" Che cos' è mai la Poesia
se non l' anima in una bottiglia?"

 
Tratta da:"L' anima nella bottiglia" di :

BandoleroNero

 

 

 

DIE GENESUNG
 

Asciughi nubi di tormenti,
voce morbida, agile a farsi spugna.
Genuflesso è il tuo sguardo
e compiacente, che
lava incendiata,
esule di crateri marci,
blandisce. E sanguinante
rabbia rappresa in cumuli scarlatti
così s’arrende, liquida,
e scorre via in una cascata
allegra: come acqua sorgiva
lenisce il cuore mio
il tuo sorriso.

Respiro come legno annusa il mare,
umido di rugiada del mattino,
scampato a falò che arse
tutta notte...



ASSONOMETRIA DEL DOLORE


Sempre vorrei serbare
il braccio forte che
la tela squarcia,
il Do di petto
che spiana le montagne
e per le valli
sparge
l’olio del silenzio
e del sudore
l’odore acre, di uomini
in cammino
e rugosi, a masticar
di una generazione
il canto...
...il grido forte
dell’aquila ferita
a morte
farsi diapason
di un dolore greve,
ovunque,
a mostrar l’Abisso
che attende
tutti, senza d’illusione,
dolciastra,
l’ombra drogata.

Altre volte ripiego.
Mi scavo un po’ di bianco
tra idee scarabocchiate,
neuroni al macero
e fantasie ingombranti
e scrivo
del mio ombelico
dolente anch’esso,
ma di una pena egoista
e capricciosa.

La differenza, in fondo,
è nel raggio
soltanto.
Io sono il Mondo,
ogni tanto,
che tossisce e sbuffa
e s’immelanconisce
dell’ottuso sembiante
dell’umano
bipede, che va a morire
fischiettando
insulso il ritornello
di una réclame...


PASSAGGIO A NORD- ESSERE

Chi nasce radice
mai sarà desinenza.
Questo ho spiegato ai topi,
di quelli che mi volevano
legato a un -ismo.
Ora il Mondo domino
da un buco di serratura.
Conosco il buio e la nebbia,
l’ebbrezza della cima
e l’orrido di strapiombo.
Fallisce e ripiega
chi teme la vertigine
di abisso. Non io,
che vedo il Tempo
come un fluido, ormai,
e ne assaporo
le curvature liquide.
Quanto agli angoli,
larghe
le mie spalle si fanno strada.
Spezzano l’aria,
arrestano il vento,
irrigano di brividi
le vulve delle donne.
Sono il dittatore unico
di un’anarcorepubblica
monista.
E la mia vita
sa ormai solo di discese,
ché chi attraversa il Monte
col pensiero
più non conosce
l’erta...


PENSIERI SPARSI IN NOTTE DI BONACCIA

E si naviga a vista
in fretta trasecolata
dal fragore degli attimi
A volte una gioia che scodinzola
rompe a restare fitta
la nebbia
Un barlume di cielo
Un delirio di immortalità
Uno specchio servile...
...il tempo scardina le ancore
e arrugginite le riporta
inutili
vane come boe nude di sughero
sul bagnasciuga, al tramonto
E si va di bolina, altre volte,
piatto e burlone il mare
che si fa beffe,
attendendo per mesi un’onda,
impietosito un refolo
di vento,
il canto rauco di una
sirena in estro,
la lugubre risata
di un amico sbronzo
Nulla ha molto più senso
quando evaporato è il sangue verde:
quello che non sapeva mai aspettare,
che incendiava delle notti gli arsenali
e quando urlava - T’amo -
era così
Era proprio così
Non rimane che cibarsi di un Dio morto
per chi è di bocca buona, sempre
se non ha vomitato troppe volte
come me, per esempio,
che un tempo credevo nella Vita
La Vita, questa presunzione del carbonio,
questo rannicchiarsi dell’anima è la Vita
E la mia vita è filamento di fiele
arrotolato attorno a un punto
di domanda...
 

AUBE NEUF (ODE ALL’ALBA)

All’Uomo rannicchiato alla grotta
il perdono di Dio.
Non più bisogno di fuoco
e di coltri a scacciare
d’angoscia le lame ghiacciate.
È nuova occasione
la Luce che abbaglia discreta,
la mano distesa
per chi vuol capire.
È giovane voce
e sapore di frutta; sussurra
di grandi misteri e rivela
(svelando) la semplicità.
D’assurda Bellezza
quotidiano miracolo
che malizia dell’occhio
trascura.

Cosa c’è di più buono
dell’Acqua?
Occorre la sete, però...


CHIAMA IL MIO NOME

Chiama il mio nome
e smetterò di essere
solo pietra pomice
cui sole, pioggia e vento
disseccarono linfa.

Chiama il mio nome.
Urlalo in piena notte.
In una notte scura
e senza stelle,
quando un buio solitario
sarà spauracchio di bambina.

Chiama il mio nome
come se fosse
l’unica parola che ricordi.
Ultimo talismano.
Filo sottile
che ti conserva alla vita.

Da qualche parte del Mondo
io lo sentirò, piccina.

Ti raggiungeranno i miei baci
su un tappeto volante di Luna
e la paura fuggirà, sconfitta...


PROCESSIONE ALLA PORTE DELLA FINE DEL TEMPO

(Come un serpente,
come un serpente che si contorce...)

Su dune sabbiose
procede l’eco del Tempo
e donne
che hanno il Mondo nelle scarpe.

Affaticate rughe
recano il testimone.

(Come un serpente,
sinuosa come un serpente...)

Sinuosa come un serpente
l’eco grave del Tempo.

Così è da Sempre.

La voce nella caverna
e i salmi dell’Apocalisse.

Litanìe aramaiche...
ll muezzin dal minareto.

La Porta del Tempo
è il ponte
della Nuova Sopravvivenza.

(Qualcosa che si muove
e si dibatte...)

Lento è il ritmo
di chi procede nell’Infinito.
Aria sabbiosa,
pulviscolo di pianeti alieni.

Ce ne andremo.

Proseguiremo Altrove.

Un cammino, un viaggio
come una lenta danza.

Le donne partoriranno:
partoriranno ancora.
Gravide come tamburi,
lente, in cammino,
traghetteranno stirpe.

Ci sarà nuova vita
per chi ci crederà ancora.

Sarà suono di flauto
che li accompagnerà...

 




RUGGINE DEL TEMPO

Vecchi diari...
Cloni dissepolti
in dissolvenza.
Fratelli minori
grondanti ideali,
stagnanti
umido
e muffa
e vecchie fragranze
...obsolete
e come foglie morte
buffe
in loro specchio
di linfa clorofilliana
or disseccata.
Giovani miei
gemelli
strappati al porpora
di illusione antica.
Dov’è ora la bella
che rubava il sonno
in una notte lontana?
In qualche parte di mondo
sepolta
tra bimbi urlanti
e noia
preponderante,
a scrutare
fossili rughe,
a cercare
a sua volta
se stessa
nei suoi
vecchi diari...
 

FLEBILI LABILI FLEBO DI MEMORIA


Brrr...
Come si fa a dipingere
il rumore di un brivido?
Che cos’è il Bello? È questo:
il sublime in un fremito
che pugnala alla schiena
e, sugli anni fuggiti,
sui baci, su danze sfrenate,
si spalanca,
intrigante, la Luce.
Di pistolettate di gioia
rabdomante il ricordo
a annusare un colore,
scrutare un odore,
toccare un sapore...
Già! Una sinestesìa scombinata
è la giovinezza,
come un ciuffo che cade
dove (mai) non doveva,
un rigurgito che chiama
una risata,
una lacrima gaia, un’insalata
di dolori, ma rotti,
sempre, da un sorriso.
E il Tempo:
lungo, come
un’autostrada
e un faro lontano
che sorride, sicuro
e dice: - Dai! -
Quanto tempo è passato...
Il mio guardiano del Faro
si è addormentato, credo,
con le luci spente.
Che sbadato!
E io mi cibo di lucciole,
ogni tanto, e provo
a illuminare un cuore
che sa di notte, troppa,
e di stantio...


L' AMORE A RATE

Chi l’ha detto
che l’amore è solo ortica,
acido prussico che brucia nervi
insonni,
delirio assurdo,
strepito del sangue?
Io sono qui e tu invece sei
altrove
e non ti penso
né i miei sogni incendia
il tuo profumo.
Vivo nel pragma,
beato del tuo oblìo.
Ma quando il mio sentiero
nel tuo incrocia
e da te il caso
o il vento
mi riporta
mi imbatto nei tuoi seni
ridondanti,
nel tuo sorriso che
mi è capanna
calda,
in occhi complici
pronti a capitolare...
Non credo impulso solo
di animale è
voglia che monta
e che, desta, pretende.
E quando tra le braccia
ti fai bimba,
tu donna fatta
ed or tenera ninfa,
se ti sussurro - Amore - no,
non fingo...


AVEVA UN SORRISO: DOLCE

Aveva un sorriso:
dolce.

- Qui cosa leggi, fanciullo? -
- Nulla: fili neri sottili,
ma vedo esplodere oceani di bianco...-

CREBBE

L’ira del mondo
mette alla gogna
i sogni.

CREBBE

La morte ha due sorrisi:
quello nascosto
è un ghigno.

CREBBE

Lingue bazooka
azzoppano tori
e sterminano reputazioni.

CREBBE

La malvagità affilata
è una scrollata di spalle,
una testa che si volta
e diventa nuca,
una voce che non risponde.

Crebbe
e ...invecchiò.
Null’altro.

Muore il bambino, vecchio,
campi di mine esplose
sulla faccia,
segni di aratro
di rassegnazione:
pugnale è l’ombra
della meridiana.

- I miei ricordi? Fili sottili neri;
ora vedo esplodere oceani di bianco...-

E aveva un sorriso:
dolce.


LE POÈTE PETIT-BOURGEOIS

Le petit poète
petit petit-bourgeois...
...orgoglioso della sua casetta
e di un’apparenza
di rispettabilità,
un dito acido
contro Genio e Follia
ed ogni segno
di anormalità.
Rincorre quello
che rincorron tutti.
Lui è solo una bolsa
vanità umidiccia
senza vergogna
di banalità,
e quando alla sera
guarda al suo disastro
invoca Muse
e insegue la Poesia,
portando a pretesto il suo dolore
come patente di santità.
Ma quelle lo guardan,
divertite, e ridono
e la sua penna annega
nel marciume
squallido dei suoi sogni
fatti di metallo vile
soltanto, e di una donna
che ebbe disgusto
della sua ovvietà.

Ché il dolore è la calce
e va bene per i muri.
Per i castelli
ci vuol la Fantasia...