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Morire ancora bambina
L'odore dell'acetilene é ancora forte nell'aria. I pomodori
maturano più in fretta al caldo, almeno esternamente perché
il calore crea una patina rosata che li fanno sembrare già
pronti per il consumo.
Ma tagliandoli ci si accorge della manipolazione e della
forzatura operata dall'uomo perché i semi sono una poltiglia
incomposta in quanto non sono ancora giunti a maturazione
completa.
Ma tanto va bene così. Al Nord li comprano lo stesso e non
sanno quanta fatica é costata ed anche quando dolore hanno
lasciato alle loro spalle.
Ed é proprio così la verità! E a Condofuri*, intanto, é
rimasta solo una lapide appoggiata al muro della casa che
sorge nel quartiere popolare dove quella ragazzina abitava.
Ignoro se sia rimasta ancora collocata al solito posto
oppure se sia stata rimossa, e se qualcuno ancora ricorda
gli avvenimenti ed il dolore di quel lontano fine anni '50.
Il sangue dei lavoratori non ha storia e la memoria delle
vittime cadute sul lavoro é corta. Nessun Presidente della
Repubblica porge le condoglianze e neppure i deputati della
circoscrizione si prendono la briga di aprire un'inchiesta
per scoprire quello che é successo.
E' stata una disgrazia, si sussurra in giro, e nessuno paga
per l'ennesimo omicidio sul lavoro che in quegli anni
insanguinava in modo costante le contrade del Sud.
Il prete continua a veder affollata la chiesa accogliendo i
corpi delle vittime ed il dolore dei loro parenti e degli
amici, e le parole continuano a suscitare indignazione ed
esecrazione, ma poi tutto si conclude con la solita solfa
della rassegnazione, della volontà divina che così aveva
stabilito, delle prove a cui gli umani vengono sottoposti
per meritarsi il paradiso ed altre amenità che, tuttavia,
non servono a risolvere certe situazioni che continuano,
poi, a ripetersi immutabili nel tempo.
Tanto i voti arrivano lo stesso e se quella famiglia vota
per i partiti di sinistra, tante altre, o per timore, o per
pressioni, o per comparaggio, o per scrupolo religioso,
continuano a votare i soliti noti, che in fondo vengono
considerati come persone "perbene" perché sono riusciti a
costruirsi una fortuna pagando per quattro soldi la
manodopera, molte volte non assicurandola, ma frequentando
con assiduità e continuità tutte le funzioni religiose della
parrocchia.
Ma quella ragazzina, carina, ben fatta, con i seni appena
accennati, di cui forse mi ero segretamente innamorato,
intanto era saltata in aria insieme al forno che veniva
impiegato per far maturare artificialmente la frutta e gli
ortaggi ed i suoi capelli lunghi e mossi coprirono
teneramente quel viso sfigurato e pieno di sangue e non
ondeggiarono più al vento e neppure il suo riso riecheggiò
più davanti alla fabbrica, che era stata costretta a
fermarsi per il funerale solo per il motivo che non era più
agibile.
Tutto é finito tanti, molti anni indietro.
Adesso il tempo ha cancellato dolori e pianti ed anche il
ricordo si é sbiadito, come forse si é sbiadita quella
lapide a cui nessuno farà più caso o che nessuno più noterà.
Ma il nome di quella vittima é ancora vivo nella mia memoria
e sovente provo la stessa disperazione del giorno in cui
quella lapide fu scoperta alla presenza dei lavoratori della
zona e dei parenti e con le bandiere rosse, insieme a quelle
del mio sindacato, che ondeggiavano al vento.
Quella manifestazione mi si ripresenta a tratti, e mi
tormenta: unico testimone di un dramma lontano ma ancora
presente nel mio ricordo.
E rammento anche la mia sofferenza, quella vera, sofferta
silenziosamente per non scoprire i miei sentimenti, che
forse qualcuno aveva già notato, ma che io dovevo per forza
celare, per il mio ruolo e perché le convenienze ed i
conformismi del tempo me lo imponevano.
Neppure poter dare sfogo all'affetto che racchiudevo nel
cuore; e questo per non rischiare di dare esca ai commenti
maliziosi del tempo e compromettere, così, la memoria di una
innocente, immolata troppo presto sull'altare dei caduti sul
lavoro.
Ed allora non avevo ancora vent'anni ed ero carico di
entusiasmo, ed anche di incoscienza perché non valutavo la
pericolosità degli avversari contro i quali mi battevo, e
non riuscivo neppure a prevedere che quel dramma si sarebbe
riproposto altre volte nel tempo e che il mio incitamento
alla protesta ed alla ribellione a certe condizioni di vita
e di lavoro, inaccettabili ai giorni nostri o nella realtà
industriale del Nord, potevano causare le più varie
ritorsioni, non solo da parte del padronato che controllava
la collocazione della mano d'opera, ma anche da parte del
clero del paese che gestiva le varie opere caritatevoli che
poi si trasformavano, al momento delle elezioni, in
efficenti punti di raccolta di voti a sostegno dei candidati
che, una volta eletti, avrebbero continuato a fare gli
interessi dei notabili locali.
E non c'era nulla da fare: o accettare certe condizioni e
soffocare il dolore o emigrare.
I più coraggiosi legavano poche cose in una valigia di
cartone e partivano verso l'ignoto. Spesso non ritornavano
perché precipitavano da un grattacielo o morivano dentro una
miniera, ma tante altre volte riuscivano a cambiare la loro
vita e quella delle loro famiglie e ritornavano
saltuariamente nei loro paesi con una coscienza nuova e con
una maggiore consapevolezza e convinzione che le cose
potevano cambiare con l'unità del popolo e con la lotta per
rivendicare sviluppo e lavoro nei loro paesi.
Ho perso i contatti con la mia realtà di provenienza ed
anche con i problemi della mia terra d'origine. Ogni tanto,
però, seguo in televisione gli avvenimenti che
periodicamente i servizi giornalistici trasmettono. Non
sembra che le cose siano poi tanto mutate rispetto ai miei
tempi. Forse é cambiata la consapevolezza nei giovani del
proprio diritto di vivere nella loro terra e della esigenza
di far rispettare la loro dignità, che solo il lavoro e lo
sviluppo possono assicurare.
E spero ardentemente che questa aspirazione possa
realizzarsi e che anche certe sciagure non debbano più
ripetersi.
Forse solo così il mio cuore potrà acquietarsi e quella
bella ragazzina dai capelli lunghi e mossi, saltata in aria
in un lontano giorno di maggio di tanti anni indietro nel
fiore dei suoi anni, possa dolcemente uscire dalla mia mente
e trovare le condizioni per poter finalmente riposare in
pace.
* Condofuri é un
ridente paese agricolo che sorge sulla costa jonica della
provincia di Reggio Calabria.
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Una strana coppia
Ogni giorno alla solita ora, nella tarda mattinata, Tito
arrivava scodinzolando davanti alla porta di un piccolo Bar
sulla statale che da San Marcello Pistoiese porta all'Abetone
ed aspettava che il gestore gli porgesse un po' di cibo.
Il nome Tito gli era stato imposto per caso, o forse in
memoria del defunto presidente della Jugoslavia. La montagna
Pistoiese ha sempre avuto amministrazioni di sinistra e tale
condizione forse ha influenzato la scelta del nome.
Tito era un incrocio con un cane da caccia. Di taglia media
e con un bel mantello color crema con una grossa macchia più
scura sul dorso. Era un randagio che da anni si aggirava per
il paese dove tutti gli volevano bene e nessuno gli dava
fastidio.
Il gestore del Bar fu il primo a fornirgli assistenza la
prima volta che lo vide aggirarsi nei dintorni del suo bar
ed annusare vicino ai bidoni dell'immondizia. Gli offrì una
ciotola di pane e latte e da quel giorno, alla solita ora,
ricompariva davanti al bar, si accucciava a fianco alla
porta ed aspettava.
Col passare del tempo le sue apparizioni si erano fatte più
frequenti: si era abituato alle carezze dei clienti, che
sovente gli allungavano un pezzo di brioche, e spesso si
divertiva a giocare con i bambini che, data la sua mitezza,
gli ronzavano sempre intorno.
Nei pressi del bar scorreva il fiume Lima che dall'Abetone
scende verso la piana di Bagni di Lucca. Nel periodo estivo
i ragazzi si divertivano a fare il bagno nelle pozze che il
fiume formava tra i massi che nel corso dei secoli si erano
staccati dalla montagna ed erano piombati nell'alveo.
Un giorno un ragazzo del paese si era recato a pescare e per
un movimento brusco scivolò e cadde proprio in una di queste
pozze d'acqua. Tito gli era andato dietro e l'aveva seguito
mentre si spostava da una pozza all'altra gettando l'amo
divertendosi a scavar buche o cercando di tirar pezzi di
rami incastrati tra le rocce.
Quando sentì l'urlo del ragazzo si buttò in acqua e cercò di
tirarlo fuori agguantandolo per un braccio. Ma la pozza era
profonda e circondata da massi e, nonostante gli sforzi, la
bestiolina non riuscì nel suo lodevole intento anche perchè
il ragazzo si era lussato una caviglia e non riusciva a
tirarsi fuori o cercare di aiutare gli sforzi di Tito.
Tito gli abbaiava dall'alto di una roccia quasi a dirgli
"vieni fuori" , ma il ragazzo continuava a lamentarsi anche
perchè con il passare dei minuti cominciava ad avvertire
brividi sempre più intensi di freddo dovuti all'immersione
nella gelida acqua della Lima.
Il pericolo non era solo quello. Sul fiume Lima vi è uno
sbarramento dell'Enel e spesso le paratoie vengono aperte
per dei lavori o per delle manovre che vengono eseguite
sull'impianto. In tale occasione il livello dell'acqua in
quel tratto di fiume aumenta e per questo motivo una fitta
segnaletica lungo la riva avverte i pescatori del pericolo
di piene improvvise.
Tito, logicamente non sapeva leggere i cartelli e non poteva
prevedere tale evenienza. Capiva però che il suo amico si
trovava in difficoltà e non riuscendo da solo a risolvere il
problema si arrampicò di corsa lungo le ripe scoscese del
fiume e corse abbaiando davanti al bar.
Lì per lì nessuno riusciva a capire lo strano comportamento
del cane. Poi qualcuno che già aveva avuto un cane in casa
s'insospettì e vedendolo andare avanti ed indietro abbaiando
provò ad alzarsi e seguirlo. Subito Tito corse verso il
fiume ripercorrendo a ritroso il cammino fatto e portando il
soccorritore là dove vi era il ragazzo ferito.
Quel ragazzo se la cavò con una bronchitaccia e qualche
settimana di immobilizzazione della gamba. E gli andò
veramente bene in quanto qualche ora dopo il suo ricovero in
ospedale le paratoie dell'Enel furono aperte per una manovra
di emergenza e se si fosse trovato ancora nel fiume non ne
sarebbe uscito fuori vivo.
La storia si sparse anche per i paesi vicini e molti curiosi
arrivarono a vedere Tito facendo la felicità anche del
gestore del Bar che realizzò dei buoni guadagni con le
consumazioni.
A volte quando il locale era poco frequentato ed il gestore
era nel retrobottega a preparare dei panini o rasettare
tazzine e cucchiani, se arrivava qualche cliente di
passaggio Tito cominciava a mugolare e grattare la porta del
retrobottega avvisando il gestore dell'arrivo dei clienti.
Questi si divertivano ad osservare i movimenti del cane e ne
esaltavano le doti di intelligenza al gestore.
"Vede - osservava il gerente - gli abbiamo dato qualcosa la
prima volta che si aggirava intorno al locale e da quel
giorno non se ne più andato. Non dà fastidio a nessuno. La
notte dorme sotto la tettoia e se si ferma qualche macchina
comincia ad abbaiare. Non per cattiveria, s'intende, ma
quasi per gioia che arriva gente. Ma tale comportamento ci
avverte anche della presenza di malintenzionati. Non ha mai
voluto la catena. Ha preferito la sua libertà. Va e viene.
Nel periodo degli amori sta via anche una settimana; poi
ricompare affamato e qualche volta con qualche ferita
conseguenza degli scontri per il possesso della femmina. Lo
curiamo, lo sfamiamo e lui ci ricambia il servizio come
può".
E nell'esaltare le doti del cane non poteva mancare il
racconto del salvataggio del ragazzo nel fiume accompagnato
dalla visione dei ritagli dei giornali incorniciati e messi
in bella vista in una parete del Bar, dove anche il gestore
appariva a fianco di Tito.
Tito a differenza di tutti gli altri suoi simili non aveva
mai dato fastidio agli altri cani che capitavano nei pressi
del bar e neppure aveva mai rincorso i gatti. Questi, forse
comprendendo che Tito non li molestava, sovente andavano a
mangiare nel suo tegamino sotto la tettoia ed un giorno i
clienti del bar lo trovarono sdraiato con addosso quattro
gattini che si divertivano a rincorrersi ed a giocare con la
sua coda.
La risata era d'obbligo ma divenne collettiva quando
trovarano Tito che mangiava con a fianco una gallina che a
tratti gli portava via gli spaghetti dalla ciotola.
Insomma Tito, a differenza del dittatore jugoslavo, era un
buono ed il nome che gli era stato imposto non era proprio
appropriato. Forse gli calzava meglio un nome del tipo di
"Fido" che senz'altro sarebbe stato più aderente alla sua
mitezza.
E che fosse una "Fido" lo dimostrò un'altra storiella,
finita anche questa sulle pagine di un giornale locale con
tanto di foto e di titolo in grassetto.
Un giorno Tito arrivò nel locale addirittura in compagnia di
un.... cinghiale. Certo era solo un piccolo di cinghiale che
probabilmente si era perso nel bosco, ma era pur sempre un
animale selvatico abituato per sua natura ed istinto ad aver
paura sia del cane che dell'uomo.
Tito arrivò nel locale con il suo strano compagno che
l'aveva seguito forse pensando di trovare la sua mamma. Tito
si sdraiò sotto la tettoia ed il cinghialino gli si avvicinò
cercando le mammelle per rifocillarsi. Purtroppo Tito non
poteva offrirgli il pasto che questi avrebbe preferito. Ma
una tazza di latte con biscotti non si nega a nessuno
neppure ad un piccolo cinghiale. E come sempre fu offerta
dai gestori del Bar. Dopo essersi rifocillato il cinghialino,
grugnendo soddisfatto, se n'era poi ritornato nel bosco in
cerca della mamma.
La storia sarebbe stata poco credibile se i gestori del bar
non si fossero premurati di documentarla facendosi
fotografare insieme a Tito ed al cinghialino mentre
consumava la sua tazza di latte e biscotti.
A questo punto i titolari del bar cominciarono a prepararsi
ad altre sorprese. E considerando l'evolversi degli
avvenimenti si cominciò a scommettere su quale sarebbe stata
la futura possibile sorpresa che avrebbe offerto occasione
alla borgata di essere al centro della cronaca giornalista e
che potesse dare spunto agli abitanti delle frazioni vicine
per sviluppare nuove argomentazioni, diverse dai soliti
pettegolezzi che animano le discussioni in una piccola
comunità di uno dei tanti paesini della montagna pistoiese.
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Storia di due tute
Le piantine di cotone ondeggiavano al vento nelle immense
coltivazioni del Sud America.
"Ieri sono stati raccolti tutti i fiocchi delle piante
vicine a noi - diceva una pianta di cotone ad un altra a lei
vicina - oggi toccherà a noi. Chissà dove andremo a finire e
se ci troveremo più".
l giorno dopo due operai cominciarono a raccogliere i
fiocchi sulle piante e fu così che quelli delle due piantine
si ritrovarono stretti stretti in una grossa balla di cotone
bianco.
"Siamo ancora insieme - dissero con un fil di fiato tanto
erano stretti tra loro - perlomeno per un po' staremo ancora
insieme".
Nei giorni successivi la balla fu caricata su un grosso
camion e fu imbarcata, insieme a tante altre balle di
cotone, in una stiva di una grande nave. Certo il clima era
irrespirabile, ma i fiocchi non si lamentarono più di tanto
per tutto il viaggio.
Dopo diverse settimane di viaggio, arrivarono a Genova, Qui,
rividero la luce del sole quando vennero caricati su altri
camion che li trasportarono in una grande industria di
tessitura in Piemonte.
Arrivate in fabbrica le balle furono aperte e gettate in una
grossa vasca di lavaggio. Cercarono i fiocchi di stare più
vicini possibili, ma molti di loro furono divisi dagli altri
dal turbinare della centrifuga e non si rividero più. Alcuni
si ritrovarono al momento dell'asciugatura, poi subirono la
cardatura e, quindi, li trasportarono in un reparto di
tessitura per essere trasformati in cotone. Speravano di
poter restare abbracciati tutti insieme, ma le macchine che
torcevano il filato le allungarono e le trasformarono in un
lungo filo, per cui molti di questi furono nuovamente
separati.
Dopo qualche giorno furono raccolte in matasse e portati in
un altro reparto dove furono immerse in grosse vasche
contenente liquidi di colore diverso e furono prima
colorate, poi asciugate e quindi riportati sui telai dove
furono raccolti in enormi rocchetti e trasformati, infine,
in rotoli enormi di tessuto variopinto.
Durante le lavorazioni alcuni fiocchi persero gli amici
nuovi che avevano conosciuto, e con i quali erano rimasti
ancora per giorni abbracciati, e ne conobbero degli altri.
Alcuni furono ancora separati con la tessitura ma altri si
ritrovarono vicini e ne seguirono abbracci e tanta gioia.
Ma non era ancora finita. I grossi rotoli di stoffa furono
ancora una volta caricati su dei camion e furono portati in
uno stabilimento di confezione per ricavarne delle tute.
Grande fu la disperazione quando la stoffa fu tagliata ed i
fiocchi si trovarono nuovamente separati.
Alcuni piansero disperatamente, altri si rassegnarono tanto
non c'era nulla da fare.
Una volte che tutte le tute erano state confezionate vennero
inscatolate alle aziende che le avevano ordinate.
Alcuni fiocchi si ritrovarono affiancati, anche se inglobate
in due tute diverse; fecero anche conoscenza di altri
fiocchi cresciuti nello stesso campo dove questi erano state
raccolti e durante il viaggio ricordarono le belle giornate,
quando ondeggianti al sole, erano accarezzate dalla calda
brezza che soffiava sui campi sudamericani.
Arrivati a destinazione gli scatoloni furono aperti e le
tute cominciarono ad essere distribuite ad operai e tecnici
di una grossa ditta di costruzione.
"Addio", dissero i fiocchi di una tuta alla compagna che
avevano avuto vicina per tutto il viaggio, "questa volta è
davvero finita: non ci rivedremo più. Buona fortuna".
Passarono gli anni e le tute seguirono destini diversi.
Alcune furono affidate ad operai che ogni giorno lavoravano
in mezzo alla calce, al cemento, alla polvere. Dovettero
subire l'azione dell'acqua e del vento, del caldo e del
freddo. Altre, invece, furono affidate a dei tecnici che
solo rare volte le indossavano per andare a controllare o
vedere i lavori in cantiere.
Un giorno in una mensa di cantiere due di queste tute,
quella di un operaio e quella di un tecnico, si ritrovarono
vicine in un appendiabiti.
"Guarda chi si rivede" , esclamarono alcuni fiocchi della
tuta dell'operaio.
"Chi sei?", fu la risposta dei fiocchi della tuta del
tecnico.
"Toh, non mi riconosci più?", rispose una vocina dalla prima
tuta; ma se siamo stati insieme sullo stesso fiocco".
"Oh, Dio come ti sei sciupata", disse mortificata un'altra
vocina dalla tuta del tecnico, non ti riconoscevo proprio
più".
E furono abbracci e baci e tante lacrime di commozione per
essersi ritrovati ancora insieme dopo tanti anni e poter
ancora una volta ricordare il caldo sole del Sud America ed
i giorni in cui assaporavano la dolce linfa della loro
piantina prima che i fiori si fossero trasformati in cotone.
"Ti trovo bene - continuò la vocina dalla tuta dell'operaio
- i tuoi fiocchi sono ancora freschi e mi fa anche piacere
poter avvertire che sei rimasta vaporosa e delicata come un
tempo".
"Purtroppo - continuò - chi mi ha indossata è stato
costretto ad un duro lavoro. L'acqua ed il vento non ci
hanno risparmiato. Abbiamo dovuto subire la polvere e gli
schizzi del cemento e lo strofinio degli attrezzi ha
logorato e liso le nostre fibre".
"Mi dispiace per te - si scusarono i fiocchi della tuta del
tecnico - noi siamo stati sempre al riparo. Appesi in armadi
al caldo negli uffici, lontani dalla polvere e dall'acqua le
nostre fibre hanno resistito e sono rimaste nuove. E quelle
volte che ci hanno sporcate siamo state subito lavate e
rimesse a nuovo. Ci dispiace davvero".
"Che vuoi che sia - riprendeva la prima - ma sono contenta
che il mio sacrificio è servito a riparare dal freddo e
dall'acqua colui che mi ha indossato: Poverino quanta fatica
ha dovuto sopportare e più volte sono state bagnata mézza di
sudore".
Mentre così parlava arrivò l'operaio, la sfilò
dall'appendiabiti e se la infilò addosso.
"Addio - disse appena in tempo - spero proprio di rivederti
ancora".
"Chissà - rispose l'altra - addio".
Non si rividero più.
La tuta dell'operaio, dopo qualche anno, si sciupò
definitivamente, fu recuperata e trasportata, assieme a
tanti altri indumenti vecchi di cotone, in uno stabilimento
di Prato, fu cardata, lavata, sbiancata e trasformata
nuovamente in cotone.
Alcuni fiocchi si ritrovarono nuovamente assieme, rigenerati
e puliti e bianchi più che mai.
"Che gioia dissero in coro - poter rivivere ancora il nostro
antico splendore. Ma chissà dove andremo a finire adesso".
Per quel giorno l'attività dello stabilimento si fermò. Nei
giorni seguenti i fiocchi furono imballati e spediti con
delle navi verso una nuova destinazione.
Viaggiarono per settimane su un mare in tempesta. Appena
arrivati a destinazione furono caricati su dei camion e
trasportati in una località dove il sole era caldo e la
brezza del vento delicata.
"Ma siamo di nuovo in Sud America", urlò il fiocco vicino al
suo compagno.
"Signore Iddio, aggiunse l'altro fiocco, siamo proprio
tornati dove siamo nati".
Le balle vennero aperte nel cortile dello stabilimento.
Attorno i campi erano tutti verdeggianti e i boccioli del
cotone non erano ancora maturi.
Dalla sommità della balla i fiocchi del cotone cercavano di
scrutare al di là del muro di cinta per rigustare la gioia
delle ritrovate radici della loro esistenza.
Improvvisamente una brezza di vento più forte delle altre li
sollevò per aria e cominciò a trasportarli ondeggiando qua e
là per lo stabilimento. Poi improvvisamente, una brezza più
forte delle altre, li alzò oltre il muro di cinta, oltre la
strada bianca, su per il cielo assolato e cominciò a
cullarli dolcemente.
"Stammi vicino, urlò un fiocco, non mi abbandonare,
stringiti forte a me".
Il vento ora soffiava più forte, i fiocchi ondeggiavano e
turbinavano insieme sempre più in alto. Furono trasportati
lontano oltre i campi ed oltre la boscaglia.
Poi improvvisamente il vento cessò d'intensità. Ondeggiando
lentamente iniziarono la loro discesa e si depositarono
dolcemente tra le piantine ondeggianti dei campi dove erano
nati.
Assaporarono tutta la gioia del ritorno, la felicità di
sentirsi nuovamente scaldati dal caldo sole del Sud America,
di gustare ancora la calda brezza che li aveva fatti
crescere e sbocciare. ed il profumo della terra sulla quale
avevano vissuto tanti anni prima.
Con questa sensazione si depositarono nel terreno appena
arato e si confusero tra le zolle che li avevano viste
nascere e che adesso le avrebbero accolte per sempre e
custodite fino alla loro morte.
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Una lezione di vita
A scuola non era stato mai tra i migliori per via della sua
svogliatezza. Quando arrivava la primavera, poi, era
assalito da una frenesia indescrivibile, da un desiderio di
libertà incontrollabile, e un giorno su cinque marinava la
scuola.
Francesca, la sua compagna di classe di liceo, spesso era
con lui; anche lei era pervasa dalla sua stessa vivacità e
Armando era uno dei suoi discretissimi compagni di avventure
pomeridiane. Si, perché allora, non essendoci troppe aule
scolastiche nelle scuole della città, gli studenti erano
costretti a fare i turni. Ma per Armando e Francesca era una
fortuna. Infatti, il pomeriggio aprivano anche le sale
cinematografiche che diventavano rifugio ideale per le loro
scappatelle periodiche.
Le loro assenze a scuola, però, non passavano inosservate.
Il vicepreside, un omino simpatico, più largo che lungo, li
teneva sotto tiro.
Arrivò in classe un giorno e chiese di Armando. Ma capitò
proprio in uno di quei giorni in cui questi aveva marinato
la scuola.
"Scommetto - sogghignò - che anche Francesca è assente".
Infatti, Francesca era a passeggiare con Armando sul
lungomare di Reggio in una di quelle giornate meravigliose
di primavera, con gli alberi tutti fioriti e profumati ed il
mare tirato a lucido che rifletteva dentro, come in uno
specchio, i monti della Sicilia. E chi aveva voglia di
chiudersi in un'aula scolastica con una giornata simile?
All'uscita di scuola erano soliti andare a chiedere ai
compagni i compiti assegnati per l'indomani.
"Oggi è venuto il vicepreside - dissero un giorno a Armando
- ed ha chiesto di te. Ha detto al professore che appena
ritornerai a scuola vuole parlarti".
In quegli anni sua madre gestiva un'attività commerciale, e
Armando avevo imparato a "darsi da fare" per racimolare un
po' di soldi per comprare di nascosto le sigarette, qualche
gelato e poter andare al cinema.
Aveva acquistato a rate una macchina da scrivere, una delle
prime lettere 22 dell'Olivetti, ed aveva subito organizzato
una sorta di servizio per i clienti del negozio ricevendone
in cambio dei modesti compensi. Inoltre, aveva assunto la
rappresentanza di una azienda tessile di Prato, che vendeva
per corrispondenza, su catalogo, dei tagli di tessuto che,
come era allora consuetudine, venivano poi confezionati su
misura nei tanti laboratori di sartoria esistenti nella
città.
Quei tessuti erano prodotti con cascami di lana rigenerata e
cardata e, pertanto, costavano molto meno di altri tagli più
pregiati. Inoltre, la ditta che li forniva consentiva anche
la dilazione dei pagamenti in comode rate mensili.
Quando Armando ritornò a scuola, insieme ai libri si era
portato dietro anche il suo armamentario di rappresentante.
Aveva appena risposto "presente" all'appello che il
professore si interruppe e lo spedì diritto dal vicepreside.
Quando fece la sua apparizione sulla porta della Segreteria
il vicepreside gli andò incontro minaccioso e, puntandogli
contro un dito, gli urlò sul viso: "E allora, la vuoi
smettere di fare tante assenze e di dare fastidio anche alle
ragazze?"
Il vicepreside, oltre al difetto di essere un piccoletto,
aveva anche una voce rauca e profonda. Quando si arrabbiava
il suo tono invece di aumentare si smorzava in misura
proporzionale al volume di voce che adottava. Ne usciva
fuori, così, un suono gutturale quasi gracidante, che invece
di incutere paura provocava una profonda ilarità, contenuta
a stento, in chi gli stava di fronte.
"Guardi professore - rispose Armando simulando
un'espressione mortificata, ma un po' anche ferito che le
sue virtù di don giovanni in erba venissero così miseramente
ridimensionate - che io sono una persona seria. Se faccio
qualche assenza da scuola è perché ho cose non meno
importanti a cui pensare ogni giorno: altro che dare
fastidio alle ragazze".
E così dicendo tirò fuori il suo campionario di depliants e
tessuti cominciando a dissertare sulle sue iniziative per
rendersi utile alla famiglia.
La risposta colse di sorpresa quell'insegnante. A tutte le
scuse e le favole che gli raccontavano i suoi allievi per
giustificare le loro assenze era preparato, ma le
motivazioni addotte a giustificazione delle assenze di
Armando lo avevano alquanto spiazzato ed anzi cominciò a
dimostrare interesse al suo lavoro e, soprattutto, alla
merce che esponeva.
Armando non aveva mai ricevuto da nessuno lezioni di
marketing ma aveva maturato numerose argomentazioni per
convincere i suoi clienti. Una di queste, per quei tempi,
era il suo pezzo forte, soprattutto se rivolta ai dipendenti
pubblici che, quanto a remunerazione, erano abbastanza
maltrattati.
"Vede professore - continuò - i prodotti di questa ditta
sono di pura lana e di primissima qualità. E poi noti -
sottolineò con intenzione - che un taglio di questi tessuti
è possibile anche pagarlo a rate in trenta, sessanta,
novanta, centoventi giorni"
Centoventi giorni, quattro mesi: era una comoda rateazione
per molte persone! Poi fatta sulla parola, senza dover
firmare cambiali, come si usava in quei tempi.
Armando si accorse che il suo professore era completamente
cambiato, ormai dimentico di esprimergli la sua
disapprovazione per le sue continue assenze, profondamente
interessato agli articoli che gli stava facendo lampeggiare
davanti e che potevano diventare suoi con una rateazione
sufficientemente lunga, tale da tornargli quanto mai comoda
e vantaggiosa.
"Se gli articoli la interessano - concluse ormai convinto
d'averla fatta franca e di poter combinare anche un buon
affare - posso venire una sera a casa sua e farglieli vedere
con calma".
Non realizzò alcun affare con il suo vice-preside, forse per
una sorta di dignità e di fierezza che gli impedivano di
mettere in piazza le sue difficoltà economiche. Infatti,
l'interesse a comprare un taglio di tessuto per
confezionarsi un vestito nuovo era altissimo, ma aveva di
fronte un suo allievo e la sua autorità avrebbe subito un
duro colpo se quella stoffa l'avesse dovuta pagare a rate.
"Poi ne riparleremo - concluse - adesso torna in classe e
cerca di non fare altre assenze".
Rientrò in classe. I suoi compagni s'aspettavano di vedere
entrare un vinto, uno che aveva ricevuto una paternale di
quelle che si ricordano per un bel pezzo. Si trovarono di
fronte, invece, un vincitore che, con un sorrisetto di
soddisfazione sembrava dire a tutti: "Visto, pecoroni". E
quando gli domandarono: "Com'è andata?", rispose con un'aria
di ironica superiorità: "Bene: e per poco non gli vendevo
anche un vestito".
Armando meditò tante volte in seguito, in età più matura, su
quel colloquio e su quella arrogante risposta che aveva dato
ai suoi compagni. Quella risposta gli è pesata nel cuore
molto di più della paternale non ricevuta quel giorno.
E sovente, a distanza di tanti anni, gli ritorna in mente la
discussione di quel giorno e la dignità e l'orgoglio di
quell'educatore che incontrò, per caso, molti anni più tardi
nei pressi di San Domenico di Fiesole mentre partecipava ad
un corso di preparazione sindacale presso il Centro Studi
della Cisl, e che dopo di allora non ha mai più rivisto ma a
cui, con gran rispetto, continua ancor oggi a pensare.
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