Salvatore Armando Santoro

Racconti

 

Morire ancora bambina

L'odore dell'acetilene é ancora forte nell'aria. I pomodori maturano più in fretta al caldo, almeno esternamente perché il calore crea una patina rosata che li fanno sembrare già pronti per il consumo.
Ma tagliandoli ci si accorge della manipolazione e della forzatura operata dall'uomo perché i semi sono una poltiglia incomposta in quanto non sono ancora giunti a maturazione completa.
Ma tanto va bene così. Al Nord li comprano lo stesso e non sanno quanta fatica é costata ed anche quando dolore hanno lasciato alle loro spalle.
Ed é proprio così la verità! E a Condofuri*, intanto, é rimasta solo una lapide appoggiata al muro della casa che sorge nel quartiere popolare dove quella ragazzina abitava.
Ignoro se sia rimasta ancora collocata al solito posto oppure se sia stata rimossa, e se qualcuno ancora ricorda gli avvenimenti ed il dolore di quel lontano fine anni '50.
Il sangue dei lavoratori non ha storia e la memoria delle vittime cadute sul lavoro é corta. Nessun Presidente della Repubblica porge le condoglianze e neppure i deputati della circoscrizione si prendono la briga di aprire un'inchiesta per scoprire quello che é successo.
E' stata una disgrazia, si sussurra in giro, e nessuno paga per l'ennesimo omicidio sul lavoro che in quegli anni insanguinava in modo costante le contrade del Sud.
Il prete continua a veder affollata la chiesa accogliendo i corpi delle vittime ed il dolore dei loro parenti e degli amici, e le parole continuano a suscitare indignazione ed esecrazione, ma poi tutto si conclude con la solita solfa della rassegnazione, della volontà divina che così aveva stabilito, delle prove a cui gli umani vengono sottoposti per meritarsi il paradiso ed altre amenità che, tuttavia, non servono a risolvere certe situazioni che continuano, poi, a ripetersi immutabili nel tempo.
Tanto i voti arrivano lo stesso e se quella famiglia vota per i partiti di sinistra, tante altre, o per timore, o per pressioni, o per comparaggio, o per scrupolo religioso, continuano a votare i soliti noti, che in fondo vengono considerati come persone "perbene" perché sono riusciti a costruirsi una fortuna pagando per quattro soldi la manodopera, molte volte non assicurandola, ma frequentando con assiduità e continuità tutte le funzioni religiose della parrocchia.
Ma quella ragazzina, carina, ben fatta, con i seni appena accennati, di cui forse mi ero segretamente innamorato, intanto era saltata in aria insieme al forno che veniva impiegato per far maturare artificialmente la frutta e gli ortaggi ed i suoi capelli lunghi e mossi coprirono teneramente quel viso sfigurato e pieno di sangue e non ondeggiarono più al vento e neppure il suo riso riecheggiò più davanti alla fabbrica, che era stata costretta a fermarsi per il funerale solo per il motivo che non era più agibile.
Tutto é finito tanti, molti anni indietro.
Adesso il tempo ha cancellato dolori e pianti ed anche il ricordo si é sbiadito, come forse si é sbiadita quella lapide a cui nessuno farà più caso o che nessuno più noterà.
Ma il nome di quella vittima é ancora vivo nella mia memoria e sovente provo la stessa disperazione del giorno in cui quella lapide fu scoperta alla presenza dei lavoratori della zona e dei parenti e con le bandiere rosse, insieme a quelle del mio sindacato, che ondeggiavano al vento.
Quella manifestazione mi si ripresenta a tratti, e mi tormenta: unico testimone di un dramma lontano ma ancora presente nel mio ricordo.
E rammento anche la mia sofferenza, quella vera, sofferta silenziosamente per non scoprire i miei sentimenti, che forse qualcuno aveva già notato, ma che io dovevo per forza celare, per il mio ruolo e perché le convenienze ed i conformismi del tempo me lo imponevano.
Neppure poter dare sfogo all'affetto che racchiudevo nel cuore; e questo per non rischiare di dare esca ai commenti maliziosi del tempo e compromettere, così, la memoria di una innocente, immolata troppo presto sull'altare dei caduti sul lavoro.
Ed allora non avevo ancora vent'anni ed ero carico di entusiasmo, ed anche di incoscienza perché non valutavo la pericolosità degli avversari contro i quali mi battevo, e non riuscivo neppure a prevedere che quel dramma si sarebbe riproposto altre volte nel tempo e che il mio incitamento alla protesta ed alla ribellione a certe condizioni di vita e di lavoro, inaccettabili ai giorni nostri o nella realtà industriale del Nord, potevano causare le più varie ritorsioni, non solo da parte del padronato che controllava la collocazione della mano d'opera, ma anche da parte del clero del paese che gestiva le varie opere caritatevoli che poi si trasformavano, al momento delle elezioni, in efficenti punti di raccolta di voti a sostegno dei candidati che, una volta eletti, avrebbero continuato a fare gli interessi dei notabili locali.
E non c'era nulla da fare: o accettare certe condizioni e soffocare il dolore o emigrare.
I più coraggiosi legavano poche cose in una valigia di cartone e partivano verso l'ignoto. Spesso non ritornavano perché precipitavano da un grattacielo o morivano dentro una miniera, ma tante altre volte riuscivano a cambiare la loro vita e quella delle loro famiglie e ritornavano saltuariamente nei loro paesi con una coscienza nuova e con una maggiore consapevolezza e convinzione che le cose potevano cambiare con l'unità del popolo e con la lotta per rivendicare sviluppo e lavoro nei loro paesi.
Ho perso i contatti con la mia realtà di provenienza ed anche con i problemi della mia terra d'origine. Ogni tanto, però, seguo in televisione gli avvenimenti che periodicamente i servizi giornalistici trasmettono. Non sembra che le cose siano poi tanto mutate rispetto ai miei tempi. Forse é cambiata la consapevolezza nei giovani del proprio diritto di vivere nella loro terra e della esigenza di far rispettare la loro dignità, che solo il lavoro e lo sviluppo possono assicurare.
E spero ardentemente che questa aspirazione possa realizzarsi e che anche certe sciagure non debbano più ripetersi.
Forse solo così il mio cuore potrà acquietarsi e quella bella ragazzina dai capelli lunghi e mossi, saltata in aria in un lontano giorno di maggio di tanti anni indietro nel fiore dei suoi anni, possa dolcemente uscire dalla mia mente e trovare le condizioni per poter finalmente riposare in pace.

* Condofuri é un ridente paese agricolo che sorge sulla costa jonica della provincia di Reggio Calabria.

 

   
 
Una strana coppia


Ogni giorno alla solita ora, nella tarda mattinata, Tito arrivava scodinzolando davanti alla porta di un piccolo Bar sulla statale che da San Marcello Pistoiese porta all'Abetone ed aspettava che il gestore gli porgesse un po' di cibo.
Il nome Tito gli era stato imposto per caso, o forse in memoria del defunto presidente della Jugoslavia. La montagna Pistoiese ha sempre avuto amministrazioni di sinistra e tale condizione forse ha influenzato la scelta del nome.
Tito era un incrocio con un cane da caccia. Di taglia media e con un bel mantello color crema con una grossa macchia più scura sul dorso. Era un randagio che da anni si aggirava per il paese dove tutti gli volevano bene e nessuno gli dava fastidio.
Il gestore del Bar fu il primo a fornirgli assistenza la prima volta che lo vide aggirarsi nei dintorni del suo bar ed annusare vicino ai bidoni dell'immondizia. Gli offrì una ciotola di pane e latte e da quel giorno, alla solita ora, ricompariva davanti al bar, si accucciava a fianco alla porta ed aspettava.
Col passare del tempo le sue apparizioni si erano fatte più frequenti: si era abituato alle carezze dei clienti, che sovente gli allungavano un pezzo di brioche, e spesso si divertiva a giocare con i bambini che, data la sua mitezza, gli ronzavano sempre intorno.
Nei pressi del bar scorreva il fiume Lima che dall'Abetone scende verso la piana di Bagni di Lucca. Nel periodo estivo i ragazzi si divertivano a fare il bagno nelle pozze che il fiume formava tra i massi che nel corso dei secoli si erano staccati dalla montagna ed erano piombati nell'alveo.
Un giorno un ragazzo del paese si era recato a pescare e per un movimento brusco scivolò e cadde proprio in una di queste pozze d'acqua. Tito gli era andato dietro e l'aveva seguito mentre si spostava da una pozza all'altra gettando l'amo divertendosi a scavar buche o cercando di tirar pezzi di rami incastrati tra le rocce.
Quando sentì l'urlo del ragazzo si buttò in acqua e cercò di tirarlo fuori agguantandolo per un braccio. Ma la pozza era profonda e circondata da massi e, nonostante gli sforzi, la bestiolina non riuscì nel suo lodevole intento anche perchè il ragazzo si era lussato una caviglia e non riusciva a tirarsi fuori o cercare di aiutare gli sforzi di Tito.
Tito gli abbaiava dall'alto di una roccia quasi a dirgli "vieni fuori" , ma il ragazzo continuava a lamentarsi anche perchè con il passare dei minuti cominciava ad avvertire brividi sempre più intensi di freddo dovuti all'immersione nella gelida acqua della Lima.
Il pericolo non era solo quello. Sul fiume Lima vi è uno sbarramento dell'Enel e spesso le paratoie vengono aperte per dei lavori o per delle manovre che vengono eseguite sull'impianto. In tale occasione il livello dell'acqua in quel tratto di fiume aumenta e per questo motivo una fitta segnaletica lungo la riva avverte i pescatori del pericolo di piene improvvise.
Tito, logicamente non sapeva leggere i cartelli e non poteva prevedere tale evenienza. Capiva però che il suo amico si trovava in difficoltà e non riuscendo da solo a risolvere il problema si arrampicò di corsa lungo le ripe scoscese del fiume e corse abbaiando davanti al bar.
Lì per lì nessuno riusciva a capire lo strano comportamento del cane. Poi qualcuno che già aveva avuto un cane in casa s'insospettì e vedendolo andare avanti ed indietro abbaiando provò ad alzarsi e seguirlo. Subito Tito corse verso il fiume ripercorrendo a ritroso il cammino fatto e portando il soccorritore là dove vi era il ragazzo ferito.
Quel ragazzo se la cavò con una bronchitaccia e qualche settimana di immobilizzazione della gamba. E gli andò veramente bene in quanto qualche ora dopo il suo ricovero in ospedale le paratoie dell'Enel furono aperte per una manovra di emergenza e se si fosse trovato ancora nel fiume non ne sarebbe uscito fuori vivo.
La storia si sparse anche per i paesi vicini e molti curiosi arrivarono a vedere Tito facendo la felicità anche del gestore del Bar che realizzò dei buoni guadagni con le consumazioni.
A volte quando il locale era poco frequentato ed il gestore era nel retrobottega a preparare dei panini o rasettare tazzine e cucchiani, se arrivava qualche cliente di passaggio Tito cominciava a mugolare e grattare la porta del retrobottega avvisando il gestore dell'arrivo dei clienti. Questi si divertivano ad osservare i movimenti del cane e ne esaltavano le doti di intelligenza al gestore.
"Vede - osservava il gerente - gli abbiamo dato qualcosa la prima volta che si aggirava intorno al locale e da quel giorno non se ne più andato. Non dà fastidio a nessuno. La notte dorme sotto la tettoia e se si ferma qualche macchina comincia ad abbaiare. Non per cattiveria, s'intende, ma quasi per gioia che arriva gente. Ma tale comportamento ci avverte anche della presenza di malintenzionati. Non ha mai voluto la catena. Ha preferito la sua libertà. Va e viene. Nel periodo degli amori sta via anche una settimana; poi ricompare affamato e qualche volta con qualche ferita conseguenza degli scontri per il possesso della femmina. Lo curiamo, lo sfamiamo e lui ci ricambia il servizio come può".
E nell'esaltare le doti del cane non poteva mancare il racconto del salvataggio del ragazzo nel fiume accompagnato dalla visione dei ritagli dei giornali incorniciati e messi in bella vista in una parete del Bar, dove anche il gestore appariva a fianco di Tito.
Tito a differenza di tutti gli altri suoi simili non aveva mai dato fastidio agli altri cani che capitavano nei pressi del bar e neppure aveva mai rincorso i gatti. Questi, forse comprendendo che Tito non li molestava, sovente andavano a mangiare nel suo tegamino sotto la tettoia ed un giorno i clienti del bar lo trovarono sdraiato con addosso quattro gattini che si divertivano a rincorrersi ed a giocare con la sua coda.
La risata era d'obbligo ma divenne collettiva quando trovarano Tito che mangiava con a fianco una gallina che a tratti gli portava via gli spaghetti dalla ciotola.
Insomma Tito, a differenza del dittatore jugoslavo, era un buono ed il nome che gli era stato imposto non era proprio appropriato. Forse gli calzava meglio un nome del tipo di "Fido" che senz'altro sarebbe stato più aderente alla sua mitezza.
E che fosse una "Fido" lo dimostrò un'altra storiella, finita anche questa sulle pagine di un giornale locale con tanto di foto e di titolo in grassetto.
Un giorno Tito arrivò nel locale addirittura in compagnia di un.... cinghiale. Certo era solo un piccolo di cinghiale che probabilmente si era perso nel bosco, ma era pur sempre un animale selvatico abituato per sua natura ed istinto ad aver paura sia del cane che dell'uomo.
Tito arrivò nel locale con il suo strano compagno che l'aveva seguito forse pensando di trovare la sua mamma. Tito si sdraiò sotto la tettoia ed il cinghialino gli si avvicinò cercando le mammelle per rifocillarsi. Purtroppo Tito non poteva offrirgli il pasto che questi avrebbe preferito. Ma una tazza di latte con biscotti non si nega a nessuno neppure ad un piccolo cinghiale. E come sempre fu offerta dai gestori del Bar. Dopo essersi rifocillato il cinghialino, grugnendo soddisfatto, se n'era poi ritornato nel bosco in cerca della mamma.
La storia sarebbe stata poco credibile se i gestori del bar non si fossero premurati di documentarla facendosi fotografare insieme a Tito ed al cinghialino mentre consumava la sua tazza di latte e biscotti.
A questo punto i titolari del bar cominciarono a prepararsi ad altre sorprese. E considerando l'evolversi degli avvenimenti si cominciò a scommettere su quale sarebbe stata la futura possibile sorpresa che avrebbe offerto occasione alla borgata di essere al centro della cronaca giornalista e che potesse dare spunto agli abitanti delle frazioni vicine per sviluppare nuove argomentazioni, diverse dai soliti pettegolezzi che animano le discussioni in una piccola comunità di uno dei tanti paesini della montagna pistoiese.  
 

 

Storia di due tute


Le piantine di cotone ondeggiavano al vento nelle immense coltivazioni del Sud America.
"Ieri sono stati raccolti tutti i fiocchi delle piante vicine a noi - diceva una pianta di cotone ad un altra a lei vicina - oggi toccherà a noi. Chissà dove andremo a finire e se ci troveremo più".
l giorno dopo due operai cominciarono a raccogliere i fiocchi sulle piante e fu così che quelli delle due piantine si ritrovarono stretti stretti in una grossa balla di cotone bianco.
"Siamo ancora insieme - dissero con un fil di fiato tanto erano stretti tra loro - perlomeno per un po' staremo ancora insieme".
Nei giorni successivi la balla fu caricata su un grosso camion e fu imbarcata, insieme a tante altre balle di cotone, in una stiva di una grande nave. Certo il clima era irrespirabile, ma i fiocchi non si lamentarono più di tanto per tutto il viaggio.
Dopo diverse settimane di viaggio, arrivarono a Genova, Qui, rividero la luce del sole quando vennero caricati su altri camion che li trasportarono in una grande industria di tessitura in Piemonte.
Arrivate in fabbrica le balle furono aperte e gettate in una grossa vasca di lavaggio. Cercarono i fiocchi di stare più vicini possibili, ma molti di loro furono divisi dagli altri dal turbinare della centrifuga e non si rividero più. Alcuni si ritrovarono al momento dell'asciugatura, poi subirono la cardatura e, quindi, li trasportarono in un reparto di tessitura per essere trasformati in cotone. Speravano di poter restare abbracciati tutti insieme, ma le macchine che torcevano il filato le allungarono e le trasformarono in un lungo filo, per cui molti di questi furono nuovamente separati.
Dopo qualche giorno furono raccolte in matasse e portati in un altro reparto dove furono immerse in grosse vasche contenente liquidi di colore diverso e furono prima colorate, poi asciugate e quindi riportati sui telai dove furono raccolti in enormi rocchetti e trasformati, infine, in rotoli enormi di tessuto variopinto.
Durante le lavorazioni alcuni fiocchi persero gli amici nuovi che avevano conosciuto, e con i quali erano rimasti ancora per giorni abbracciati, e ne conobbero degli altri. Alcuni furono ancora separati con la tessitura ma altri si ritrovarono vicini e ne seguirono abbracci e tanta gioia.
Ma non era ancora finita. I grossi rotoli di stoffa furono ancora una volta caricati su dei camion e furono portati in uno stabilimento di confezione per ricavarne delle tute.
Grande fu la disperazione quando la stoffa fu tagliata ed i fiocchi si trovarono nuovamente separati.
Alcuni piansero disperatamente, altri si rassegnarono tanto non c'era nulla da fare.
Una volte che tutte le tute erano state confezionate vennero inscatolate alle aziende che le avevano ordinate.
Alcuni fiocchi si ritrovarono affiancati, anche se inglobate in due tute diverse; fecero anche conoscenza di altri fiocchi cresciuti nello stesso campo dove questi erano state raccolti e durante il viaggio ricordarono le belle giornate, quando ondeggianti al sole, erano accarezzate dalla calda brezza che soffiava sui campi sudamericani.
Arrivati a destinazione gli scatoloni furono aperti e le tute cominciarono ad essere distribuite ad operai e tecnici di una grossa ditta di costruzione.
"Addio", dissero i fiocchi di una tuta alla compagna che avevano avuto vicina per tutto il viaggio, "questa volta è davvero finita: non ci rivedremo più. Buona fortuna".
Passarono gli anni e le tute seguirono destini diversi. Alcune furono affidate ad operai che ogni giorno lavoravano in mezzo alla calce, al cemento, alla polvere. Dovettero subire l'azione dell'acqua e del vento, del caldo e del freddo. Altre, invece, furono affidate a dei tecnici che solo rare volte le indossavano per andare a controllare o vedere i lavori in cantiere.
Un giorno in una mensa di cantiere due di queste tute, quella di un operaio e quella di un tecnico, si ritrovarono vicine in un appendiabiti.
"Guarda chi si rivede" , esclamarono alcuni fiocchi della tuta dell'operaio.
"Chi sei?", fu la risposta dei fiocchi della tuta del tecnico.
"Toh, non mi riconosci più?", rispose una vocina dalla prima tuta; ma se siamo stati insieme sullo stesso fiocco".
"Oh, Dio come ti sei sciupata", disse mortificata un'altra vocina dalla tuta del tecnico, non ti riconoscevo proprio più".
E furono abbracci e baci e tante lacrime di commozione per essersi ritrovati ancora insieme dopo tanti anni e poter ancora una volta ricordare il caldo sole del Sud America ed i giorni in cui assaporavano la dolce linfa della loro piantina prima che i fiori si fossero trasformati in cotone.
"Ti trovo bene - continuò la vocina dalla tuta dell'operaio - i tuoi fiocchi sono ancora freschi e mi fa anche piacere poter avvertire che sei rimasta vaporosa e delicata come un tempo".
"Purtroppo - continuò - chi mi ha indossata è stato costretto ad un duro lavoro. L'acqua ed il vento non ci hanno risparmiato. Abbiamo dovuto subire la polvere e gli schizzi del cemento e lo strofinio degli attrezzi ha logorato e liso le nostre fibre".
"Mi dispiace per te - si scusarono i fiocchi della tuta del tecnico - noi siamo stati sempre al riparo. Appesi in armadi al caldo negli uffici, lontani dalla polvere e dall'acqua le nostre fibre hanno resistito e sono rimaste nuove. E quelle volte che ci hanno sporcate siamo state subito lavate e rimesse a nuovo. Ci dispiace davvero".
"Che vuoi che sia - riprendeva la prima - ma sono contenta che il mio sacrificio è servito a riparare dal freddo e dall'acqua colui che mi ha indossato: Poverino quanta fatica ha dovuto sopportare e più volte sono state bagnata mézza di sudore".
Mentre così parlava arrivò l'operaio, la sfilò dall'appendiabiti e se la infilò addosso.
"Addio - disse appena in tempo - spero proprio di rivederti ancora".
"Chissà - rispose l'altra - addio".
Non si rividero più.
La tuta dell'operaio, dopo qualche anno, si sciupò definitivamente, fu recuperata e trasportata, assieme a tanti altri indumenti vecchi di cotone, in uno stabilimento di Prato, fu cardata, lavata, sbiancata e trasformata nuovamente in cotone.
Alcuni fiocchi si ritrovarono nuovamente assieme, rigenerati e puliti e bianchi più che mai.
"Che gioia dissero in coro - poter rivivere ancora il nostro antico splendore. Ma chissà dove andremo a finire adesso".
Per quel giorno l'attività dello stabilimento si fermò. Nei giorni seguenti i fiocchi furono imballati e spediti con delle navi verso una nuova destinazione.
Viaggiarono per settimane su un mare in tempesta. Appena arrivati a destinazione furono caricati su dei camion e trasportati in una località dove il sole era caldo e la brezza del vento delicata.
"Ma siamo di nuovo in Sud America", urlò il fiocco vicino al suo compagno.
"Signore Iddio, aggiunse l'altro fiocco, siamo proprio tornati dove siamo nati".
Le balle vennero aperte nel cortile dello stabilimento. Attorno i campi erano tutti verdeggianti e i boccioli del cotone non erano ancora maturi.
Dalla sommità della balla i fiocchi del cotone cercavano di scrutare al di là del muro di cinta per rigustare la gioia delle ritrovate radici della loro esistenza.
Improvvisamente una brezza di vento più forte delle altre li sollevò per aria e cominciò a trasportarli ondeggiando qua e là per lo stabilimento. Poi improvvisamente, una brezza più forte delle altre, li alzò oltre il muro di cinta, oltre la strada bianca, su per il cielo assolato e cominciò a cullarli dolcemente.
"Stammi vicino, urlò un fiocco, non mi abbandonare, stringiti forte a me".
Il vento ora soffiava più forte, i fiocchi ondeggiavano e turbinavano insieme sempre più in alto. Furono trasportati lontano oltre i campi ed oltre la boscaglia.
Poi improvvisamente il vento cessò d'intensità. Ondeggiando lentamente iniziarono la loro discesa e si depositarono dolcemente tra le piantine ondeggianti dei campi dove erano nati.
Assaporarono tutta la gioia del ritorno, la felicità di sentirsi nuovamente scaldati dal caldo sole del Sud America, di gustare ancora la calda brezza che li aveva fatti crescere e sbocciare. ed il profumo della terra sulla quale avevano vissuto tanti anni prima.
Con questa sensazione si depositarono nel terreno appena arato e si confusero tra le zolle che li avevano viste nascere e che adesso le avrebbero accolte per sempre e custodite fino alla loro morte.   
 
 

   Una lezione di vita


A scuola non era stato mai tra i migliori per via della sua svogliatezza. Quando arrivava la primavera, poi, era assalito da una frenesia indescrivibile, da un desiderio di libertà incontrollabile, e un giorno su cinque marinava la scuola.
Francesca, la sua compagna di classe di liceo, spesso era con lui; anche lei era pervasa dalla sua stessa vivacità e Armando era uno dei suoi discretissimi compagni di avventure pomeridiane. Si, perché allora, non essendoci troppe aule scolastiche nelle scuole della città, gli studenti erano costretti a fare i turni. Ma per Armando e Francesca era una fortuna. Infatti, il pomeriggio aprivano anche le sale cinematografiche che diventavano rifugio ideale per le loro scappatelle periodiche.
Le loro assenze a scuola, però, non passavano inosservate. Il vicepreside, un omino simpatico, più largo che lungo, li teneva sotto tiro.
Arrivò in classe un giorno e chiese di Armando. Ma capitò proprio in uno di quei giorni in cui questi aveva marinato la scuola.
"Scommetto - sogghignò - che anche Francesca è assente".
Infatti, Francesca era a passeggiare con Armando sul lungomare di Reggio in una di quelle giornate meravigliose di primavera, con gli alberi tutti fioriti e profumati ed il mare tirato a lucido che rifletteva dentro, come in uno specchio, i monti della Sicilia. E chi aveva voglia di chiudersi in un'aula scolastica con una giornata simile?
All'uscita di scuola erano soliti andare a chiedere ai compagni i compiti assegnati per l'indomani.
"Oggi è venuto il vicepreside - dissero un giorno a Armando - ed ha chiesto di te. Ha detto al professore che appena ritornerai a scuola vuole parlarti".
In quegli anni sua madre gestiva un'attività commerciale, e Armando avevo imparato a "darsi da fare" per racimolare un po' di soldi per comprare di nascosto le sigarette, qualche gelato e poter andare al cinema.
Aveva acquistato a rate una macchina da scrivere, una delle prime lettere 22 dell'Olivetti, ed aveva subito organizzato una sorta di servizio per i clienti del negozio ricevendone in cambio dei modesti compensi. Inoltre, aveva assunto la rappresentanza di una azienda tessile di Prato, che vendeva per corrispondenza, su catalogo, dei tagli di tessuto che, come era allora consuetudine, venivano poi confezionati su misura nei tanti laboratori di sartoria esistenti nella città.
Quei tessuti erano prodotti con cascami di lana rigenerata e cardata e, pertanto, costavano molto meno di altri tagli più pregiati. Inoltre, la ditta che li forniva consentiva anche la dilazione dei pagamenti in comode rate mensili.
Quando Armando ritornò a scuola, insieme ai libri si era portato dietro anche il suo armamentario di rappresentante. Aveva appena risposto "presente" all'appello che il professore si interruppe e lo spedì diritto dal vicepreside.
Quando fece la sua apparizione sulla porta della Segreteria il vicepreside gli andò incontro minaccioso e, puntandogli contro un dito, gli urlò sul viso: "E allora, la vuoi smettere di fare tante assenze e di dare fastidio anche alle ragazze?"
Il vicepreside, oltre al difetto di essere un piccoletto, aveva anche una voce rauca e profonda. Quando si arrabbiava il suo tono invece di aumentare si smorzava in misura proporzionale al volume di voce che adottava. Ne usciva fuori, così, un suono gutturale quasi gracidante, che invece di incutere paura provocava una profonda ilarità, contenuta a stento, in chi gli stava di fronte.
"Guardi professore - rispose Armando simulando un'espressione mortificata, ma un po' anche ferito che le sue virtù di don giovanni in erba venissero così miseramente ridimensionate - che io sono una persona seria. Se faccio qualche assenza da scuola è perché ho cose non meno importanti a cui pensare ogni giorno: altro che dare fastidio alle ragazze".
E così dicendo tirò fuori il suo campionario di depliants e tessuti cominciando a dissertare sulle sue iniziative per rendersi utile alla famiglia.
La risposta colse di sorpresa quell'insegnante. A tutte le scuse e le favole che gli raccontavano i suoi allievi per giustificare le loro assenze era preparato, ma le motivazioni addotte a giustificazione delle assenze di Armando lo avevano alquanto spiazzato ed anzi cominciò a dimostrare interesse al suo lavoro e, soprattutto, alla merce che esponeva.
Armando non aveva mai ricevuto da nessuno lezioni di marketing ma aveva maturato numerose argomentazioni per convincere i suoi clienti. Una di queste, per quei tempi, era il suo pezzo forte, soprattutto se rivolta ai dipendenti pubblici che, quanto a remunerazione, erano abbastanza maltrattati.
"Vede professore - continuò - i prodotti di questa ditta sono di pura lana e di primissima qualità. E poi noti - sottolineò con intenzione - che un taglio di questi tessuti è possibile anche pagarlo a rate in trenta, sessanta, novanta, centoventi giorni"
Centoventi giorni, quattro mesi: era una comoda rateazione per molte persone! Poi fatta sulla parola, senza dover firmare cambiali, come si usava in quei tempi.
Armando si accorse che il suo professore era completamente cambiato, ormai dimentico di esprimergli la sua disapprovazione per le sue continue assenze, profondamente interessato agli articoli che gli stava facendo lampeggiare davanti e che potevano diventare suoi con una rateazione sufficientemente lunga, tale da tornargli quanto mai comoda e vantaggiosa.
"Se gli articoli la interessano - concluse ormai convinto d'averla fatta franca e di poter combinare anche un buon affare - posso venire una sera a casa sua e farglieli vedere con calma".
Non realizzò alcun affare con il suo vice-preside, forse per una sorta di dignità e di fierezza che gli impedivano di mettere in piazza le sue difficoltà economiche. Infatti, l'interesse a comprare un taglio di tessuto per confezionarsi un vestito nuovo era altissimo, ma aveva di fronte un suo allievo e la sua autorità avrebbe subito un duro colpo se quella stoffa l'avesse dovuta pagare a rate.
"Poi ne riparleremo - concluse - adesso torna in classe e cerca di non fare altre assenze".
Rientrò in classe. I suoi compagni s'aspettavano di vedere entrare un vinto, uno che aveva ricevuto una paternale di quelle che si ricordano per un bel pezzo. Si trovarono di fronte, invece, un vincitore che, con un sorrisetto di soddisfazione sembrava dire a tutti: "Visto, pecoroni". E quando gli domandarono: "Com'è andata?", rispose con un'aria di ironica superiorità: "Bene: e per poco non gli vendevo anche un vestito".
Armando meditò tante volte in seguito, in età più matura, su quel colloquio e su quella arrogante risposta che aveva dato ai suoi compagni. Quella risposta gli è pesata nel cuore molto di più della paternale non ricevuta quel giorno.
E sovente, a distanza di tanti anni, gli ritorna in mente la discussione di quel giorno e la dignità e l'orgoglio di quell'educatore che incontrò, per caso, molti anni più tardi nei pressi di San Domenico di Fiesole mentre partecipava ad un corso di preparazione sindacale presso il Centro Studi della Cisl, e che dopo di allora non ha mai più rivisto ma a cui, con gran rispetto, continua ancor oggi a pensare.