebbe dovuto abituarsi , non c’era alternativa. Ora sapeva che prima o poi una mano lo avrebbe raccolto e, con cura, deposto in terra. Poi lo avrebbe dissetato, e insieme al calore del sole, un giorno sarebbe diventato anche lui un bellissimo girasole. Immerso nelle sue riflessioni,e trattenendo a stento la sua delusione, non si accorse che stava arrivando il pappagallo Agapornis Lilianae, che era uno stupendo animale,ma per sua sfortuna, anche golosissimo di semi. La signora-girasole se n’accorse e gli urlò :”Nasconditi!!Presto!!Sei in pericolo!”.Il seme era un po’ troppo preso dai suoi pensieri, e,per la prima volta in tutta la sua vita, aveva perso di vista il suo scopo primario : la difesa. In un battibaleno, il pappagallo si avventò su di lui, per mangiarlo. Il povero malcapitato, cominciò a dibattersi e gli urlò con tutto il fiato che aveva in gola: “ Lasciami, ti prego! Ci sono tante altre cose che puoi mangiare! Io non sono il cibo adatto a te, sono nocivo!”.Far paura al volatile era l’unico modo per salvarsi,” pensò “. Il Lilianae, sbattendo le ali, chiuse il becco,reclinò un po’ la coloratissima testa,e lo guardò con curiosità.“Cosa vuoi dire con.. sono nocivo?”- gli chiese-E il seme, che cercava disperatamente di salvarsi la vita doveva inventarsi subito qualcosa di efficace per non finire in pancia a quella famelica bestiaccia. E, prontamente, gli disse: “ Sono un seme malato, ho vissuto per tanto tempo vicino ad una batteria, e sono contaminato dal piombo! Devi credermi, o la tua golosità ti sarà letale.”-E il pappagallo:”Potresti mentire, per salvarti, e io resterei digiuno per nulla!”- disse - mentre continuava a guadarlo fisso, aspettando un suo gesto falso. Il nostro beniamino, seppur terrorizzato,decise di giocare d’ astuzia. Assunse un’ aria di sfida, gonfiò il petto,e gli rispose. “Io ti ho avvisato,se vuoi correre questo rischio,allora mangiami,e facciamola finita!”. Il Lilianae era molto dibattuto. Se il seme mentiva, avrebbe dovuto cercarsi altro cibo, e questo non gli andava a genio, visto che l’aveva lì a portata di becco. D’altra parte se era la verità, avrebbe rischiato troppo. Arrivò alla conclusione che era meglio fare la figura dell’ ingenuo, piuttosto che rimetterci le penne, e guardando il seme sempre con sospetto, replicò: “ Non ti mangio, e voglio dirti che non credo a una sola parola di quello che hai detto. Ma sei così bravo a raccontar fandonie,che meriti di essere premiato.”Cominciò, quindi, a sbattere rapidamente l’ ali e staccandosi dal suolo, volò via. Il povero seme se l’era vista davvero brutta, questa volta. Che grave rischio aveva corso, per una banale disattenzione! Ripromise a sé stesso, che mai più avrebbe rimuginato i suoi pensieri se non si fosse trovato in un posto sicuro. Appena si riebbe dallo spavento, ringraziò mamma-girasole per averlo avvisato. E le comunicò di voler tornare alla fattoria per salutare i suoi amici, e informarli che aveva finalmente trovato quello che cercava. Mamma-girasole era piuttosto perplessa per questa decisione,ma raccomandando al seme di fare la massima attenzione,e di non farla stare troppo in pensiero,gli augurò un buon viaggio e un tempestivo ritorno a casa. Aveva compreso che era troppo abituato a vivere libero e solo, per convincerlo a rinunciare. Il seme, ormai rincuorato per aver superato quella terribile avventura, si rimise in cammino. Guardingo come non mai, percorse a ritroso la viuzza che l’avrebbe ricondotto alla fattoria. Aveva un gran desiderio di rivedere mamma-spiga, suoi bimbi-chicchi, e tutti gli animali. Erano stati così gentili e buoni con lui. Non poteva esimersi dal salutarli un’ultima volta. Lo sentiva come un dovere, oltre che un piacere. Gli sembrava fosse trascorso un secolo da quando aveva lasciato la fattoria. Ma erano passate poche ore, infatti era ancora giorno pieno. Man mano che s’avvicinava alla meta, si sentiva più sereno. Appena arrivò nell’aia della fattoria, guardò in giro, per vedere dov’era mamma-spiga. Lì per lì s’era anche scordato di salutare gli animali, da tanto che era desideroso di trovare l’amica. Ma si rese subito conto del poco garbo avuto e, scusandosi con loro, salutò i presenti, che lo accolsero ancora con i loro versi, dandogli il bentornato. Non riusciva a vedere dove fosse mamma-spiga,e chiese informazioni al Signor Asino, che ragliando gli disse di provare accanto ad un sacco di farina che si trovava vicino al granaio.Il seme si precipitò sul posto,e guardando e riguardando,vide uno dei chicchi-bimbi che piangeva. Gli andò subito incontro, per chiedergli cosa succedeva. Il bimbo-chicco tra le lacrime gli spiegò, che mentre lui non c’era, il Signor Gallo e sua moglie, la Signora Gallina, avevano bisticciato con la sua mamma e i suoi fratelli, per colpa del Signor Verme che non voleva aprire la sua casa ai due sposi. E, siccome mamma-spiga e i suoi figli-chicchi dettero ragione al Signor Verme , il Signor Gallo, furioso, schiacciò con una zampa i poveri chicchi ferendoli gravemente. Ora si trovavano ricoverati nella mangiatoia della Signora Mucca che gli aveva soccorsi, ma erano parecchio malconci, e il piccolo chicco disperava per la loro sorte. Il seme trasecolò al racconto e, cercando di confortare il chicco ,anche se lui per primo si sentì gelare il cuore dal dispiacere, chiese al piccolino di accompagnarlo alla mangiatoia. Lesti arrivarono sul posto, e videro che mamma-spiga e i chicchi-bimbi, stavano molto meglio grazie alle cure della Signora Mucca, che con il suo fiato caldo li aveva asciugato le ferite e con il suo latte nutriti. Ora avrebbero dovuto fare un po’ di convalescenza per guarire del tutto, ma il peggio era passato. Il seme e il figlio-chicco, erano così felici per loro, che si misero a cantare, ridere e ballare per tutta la mangiatoia. Dettero un grande bacio alla Signora Mucca, ringraziandola per tutto quello che aveva fatto. Ancora molto dolorante,ma sempre premurosa, Mamma-spiga, non stava nella pelle dalla curiosità di sapere quali scoperte avesse fatto il seme.E lui raccontò cosa era successo,e aveva rischiato in quelle ore. Confidò, poi, quali erano le impressioni avute, e i timori che provava. I presenti, dopo aver ascoltato attentamente la storia, si guardarono tra di loro con complicità, e Mamma-spiga, disse: “ Figliolo, ti sei trovato improvvisamente di fronte ad una realtà che non potevi immaginare, è chiaro che hai tutti questi dubbi e paure. Ma ora sai tutto: chi sei, dove sono i tuoi simili, e dove dovrai vivere. Eh, sì, dovrai stare con la tua gente, perché questa è la tua natura. Anche se provi voglia di fuggire, devi capire che è una sensazione momentanea e giustificabile, ma il tuo posto è con la tua famiglia. Ti abituerai presto, ne siamo tutti convinti, e sarai anche felice.”- aggiunse- :” Noi avevamo pensato di farti rimanere qui, ma perché eri un povero seme sbandato, ma ora non lo sei più. Sappi che per qualunque motivo noi ti saremo vicini e potrai sempre contare sul nostro aiuto, e poi questo non è un addio, ma un arrivederci, perché ogni tanto ci incontreremo, per fare due chiacchiere e quattro risate. Appena staremo meglio, ti prometto che verremo a trovarti nel tuo campo. Mi credi, figliolo?”Il seme aveva ascoltato in silenzio e attentamente tutto quello che Mamma-spiga gli disse, e capì, anche se a malincuore, che aveva ragione. Allora le rispose:” Mamma-spiga, hai davvero compreso tutto. Per un po’ avevo davvero sperato di restare a vivere con voi, perché vi ho sentito come veri fratelli; ed avevo pensato di poter restare con voi, nonostante tutto. Ma fido completamente nella tua saggezza, e farò quanto hai detto. Ma mi raccomando, non dimenticare la tua promessa. Conterò già da ora i minuti che passeranno finché non avrò la gioia di potervi riabbracciare ancora!”L’ atmosfera nella mangiatoia era colma di commozione e d’affetto. Avevano tutti gli occhi un po’ lucidi, ma i loro cuori erano più leggeri. Era giunto il momento dei saluti: si strinsero l’uno all’altro in silenzio, per non spezzare quel dolce incantesimo, che avrebbero portato per sempre dentro di sé. Il seme, con un mezzo sorriso di circostanza, e tanto dispiacere per il distacco, si voltò, per non far scorgere le sue lacrime, e si diresse lentamente verso l’ uscita della mangiatoia. Un po’ sconsolato, ma con una nuova e strana speranza nel cuore, il nostro amico riprese stancamente il cammino verso il campo. Man mano che il tempo passava, e si avvicinava a casa, il sole era sempre più sorridente e mandava i suoi figli-raggi sulla terra, più caldi e splendenti del solito. Il seme cominciò ad apprezzare quel tepore, e cominciò a sentire una curiosa attrazione,mai provata prima, e si sentiva inorgoglito. Il suo passo si fece più spedito, e fiero. Arrivò abbastanza presto al campo, e cercò subito con lo sguardo Mamma-girasole. La vide quasi subito,e le corse incontro con inaspettata felicità.“Mamma-girasole!”- le gridò-“ Sono tornato!!”.Il fiore, al colmo del suo splendore, voltò la sua bella corolla verso di lui, e rispose:” Ohhh, piccolino, finalmente sei qui! Sai, ero un po’ preoccupata, e anche triste, perché pensavo di non rivederti più. Vieni qui accanto a me, sei ancora troppo giovane per sopportare questo caldo! Ti farò ombra con con i miei petali.”- e il seme,continuò: “Sai che invece mi piace tanto questo tempo? Mi sento così bene…che ho dissipato tutti i dubbi che avevo avuto. E’ proprio vero che la natura non mente!”.-“ Sono felice che ti sia reso conto di tutto. E di riaverti con noi. Un po’ per volta ti presenterò a tutti i tuoi fratelli fiori”.- rispose felice Mamma-fiore. Il seme, che stava cominciando ad abituarsi alla nuova situazione, si accoccolò in terra vicinissimo al robusto e rassicurante gambo di Mamma-girasole. E, provato da tutte l’ emozioni avute, e anche un po’ stressato, s’addormentò.Il grande fiore lo guardò amorevolmente, e si rivolse di nuovo verso il sole. Venne la sera. Il paesaggio imbrunì. Le pompe dell’acqua cominciarono a funzionare: zampilli freschi investirono il campo e dissetarono i fiori. Passa la notte. Venne l’alba che arrossò la terra, e pian piano il sole si fece largo tra le nuvole e tornò a risplendere e riscaldare il campo. Stiracchiandosi le foglie e scrollando le corolle, i fiori si svegliarono,e ringraziarono il buon Dio che gli donava un’altra bellissima giornata e per essere ancora vivi, sani e belli. Mamma-fiore si preoccupò subito di guardare come stava il seme. Sorprendentemente, il seme non era più adagiato sul terreno accanto al suo gambo,ma s’era infilato dentro la terra, e con il caldo del giorno passato e l’acqua bevuta durante la sera, mostrava sulla testa, un piccolo e tenero ciuffetto color verde chiaro. Stava germogliando! Mamma-fiore lo chiamò :” Buongiorno, figliolo, vedo che stai già crescendo! Sono tanto contenta per te!”. E il seme: “ Buongiorno a te, oggi mi sento un po’ diverso, ma tanto allegro! Sì, hai ragione, sto diventando grande! E sono tanto felice che questo succeda ora che sono in famiglia. Domani sarò ancora più grande, credo. Che ne dici Mamma-fiore?”. – “ Certo, - rispose lei – Ora che ti sei fermato in questo bel posto caldo, vedrai come farai presto a diventare adulto! Godiamoci questa meravigliosa giornata, ragazzo !”.E si zittirono tutte e due. Il seme cominciò a riflettere. Tutto quello che aveva vissuto fin allora, gli passò nella mente come fosse un film. Si sentiva molto forte nel fisico, e il suo cuore era colmo di felicità: il suo sogno si stava avverando. Finito il tempo delle peripezie, dei pericoli, e delle delusioni, poteva godersi in santa pace la sua naturale crescita. I giorni passavano serenamente, il nostro eroe aveva fatto amicizia con i familiari ritrovati. Sapeva farsi voler bene. E veniva coccolato un po’ da tutti. Era anche simpatico e li intratteneva raccontando tutte le sue avventure, che ormai gli sembravano un lontanissimo ricordo. Ma non le riferiva in modo lagnoso, anzi! Accompagnava i suoi racconti con battute di spirito e strappava risate a crepapelle, rallegrando tutta la comunità. Una mattina il giovane, sentì qualcosa che gli dava prurito addosso, e soprattutto alla testa. Si rivolse a Mamma-fiore, chiedendole se vedeva qualcosa d’insolito. Lei lo guardò subito e chiamò a gran voce anche tutti gli altri :” Guardate! Guardate! Presto!”. Tutti si voltarono e esclamarono con stupore:” Ohhhh! Come sei bello! Signore ti ringraziamo! Hai dato ancora una volta esempio della tua infinita benevolenza!”.- Il seme capì: non si poteva più definire con questo termine. Non era più piccolo e indifeso. Il prurito che sentiva sul corpo, erano delle bellissime foglie cresciute sul suo forte gambo, e quello che avvertiva in testa, era una meravigliosa corolla costellata da numerosi petali color giallo-oro. Era diventato il più bel girasole del campo. E sapeva quale fosse il suo futuro : avrebbe lasciato i suoi figli in terra. Anche loro sarebbero germogliati e diventati bellissimi fiori: poi avrebbero ripetuto quanto insegnato dai predecessori ( quando fosse stato il loro momento ), e così via….per sempre.
                                                                                                                                                                            Liliana Lorenzi

                          I signori del destino


Ero solo ormai da un anno. 
Non una penna per scrivere, non un libro da leggere: ero solo con me stesso ed è già passato un anno. Di cibo a volontà, di acqua da affogarne, ma nessun libro e nessuna penna. 
Io, me stesso e due scatole chiuse. 
La stanza era sentiero e piazza dei miei frenetici viaggi attorno ad un cerchio chiuso e la cupola cielo ed orizzonte della mia voglia di fuggire via. Oltre la cupola trasparente una natura selvaggia, oltre quella barriera invisibile la libertà; oltre la cupola c'era il mondo, ma il mondo era fuori ed io ero dentro; lì fuori tutto, qui dentro nulla: due scatole chiuse e tanta voglia di uscire. 
E i miei giorni erano lunghi a guardare fuori in quel fitto sottobosco di una foresta intricata e lussureggiante in cui forse un giorno avrei trovato quell'uomo, quel bimbo, un segno, inutile, che non avrei nemmeno potuto sfruttare. 
Ero senza speranza eppure guardavo. Nessuno mi avrebbe mai potuto vedere eppure aspettavo. Avevo ad un passo la chiave eppure non mi decidevo. 
Era lì, la libertà, in una scatola chiusa. 
I Signori del Destino me l'avevano detto: in una scatola la chiave, nell'altra la morte; in una scatola la libertà, nell'altra la fine di una vita che non avevo avuto ancora il tempo di vivere e di amare. Chiusi con me, nella mia stanza solitaria, uno strumento di salvezza ed uno di distruzione. 
Una scatola bianca ed una nera. L'antitesi archetipo di una scelta obbligata. Una grande e cubica, l'altra piccola e sferica, due forme contrastanti eppure intimamente collegate. 
Stavano poggiate lì, nel silenzio quasi mistico di quella maledetta cupola. Erano gli oggetti di una scelta che ero costretto a fare, ma che non facevo. Ciò che sarebbe potuto essere un privilegio si era rivelato invece una dura punizione, inflitta a me dai Signori del Destino per aver condotto una vita troppo significante e creativa, per non aver voluto credere che la felicità non esiste se non nel sapersi accontentare, per non aver voluto seguire quella linea di principio categorica e dura che fa essere gli uomini forti, per non aver sempre accettato le cose per quello che si mostravano, per aver sempre lasciato il beneficio del dubbio, per aver sempre creduto nell'insicurezza e nell'incoerenza. 
Per queste mie semplici convinzioni avevo attirato su di me l'attenzione dei Signori del Destino che erano stati costretti a punirmi per concedermi la giusta espiazione. 
Questa era la volontà stabilita ed opporvisi, oltre che impossibile, sarebbe stato anche inconcepibile. 
Avevano deciso per me questa sorte ed una mattina di un anno fa mi ero svegliato qui dentro ed avevo conosciuto i miei carcerieri. 
Ero solo ormai da un anno e non avevo ancora deciso. 
Aprire una scatola: un gesto semplice, elementare. Ma sarebbe stato aprire per tornare alla vita libera o aprire per morire? 
Nell'indecisione stavo trascorrendo un'esistenza vegetale, in attesa di trovare il coraggio e la determinazione necessarie per compiere l'unica scelta che, seppure totalmente casuale, avrebbe pur determinato se io avessi dovuto o meno continuare a vivere, se il mio cuore avesse battuto ancora molti colpi o solo l'ultimo. 
Per mia sfortuna i Signori del Destino sapevano tutto di me, conoscevano ogni angolo della mia personalità e del mio carattere, ogni istinto sopito, ogni pensiero, ogni intenzione; sapevano bene quanto odiassi l'immobilità, l'esistenza statica, quanto non tollerassi l'assenza di emozioni, quanto per me l'indifferenza fosse la più dura delle punizioni. 
E conoscevano la mia concezione della vita, una vita fatta di obiettivi da raggiungere, di idee da trasformare in realtà, di ogni cosa che richiedesse una intensa partecipazione emotiva e razionale. Tutto questo a Loro era noto e perciò la mia punizione era la più dura. 
Ma non erano cattivi, era il loro lavoro e non li odiavo per questo, dovevano trovare la situazione il più antitetica possibile rispetto al mio stato ideale; un compito difficile che richiedeva fermezza di carattere per non indulgere in facile compassione e pietoso umanitarismo, ma per eseguire nel modo più corretto e consapevole un compito che pur qualcuno avrebbe dovuto svolgere. 
Io ero lì, costretto a comprendere chi mi teneva recluso e ad odiare chi non riusciva a decidere prontamente della propria vita, crogiolandosi nella peggiore delle prigionie, senza avere la forza di fare una scelta. 
Ormai tra die ore sarebbe passato un anno e Loro sarebbero tornati. Sarebbero tornati e mi avrebbero portato un regalo. Me lo avevano promesso. 
"Perché un regalo" mi chiesi nell'attesa "mi ero forse meritato qualcosa che potesse alleviare la fatica della mia prigionia o si trattava di una procedura normale?" 
Non ne avevo idea, ma mai avrei creduto che un regalo potesse essere peggiore di un dispetto. 
Un rumore dietro alla porta: erano Loro. La porta si aprì senza rumore. 
Non tentai di aggredirli o di andar loro contro, forse avrei anche potuto ucciderli, tale era la rabbia che avevo dentro, ma come sarei potuto andare contro il Destino? 
Rimasi invece immobile su me stesso, statico nel tempo e nello spazio. I Signori del Destino erano entrati portando con sé una valigetta di notevoli dimensioni ed io li salutai, senza fingere. Il più alto con una zimarra rosso vivo dai bordi ricamati d'oro non si curò affatto di me e si accostò al tavolo poggiandovi la valigetta. Su quel tavolo si svolgevano i miei inutili pasti e portava su di sé il segno dei miei vani tentativi di incidervi sopra, con il solo strumento della disperazione, alcune lettere. Tutto era irrimediabilmente antigraffio. 
L'altro Signore, meno alto del compagno, dal copricapo più austero, mi guardò e sorrise, come se capisse in quale stato mi trovassi e mi compatisse. Ma io non volevo la sua compassione né altra pietà, era mio il problema, ero io che dovevo scegliere da uomo razionale: o la libertà o la morte, o scegliere e rischiare o morire di noia e di inutilità. 
Quando la porta si serrò alle spalle dei miei carcerieri, accantonai per un attimo il problema e mi avvicinai al tavolo per scoprire in cosa consistesse il dono che mi era stato portato. La valigetta se ne stava sul tavolo lucidamente adombrata da un'aria di mistero che, quasi fosse solida, non riusciva ad evaporare attraverso l'impianto di condizionamento dell'aria situato nella sommità della cupola. 
Mi avvicinai ed allungai una mano per aprirla, a quel gesto udii uno scatto e la valigetta si aprì da sola, probabilmente per mezzo di un meccanismo idraulico radiocomandato. 
Il contenuto mi si parò davanti agli occhi in tutti il suo splendore: era una tastiera musicale elettronica. 
Timbri e registri variabili, 32 voci armoniche, accompagnamenti prefissati o programmabili, quadrifonia per ciascuna voce, memoria dei brani per un totale di dieci ore di registrazione, tasti per 8 ottave, memoria e digitalizzazione sonora: tutto quello che lessi sul manuale era incredibilmente di più di quanto sarei mai stato in grado di desiderare. Non avevo mai saputo suonare uno strumento ed ero stato sempre troppo pigro per imparare, amavo la musica come forma di comunicazione, ma non ero mai stato capace di sfruttarne in prima persone le potenzialità. 91j3g7g9
Ora il tempo non mi mancava, avevo lo strumento e la volontà di imparare. Un sogno, per la prima volta nella mia vita, stava diventando realtà. 
Tutto era meraviglioso e non mi fu possibile capire in che modo questo strumento così sofisticato avrebbe potuto danneggiarmi. Così avevano detto Loro, lasciandomelo - Questo regalo è come un coltello la cui lama, se infilzata, rientra nel manico rompendolo e tagliando la mano di colui che lo stringe. 
Che il paragone fosse simbolico lo sapevo, ed erano stati loro stessi a specificarlo, in quanto non avrei mai potuto ricevere dal Destino alcun dolore fisico, ma solamente la morte come rappresentazione estrema della vita. 
Proprio nell'osservare quel dono mi accorsi che una improvvisa paura si stava impossessando di me: distolsi lo sguardo cominciando a camminare nervosamente per la stanza. 
Ogni qual volta, completando il mio cerchio, mi trovavo a passare accanto al tavolo la vista della tastiera generava in me una paura sempre crescente. Non riuscii a fare nulla e per tutto il giorno non potei toccarla. 
Andai a letto al tramonto e feci sogni agitati. 
La tensione mattutina e l'angoscia derivante dal disfacimento progressivo degl'incubi delle ultime ore di sonno profondo si tramutarono in una suadente melodia che dissolse lentamente le immagini funeste tramutandole, secondo una tipologia ormai affermata, in paesaggi fioriti e viali alberati mossi da una brezza leggera e splendenti di una luce rifratta. 
Aprii gli occhi e la musica svanì. 
Per un'istintiva associazione di idee guardai la tastiera: giaceva al suo posto, spenta e silenziosa. 
Avevo sognato dunque. 
Cercai subito di distrarmi, mi alzai per fare un po' di attività fisica che conclusi con la doccia ed una abbondante colazione che mi veniva servita (dietro mia richiesta tramite apposita tastiera) attraverso uno sportellino. 
Guardai fuori dalla cupola durante tutto il pasto. 
Sentivo la fauna nascosta tra la vegetazione emettere le sue voci più tipiche, ma nessun animale era mai caduto sotto lo sguardo attento dei miei occhi, mai nemmeno un insetto. 
Anche la foresta era immutabile: si muovevano le foglie, dondolavano le liane, ma le gemme non maturavano ed i fiori non sbocciavano. Sapevo come questo fosse biologicamente impossibile, ma capivo che tutto faceva parte della superiore volontà del Destino a cui, come ho detto, era inutile opporsi; non dovevo chiedermi il come od il perché di quanto mi avveniva intorno, ma soltanto fare quella maledetta scelta. 
Durante le mie ore di osservazione del mondo esterno non pensai alla tastiera che, tra l'altro, avevo coperto con un telo e cercai in tutti i modi di dimenticarmene l'esistenza. 
Passò un altro giorno e vidi persa la possibilità di aprire una maledetta scatola. Andai a letto senza nemmeno la forza di protestare contro la mia debolezza, addormentandomi, fortunatamente, in un sonno tranquillo. 
All'alba sentii nuovamente quella musica. Era sempre più dolce ed attraente; mi avvolse completamente, anche se sembrava uscire più da me stesso avevo una esatta percezione della sua provenienza. 
Mi alzai lentamente dal letto senza aprire gli occhi (pensavo che in qualche modo l'apertura delle palpebre e l'interruzione della musica fossero collegate) e cercai di raggiungere il tavolo. Conoscevo alla perfezione la mia stanza-cella e non mi fu difficile arrivarvi senza né inciampare né sbagliare strada. La melodia si articolava nel suo ritmo con le molte voci polifoniche fino a raggiungere, con un crescendo di armonia e completezza, effetti musicali sconosciuti. 
Non aprii gli occhi. Arrivai al tavolo, tastai con le mani in cerca del telo e lo tolsi. 
Aprii gli occhi e la musica cessò. 
I suoni provenivano esattamente dalla tastiera e, quando la vidi inerte ma luccicante di riflessi misteriosi, ebbi l'impulso irrefrenabile di toccarla. 
Essendo stato il mio risveglio così improvviso non si era ancora riconcretizzata in me la paura per quello strumento a doppio taglio, per cui mi fu impossibile resistere. 
Toccai un tasto. 
Come provenisse da un mondo remotissimo ne scaturì qualcosa di più di una semplice nota musicale, fu un suono indefinibile per complessità ed armonia, quasi una intera orchestra modulata sulla frequenza di una sola nota. 
Pur se l'effetto era stato tanto piacevolmente imprevisto, non ebbi la forza di toccarla nuovamente e ritrassi la mano. 
Avevo molto probabilmente compiuto un gesto fatale, ma non me ne resi conto immediatamente; avevo assaggiato di nuovo quel tipo di vita ricco e attivo per il cui miglioramento era bello e giusto combattere. Volevo tornare a vivere un'esistenza capace di darmi grandi soddisfazioni ed il toccare nuovamente la tastiera fu il rito che mi iniziò a questa nuova dimensione esistenziale. 
Avevo trovato nella mia prigionia il modo non solo per rimandare ma addirittura di annullare il problema della scelta: ero felice come mai prima di allora. La voglia di scoprire, di conoscere, di rivivere era troppo grande e, un tasto dopo l'altro, presi confidenza con lo strumento della mia rinascita. 
A mano a mano la musica si impossessò di me e diventò come una droga, non ne potevo più fare a meno: suonavo tutto il giorno e anche parte della notte, quando la luna mi permetteva di scorgere i contorni della tastiera che, per altro, conoscevo così bene da poterla suonare perfettamente anche nella più totale oscurità. 
Un mattino, dopo aver suonato per tutta la notte, mi resi finalmente conto che era proprio la mia dipendenza da quello strumento a determinare il lato negativo del regalo; ma come ciò avrebbe potuto danneggiarmi non riuscii a spiegarmelo. 
Ben presto anche questa preoccupazione finì per abbandonare i miei pensieri, così come avevo fatto con il problema delle scatole da aprire: la musica era il riempitivo e la sostanza stessa della mia esistenza. 
Suonavo e suonavo, creando melodie fantastiche, producevo effetti spettacolari, sintetizzavo interi concerti e sinfonie, mi lasciavo rapire dalla musica e la cavalcavo nel suo proliferare inarrestabile. Ero entusiasta e tutta la cupa visione della vita che mi aveva accompagnato fino a quel momento per più di un anno era ormai interamente svanita in questo incredibile spettacolo musicale. Ero l'artefice del mio futuro, mi pareva possibile costruirlo pezzo a pezzo, nota su nota. 
E così passarono i giorni, e la mia perizia si accrebbe; così passarono le ore, e la mia arte si perfezionò; così passarono i minuti, ed un desiderio si formò dentro di me. Volevo mostrare la mia abilità ad un pubblico che non consistesse solo in me e nella mia solitudine. 
Diventai così grande in quest'arte che passò un'altro anno e non me ne resi conto. 

Non volevo uscire solo per dar mostra della mia abilità, volevo rivedere le persone che avevano pur determinato parte della mia felicità; non mi importava di essere il migliore ma solo, avrei preferito mille volte di più essere l'ultimo della terra ma libero. 
Era passato un'altro anno ed io ero sempre nella stessa situazione. Ma lo ero poi davvero? 
Allo scadere del secondo anno giunsero i Signori del Destino, vennero allegri e portarono un'altra scatola. 
Li guardai incuriosito mentre trascinavano all'interno della cupola un contenitore verde a forma di tetraedro. Il Signore più alto afferrò con una sola mano la tastiera e, al mio gesto in avanti, corrispose solo una nebbia densissima ed un'intenso dolore al collo. Credo di essere caduto per terra. 

___ ___ ___ 

Non ricordo quanto tempo passò, ma al mio risveglio Loro non c'erano più. La tastiera non era più sul tavolo e, quando vidi che una terza scatola (verde) era stata affiancata alle altre, capii tutto in un attimo: mi avevano incastrato. 
Ero di fronte ad una scelta obbligata: o la musica o la libertà o la morte. 
La sola idea che la mia scelta potesse essere dettata non dalla mia volontà, ma da un bisogno fisiologico o comunque fuori dalla sfera razionale, bastò per farmi ribellare a questa nuova imposizione, alla violenza che di nuovo si esercitava sulle mie aspirazioni; e decisi che avrei trovato il modo per superare la crisi d'astinenza che già sentivo nascermi nel sangue. 
Ordinai subito da bere e cibo in abbondanza. Le pietanze uscirono prontamente dalla fessura. Ebbi un sospiro di sollievo nel vedere come non fossi ricattato anche sul piano della sopravvivenza fisica, ma del resto questo sarebbe stato contrario al regolamento della mia prigione: avrai tutto ciò di cui hai bisogno per vivere come un essere vivente, tranne ciò che ti permetterà di vivere come Essere Umano. 
Cominciai a mangiare. 
Dopo i primi bocconi mi accorsi che con le posate battevo il ritmo su piatti e bicchieri, che masticavo a ritmo e vedevo in ogni alimento sinfonie di sapori, suoni e immagini. I piedi cominciarono a battere a terra, aprivo e chiudevo le ginocchia, canticchiavo, intonavo motivetti: ero invasato dalla musica e di certo "quel" cibo non era "il" vero cibo di cui avevo bisogno. 
Mi alzai di scatto scaraventando a terra la sedia, rovesciai il tavolo e aprii il rubinetto della doccia sulla posizione "molto fredda". Andai sotto l'acqua gelida così vestito com'ero. L'attacco isterico passò, portandosi con sé ogni proposito di sfuggire il problema e decisi di pensare seriamente ad una scelta "definitiva". 
Dove avrei trovato la morte? 
Ora le possibilità erano tre, ma avevo ridotto il rischio di morire ad un terzo? Avevano cambiato i contenuti delle scatole o no? Dov'era la tastiera, nella scatola verde forse?, o sarebbe stato troppo logico? Chi mi garantiva, poi, che rientrasse tra le alternative; e se avessero aggiunto un nuovo strumento di morte? Non sapevo nulla. 
Per la prima volta in tutto questo tempo avevo rivolto l'attenzione su di essa. 
Sarebbe stata immediata o avrei sofferto una lenta agonia, sarebbe stata indolore o sarei stato torturato fino alla fine? Si sarebbe trattato di una morte certa o sarei rimasto mutilo? Era una morte fisica o psicologica? E comunque, a parte tutto, da cosa sarebbe stata provocata? 
Questi ed altri interrogativi affollarono la mia mente dopo la venuta dei Signori del Destino, alternandosi in una altalena di ipotesi, intuizioni e paure. La mia mente era così impegnata da immagini di morte e stratagemmi per salvarmi, che stavo perdendo rapidamente di vista l'obiettivo che mi ero proposto. 
Passai tre giorni insonni alla ricerca della soluzione ed essa, silenziosa alla fine, giunse. 
Avrei aperto una scatola prendendo tutte le precauzioni possibili per poter sfuggire ad una eventuale morte. In fin dei conti avevo una probabilità su tre di morire e, se avessi trovato la tastiera, avrei potuto rimandare nuovamente il problema, o forse le cose si sarebbero messe in maniera diversa. 
Quale aprire? La scelta non poteva basarsi che sulla logica: l'unica scatola grande a sufficienza per contenere la tastiera. Quella bianca. 
L'aver scelto mi rese molto più felice ed orgoglioso di me stesso e, comunque fosse andata, non me ne sarei pentito (ovviamente). 
Mi diedi subito da fare affinché le mie idee e gli stratagemmi immaginati divenissero realtà, pur con i limiti delle cose che avevo a disposizione. 
Presi la scatola prescelta avendo cura di non far scattare inavvertitamente il dispositivo automatico di apertura (e con il cuore in gola che batteva all'impazzata non fu facile) e la misi nel punto della cupola diametralmente opposto alla porta; sistemai le altre scatole accanto all'uscita nel caso avessi avuto potuto avere il tempo di vedere con anticipo sufficiente lo strumento di morte prima che sortisse il suo effetto, così da poterle aprire rapidamente per prendere la chiave; era una possibilità remota, ma non potei non tenerla in considerazione. 
Ordinai una quantità inverosimile di cibo e bevande di tutti i tipi per circondarne la scatola (nel caso contenesse un'ignota specie di animale voracissimo); raccolsi tutti i mobili di cui disponevo mettendoli tra la scatola e la porta in una sorta di trincea dietro cui difendermi in caso di esplosioni; aprii i rubinetti dell'acqua allagando il pavimento per evitare incendi; legai, con un filo ricavato dalla mia giacca, il meccanismo di apertura della scatola per poterne provocare l'apertura da dietro la barricata; mi infilai dei tamponi nel naso e nelle orecchie per combattere gas tossici o rumori assordanti; sistemai lo specchio accanto alla scatola per poterne vedere il contenuto anche a distanza; mi avvolsi dentro le coperte isolandomi dal pavimento con lo sportello che avevo divelto dall'armadio; mi bendai gli occhi per proteggermi da luci acciecanti, pronto però a togliere la benda nel caso non fosse quello lo strumento prescelto; insomma avevo previsto tutto il possibile. Rimaneva l'impensabile ed il pazzesco a cui, nonostante tanta prigionia, non ero ancora arrivato. 
Il momento era giunto. 
C'era in me una sensazione assai contrastante tra l'emozione per un possibile successo ed il terrore per la morte. Ma questa era l'unica via: scegliere. 
Mi appostai dietro la trincea, attesi di avere il coraggio sufficiente, mi ranicchiai nel mio nido e tirai il filo. 
Silenzio, nessuna esplosione, nessuna luce acciecante. 
Mi tolsi subito la benda. La scatola era aperta, ma non si scorgeva il contenuto. Mi tolsi i filtri dal naso: niente odori. 
Né animali né sostanze viventi: nulla. 
Non mi riuscì di capire se il battito cardiaco che mi tuonava nelle orecchie derivasse dalla paura di una morte prossima o dalla gioia di una libertà imminente. 
Mi avvicinai cautamente, tanto lento quanto pronto a balzare dietro la trincea se ce ne fosse stato bisogno. Non mi accorgevo nemmeno del movimento, tanto era frenato. 
Guardai dentro la scatola. 
Vi era, incassato in un'apposita sede rivestita di velluto rosso, un piccolo scatolino nero con su scritto, accanto ad un pulsante rosso, "PREMERE PER APRIRE PORTA". 
Non era possibile! Ce l'avevo fatta, non resistetti più in me stesso, tanta era la gioia di essere riuscito ad indovinare la scatola giusta: ero orgoglioso di me, mi amavo. 
Saltando per tutta la cupola, cantavo gridavo correvo ero felice ero libero. Urlai così forte che mi parve di poter rompere il cristallo della cupola contro cui, in precedenza, avevo tirato invano ogni oggetto che avessi sotto mano. Ora ero libero e sarei potuto tornare nel mio mondo e ricominciare da capo una nuova vita, finalmente libera dalla presenza del Destino, di cui essere l'unico arbitro, capace di scegliere da solo e di sbagliare (se del caso) non in base ad una Volontà predeterminata, ma con la Mia volontà. 
Sguazzai nell'acqua prendendo a calci tutto ciò che avevo usato come barriera: avrei potuto riabbracciare i mobili della mia casa e finalmente scrivere e leggere. 
Libero, come mai si era sentito un uomo. 
Per poco non urtai anche le altre scatole che giacevano inerti vicino alla porta. Le odiavo, ma non avrebbero più potuto farmi del male. 
Più tardi mi calmai, mi sedetti su ciò che era rimasto del letto e, sorseggiando l'unica bottiglia di Champagne che avevo a disposizione, mi pregustai l'uscita. 
Volevo assaporare ogni attimo della felicità che mi derivava dall'essere finalmente libero dopo due anni di prigionia; avevo trovato la forza per decidere ed avevo vinto. "Il Destino non colpisce mai due volte." Pensai tra me. Per rendere più dignitosa la mia uscita feci un pisolino sui rottami del letto, poi, al risveglio, mi lavai e, indossato un vestito pulito, mi accinsi a premere il pulsante rosso. 
Che cosa avrei trovato fuori, come avrei raggiunto un centro abitato, come mi sarei nutrito? 
Non fecero a tempo a comparire quei problemi che la mia grande gioia li ricacciò via: meglio morire di fame, da solo a mille chilometri da casa che vegetare lì dentro prigioniero del Destino e di me stesso. 
Premetti. 
- Clack - la serratura scattò. 
La porta si aprì scivolando lateralmente senza fruscio: la mia libertà era, adesso, una tangibile realtà. 
Attraversai il corridoio che conduceva all'esterno e, con grande stupore, constatai di non trovarmi affatto in una foresta vergine, bensì l'unica vegetazione consisteva in qualche sparuto albero nel cemento del mio quartiere; la foresta ed i suoi suoni erano solo immagini fittizie e nastri registrati: intorno a me c'erano i semplici rumori della mia città, una tranquilla metropoli come tante altre. 
Ville e grattacieli, automobili e strade. 
Il clacson delle auto era un barrito d'elefante e lo stridore dei freni il grido delle scimmie: non era come avevo sempre creduto che fosse. 
L'aria era pesante. 
Mi trovavo nel parcheggio accanto allo stadio, intorno alla cupola una recinzione in plexiglass impediva a decine di persone armate di binocoli, telecamere e teleobiettivi di riprendere troppo da vicino il panico che si leggeva sul mio volto. Ridevano di me e mi additavano, sghignazzando per la mia sorte. 
Qualcuno vendeva gelati. 
Feci qualche passo lungo il vialetto che portava al cancello e mi accorsi che un gruppetto di persone (sembravano giornalisti) stava facendo altrettanto, alla testa del quale stavano due signori vestiti di rosso con uno strano cappello sotto braccio. 
I loro visi sorridenti e soddisfatti, gli sguardi impegnati dei cronisti, l'aria pesante della calura estiva e la grande paura che mi stava portando via mi fecero girare indietro a guardare la cupola: era trasparente, completamente trasparente. 
Vidi la mia stanza messa a soqquadro, il mio letto distrutto, la mia toilette, il cibo, le scatole e tutto il resto. 
Avevo costituito per più di due anni uno spettacolo avvincente per concittadini pieni del sadismo endemico dei deboli frustrati, per turisti curiosi e desiderosi di riportare in patria un buon repertorio della principale attrazione del secolo, per mamme buone e generose che, sotto le mentite spoglie della loro ala protettrice, nascondevano il desiderio di veder soffrire per poi ingigantirsi e consolare. 
Provai un profondo ed invincibile odio per l'umanità e per tutti i suoi componenti. 
L'istinto mi guidava di nuovo verso la cupola che mi aveva fatto da carcere per tutto quel tempo, lo assecondai. 
L'orda di giornalisti e di grandi personalità era vicina. 
La vita in quel mondo non aveva più senso per me, ero stato ingannato più di quanto mai un essere umano possa esserlo; non sarei mai potuto ritornare libero dopo essere stato costretto ad imprigionare me stesso ad opera della curiosa violenta aggressiva crudeltà del genere umano. 
Decisi di aprire le altre scatole dove avrei trovato la mia unica salvezza: la morte. 
Morire sarebbe stato comunque meglio che sopportare una esistenza dopo essere stato svuotato di me stesso. Avrei trovato nella dimensione dell'eterno oblio l'unica soddisfazione: quella di non appagare la stessa curiosità che mi aveva condannato a quella prigionia. Avrei anche scoperto quale morte il Destino (se poi esisteva davvero) aveva stabilito per me: e questa sarebbe stata l'ultima libera scelta che avrei potuto fare. 
Aprii la scatola bianca. 
Era vuota, terribilmente ed ingiustamente vuota. 
Mi gettai su quella verde, prima che la folla potesse raggiungermi. 
Vuota, disperatamente ed ingiustamente vuota. 
Solo allora capii che aver trovato ciò che io ritenevo la salvezza e la libertà consisteva invece nella peggiore condanna: quella era la morte che mi era stata assegnata. 
Vivere. 
La cupola, che aveva costituito per me una barriera verso la libertà e la vita, era invece l'ultimo baluardo che mi proteggeva dal peggior nemico di ogni uomo: gli altri. 
La folla mi raggiunse e mi annullai in essa. " 

Marco Cassiano


                                           Appunti di un addio 


Le luci del palazzo in fondo alla strada. Dalla finestra della terrazza le accarezzo con lo sguardo. Cerco l’ispirazione in quelle immagini surreali, sfumate dalla foschia e sfigurate dall’ombra delle nuvole. Poi irrompe il rumore della porta di casa. 

Anna è appena entrata di corsa, si è diretta in cucina, ha aperto il frigo e ha agguantato una lattina di birra. È successo qualcosa. Quando una donna si apre una birra da sola, allora preparati al peggio. 
Silenziosa compare in salone, si ferma in piedi al centro esatto di un tappeto rosso che mi hanno rifilato lo scorso anno in Turchia. 
- Basta, me ne vado…Non ce la faccio più a vivere con te!- 
D’accordo, fin qui siamo alle solite frasi da telenovela, un po’ costruite, poco fantasiose e, se vogliamo, anche un po’ irritanti. 
- Guardami ti prego, dimmi se ho la faccia di una contenta di questo tipo di vita!?- 
A questo punto le donne di solito ti spiazzano, perché ti costringono a intervenire quando tu ancora devi riprenderti dallo scossone iniziale. E lo fanno con una domanda-affermazione, innovativa formula sintattica inventata dalle donne che vogliono inchiodarti a qualcosa, una loro emozione, un loro malessere, un loro sentimento, che tu non hai saputo cogliere. 
Non sarò fisiognomico, ma a me sembra che abbia la stessa faccia che aveva due ore fa quando è uscita o addirittura la stessa espressione di quando ci siamo messi insieme quattro mesi fa. Già non era felice a quel tempo? Allora che bisogno c’era di aspettare quattro mesi, trasferirsi a casa mia e soprattutto darmi sempre la buonanotte sussurrandomi «ti amo», prima di confessarmi che non era felice. 
Inoltre, cosa intende con l’espressione «questo tipo di vita»? Lo so che forse ora è inopportuno soppesare troppo le parole, ma io all’italiano come strumento di espressione comunicativa ancora ci credo. Ti stai laureando in lettere, vivi da tre mesi con uno scrittore abbastanza conosciuto e apprezzato, che può permettersi l’attichetto in centro, che ti porta a cena al ristorante alla moda, ma con il quale puoi parlare anche di questioni sociali, che conosce perfino il problema dei rifugiati birmani lungo il confine con la Thailandia e che ora ti osserva cercando di abbozzare un sorriso comprensivo e disteso. 
Ma lei, di fronte a questo sorriso comprensivo e disteso che forse non è uscito granchè bene, si incazza. Mi vomita in faccia una serie di miei comportamenti raccapriccianti, da denuncia al tribunale dei diritti dell’uomo, accusandomi nell’ordine di: 
1) troppi silenzi 
2) troppe chiacchiere inutili 
3) chiodo fisso sul fare l’amore 
4) pochi preliminari 
5) indifferenza per i suoi problemi personali 
6) eccessiva preoccupazione per i suoi problemi personali 
L’unica cosa che le potrei contestare con decisione è l’accusa di pochi preliminari. Sempre amati i preliminari. Per il resto sinceramente non saprei proprio come rispondere a una lista di contraddizioni. Mentre lascio che qualche pensiero si organizzi tra il mio cervello e la bocca, lei cambia improvvisamente le carte in tavola. Alza la voce, prende dalla libreria un mio libro e lo sbatte per terra. Molto teatrale e simbolica la scena. Deve averla studiata per settimane. Poi si siede sulla poltrona, in un sorso si finisce la bottiglia di birra, mi guarda e mi chiede scusa. 
L’aspettavo proprio a questa curva. Secondo i miei calcoli, ora dovrebbe iniziare la seconda fase. Dopo la sfuriata iniziale, emotiva e un po’ irrazionale, si passa alle vere ragioni della decisione, elencate con toni molto più soft. 
- Dov’è che stava il libro?- 
Sta addirittura raccogliendo il mio libro, questo non me lo sarei aspettato. Si china a cercare l’accendino nella borsa e si accende una sigaretta. 
- Andrea, mi dispiace, ma forse è meglio che ci lasciamo adesso...- 
Meglio per chi? Per me, per te, per noi, per l’umanità? 
- Non vorrei che mi fraintendessi, con te ho passato quattro mesi indimenticabili...dico sul serio. Tutti mi dicevano che ero cambiata, sembravo finalmente felice dopo il periodo di depressione. Ti ho conosciuto ad aprile e nel giro di pochi giorni mi hai conquistata, sei riuscito a cancellare il ricordo del mio ex che mi stava logorando. Ma questo lo sai già, ne abbiamo parlato spesso di quanto sei stato importante per me. Io a Daniele non ci ho più pensato, neanche lontanamente, e mi veniva quasi da ridere al solo pensiero che per mesi non ho fatto altro che rivivere nella mia mente i quattro anni passati insieme a lui. Non sono mai riuscita ad accettare la sua partenza, quel suo ciao così glaciale sulla porta della mia camera. Una merda, ecco come si è comportato nei miei confronti, eppure io ogni giorno continuavo a cercarlo in ogni angolo di Bologna, sperando anche di incontrare uno che gli assomigliasse solamente...- 
Frasi già sentite. Ma stavolta stranamente hanno un tono nuovo. Dove vorrà arrivare? 
- Con te ho passato quattro mesi bellissimi- 
Ancora...ho capito. Mai guardato le corse automobilistiche, eppure mi sembra di assistere ad una di quelle gare infinite nelle quali le macchine girano, girano e rigirano e non vedi l’ora che un tipo buffo vestito da arbitro di pallacanestro sollevi la bandiera a scacchi. A quel punto tutto assume un senso preciso. 
- Però due giorni fa mi è successa una cosa che non posso trascurare...- 
Mi sa che il tipo buffo sta preparando la bandiera a scacchi. 
- Ho incontrato Daniele...e non per caso. Mi ha telefonato chiedendomi di vederci. Era appena tornato dagli Stati Uniti e aveva bisogno di parlarmi. Ci siamo visti al bar dove facciamo sempre colazione io e te - 
Questa mossa poteva anche risparmiarsela. Ci saranno duemila bar a Bologna e lei dove va? Al nostro preferito con il suo ex-uomo. Che sensibilità... 
- Non è successo nulla...tranquillo, siamo rimasti al bar e non sono andata a casa sua. Tanto lo so che voi uomini pensate subito a quello, preferite che la vostra donna sia innamorata di un altro, basta che non ci vada a letto - 
Mi inchino di fronte a questa eccelsa espressione della filosofia femminile. Queste sarebbero le conclusioni dei discorsi logorroici che fate quando vi chiudete per ore a casa tra amiche. Allora preferisco le sincere discussioni maschili da spogliatoio vertenti solo su tette e culi. 
- Abbiamo parlato un’oretta, niente di più. Poi ci siamo lasciati con un innocente...ci sentiamo- 
La mia donna ed il suo ex si bevono un thè e si lasciano dicendosi «ci sentiamo». E allora? 
- Vedi, il problema in effetti non è il ritorno di Daniele dagli Stati Uniti. Il vero problema sono io...- 
Iniziavo a supporlo. 
- Quando lui mi ha chiesto se stavo insieme a qualcuno, sai cosa gli ho risposto? NO. Secco, senza titubanza alcuna. Capisci che non è normale… - 
In effetti non è normale. Ma valla a trovare oggi la normalità. L’altra sera esco con un mio amico, mi porta in un nuovo locale in centro, mi dice che c’è una cameriera che lo guarda sempre, che gli sorride, che ammicca. Ci sediamo, dopo un po’ lei arriva. Naso aquilino, piantagione di brufoli in viso, sguardo perso nel vuoto, sorriso ebete da un paio di neuroni al massimo. Ordino una vodka lemon con ghiaccio. Tre volte l’ho dovuto ripetere, è pure sorda. Mi guardo Alessandro, gli ricordo che è felicemente fidanzato da tre anni con Giulia, una ragazza splendida che tutta Bologna gli invidia. Risposta di Alessandro: «Eppure io questa me la farei proprio e chi se ne frega di Giulia». È normalità questa? 
- Io non lo so, non riesco a capire cosa mi sia preso, pensavo di averlo ormai dimenticato, Daniele per me non era più nulla…- 
Frasi, frasi, frasi. Insieme di parole che mi passano vicino, le vedo dirigersi verso la camera da letto, sembrano anche loro stanche di tutta questa discussione. Vuoi andare via? Vuoi lasciarmi per tornare con Daniele? Va bene, dimmelo e chiudiamo finalmente questo teatrino. 
- Ho deciso…torno da Daniele- 
Come torni da Daniele?! E io ora che faccio? No, ti prego, non mi dire che mi tocca chiudermi in casa con bottiglie di vino e collezione di dischi di quel depresso di Nick Drake. Non mi va, è il mese di settembre più bello degli ultimi dieci anni a Bologna e tu devi proprio rovinarmelo così. Ieri ho preso la moto, sono andato a fare un giro in collina fuori città. Mi sono fermato in un campo di girasoli. Guardavo le nuvole e assaporavo gli odori. Il vento non mi accarezzava i capelli, sarebbe stato troppo da pellicola americana, ma era tutto così bello, ogni cosa era al suo posto. Tu non c’eri. Ho preso il mio quaderno, quello con il gatto nero in copertina che non ti è mai piaciuto, ho schizzato un paio di frasi e mi è anche venuta l’idea per un nuovo libro dopo un po’ di mesi che non scrivo. Circa quattro mesi per la precisione. Che coincidenza, vero? Volevo cominciarlo oggi, il nuovo libro, poi siete piombati in casa tu e i tuoi giramenti sentimentali. Sai che ti dico? Vuoi lasciarmi? Allora fallo in fretta che ho voglia di ricominciare a scrivere. 
Prendo un po’ di vocaboli dall’emisfero destro del cervello e glieli regalo. 
- Te ne vai così?...Ma...- 
Mi bastano quattro minuscole parole, un punto interrogativo, sei puntini di sospensione e una congiunzione avversativa per farti credere che mi dispiace, che fra un po’ scendo a comprare il vino e i cd di Nick Drake e che già sto sfogliando a mente l’agendina con i numeri dei miei amici per chiamarli e farmi aiutare a curare la profonda ferita lasciata dal tuo addio. 
A te invece è servita una moltitudine sconfinata e disordinata di parole per dirmi quello che già sapevo dal primo giorno che ti ho conosciuto e cioè che saresti tornata dal tuo ex. Non avrebbe proprio funzionato tra noi - penso - mentre da dietro ti osservo piegare i vestiti nella valigia. " 

Antonio Deruda


Parodìa mitologica- astrologica:  Di dove viene fòri il segno del Sagittario?

Cornide, lo dice il nome stesso, tradì Apollo ( con varcuno brutto, perché il più bello era lui).
Apollo s' imbestialì e l’ ammazzò senza pensacci dù vorte. Però gli dispiacque il fatto ch’ era incinta, e la sventrò per salvà il figliolo. Dal 1° parto cesareo della storia nacque Esculapio. Il sù babbo, decise di fallo cresce dal centauro Chitone, per fallo diventà istruito. Perchè ver centauro era un pozzo di scienza della medicina, e dell’ erbe. Col tempo però Esculapio diventò più bravo di lui, e inventava a tutto spiano cure per i malati. Diventò famoso dappertutto. Dicevano ‘he resuscitava anche i morti. Allora Giove, che comandava tutto lui, nero dalla rabbia, lo furminò. Ma ormai era ‘osì importante, ‘he tutti lo ‘onsideravano ‘ome un Dio e lo raffiguravano con l’ alloro in testa e il caducèo in mano. In sù onore gli fecero addirittura 200 templi , e lì, c’ andavano a pregallo.
Poi successe 'he scoppiò la peste a Roma e nessuno sapeva ‘osa fà: inviarono allora un gruppetto di capoccioni nella città d’ Esculapio per interrogà l’ ora’olo d’ Apollo.
Apollo gli disse ai Senatori di mette una statua del sù figliolo in città, per proteggìla.
Poi si sa ‘he la mitologia deve inventassi parecchie ‘ose: allora pare ‘he Esculapio si trasformò in un serpentello e montò su una nave che andava verso le foci del Tevere, e mentre risaliva il fiume, vando arrivò all’ isola Tiberina, la volle fermà e ripiglià l’ aspetto del Dio. Fatto sta ‘he la peste finì: l’ aveva guariti tutti.
Il centauro che era dimorto ‘ontento del figlioccio, nel frattempo era invecchiato e un ce la faceva più. Gli disse a Giove di regalà la sua immortalità al su’ ami’o Prometeo, perchè un ne voleva più sapè di 'ampà dell' altro. Giove gli disse ‘he l' andava bene, ma la gente un lo doveva dimentìà, e allora decise di trasformarlo nella ‘ostellazione del Sagittario.  
                                                                                                                                                               Liliana Lorenzi