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CATERINA ERA LA MENTE
Caterina era la mente,
e l’anima rispondeva
con amplessi tra le gorgoglianti gore
che la bianca Dea dell’amore
sublimava a Mileto
nella candida costa della Caria.
Inutilmente il canto
si levava tra le gole scoscese
e negli anfratti.
Lugubri le prèfiche
pianti e singhiozzi al Nume
con mestizia e rimpianto
al cielo infinito intonavano.
Neri corvi roteavano
tra le bianche nubi:
indizi inquieti
tratteggiavano nei catini
gli oli purificati
che il veggente divino
aspergeva e disseminava per l’Ade
e i destini degli uomini ignari prediva
ed il loro futuro segnava.
Caterina era la mente,
e l’orme stanche disegnava
sulla sabbia lucente
e proiettava sul fiume
infìdo d’Acheronte
i sogni e la speranza del mondo;
perché nei sogni del cuore
trova ristoro e pace
quell’amor che agli umani
è proibito palesar
se difforme dal costume antico
ed alle convenzioni degli avi.
Caterina era la mente,
e il giogo ruppe.
La gioia del cuore
abrogò le usanze,
giacché l’amor che cova
nell’esausto spirito d’un vegliardo
fresche acque asperge
e gioiosi effluvi effonde,
perché al calore dei sensi
solo puri interessi ostenta
e lo spirito libero offre
al piacer della vita
ed alla lucidità della ragione.
Santoro Salvatore Armando
(Boccheggiano 14/01/2006 21.42)
NEI LABIRINTI DEL WEB
Nei labirinti del Web
le mie parole si sperdono,
imprigionate qua e là
nelle viscose maglie della rete.
Corrono, rotolano, si spezzano,
Google spedito le ricerca,
le taglia, le incolla, le disperde
e poi le ricongiunge con pazienza.
Amore, morte,
guerra, pace,
gioia, dolore
e poi di nuovo mestizia
ed allegria.
Nei labirinti del Web
le mie speranze si rinnovano,
s’abbracciano con le illusioni
che veloci percorrono la maglia
dei portali che s’aprono
ed accolgono i miei link
che danno fiato e voce
alle smanie forti d’apparire.
Ecco ora un nuovo nome s’è aggiunto
alla lista infinita dei personaggi e dei temi
ed anche Altavista metodico l’archivia
e lo rende accessibile
col suo motore di ricerca
nei labirinti del Web.
Santoro Salvatore Armando
(Boccheggiano 06/02/2006 16.01)
INNOCENTI (Per Adriano Sofri)
L’urlo
degli innocenti
filtra tra le sbarre
e si disperde
oltre i muri di cinta
dei penitenziari
con i secondini
che sbadigliano
nelle garitte
e i riflettori
che accecano
le coscienze.
Santoro Salvatore Armando
(Boccheggiano 25/01/2005 13.56)
Volontà di
lottare
La tua volontà
di lottare
è come un muro
di cartone
che crolla
alla prime gocce d'acqua.
Proprio adesso
che l'obiettivo é vicino
ti arrendi,
rinunci ad un mondo
senz'altro migliore.
L'ingranaggio del sistema
ti ha stritolato
ogni logica,
ogni sentimento.
Ed anche tu corri,
verso un traguardo
di valori irrazionali
e rinunci alla vita.
L u c e
Offrimi
un bicchiere
di luce,
dammi
un assaggio
di giustizia,
indicami
una strada
diritta.
Dovunque
guardo
vedo il buio,
ascolto voci
di oppressioni,
sono incerto
sul sentiero
da percorrere
ed il silenzio
non offre risposte
alle mie domande,
non scioglie
i miei dubbi
e le mie incertezze.
Fugaci
emozioni
A volte
vorrei risentire il rumore dell’onda
frangersi sulla mia spiaggia pietrosa
sotto il Monumento ai Caduti
oltre la ferrovia.
Osservo
con intensità e gioia soffocata,
su questa spiaggia di Maremma
che mi culla pensoso,
l’onda che va e che viene.
Ascolto
il mare spumeggiante,
che m’accarezza le gambe,
e spingo il pensiero
oltre la laguna dell’Argentario
quasi a ritrovare l’onde
che un tempo
mi lambivano il petto
e che sono arrivate dopo tant’anni
su questa spiaggia sabbiosa.
E l’illusione mi fa rivivere
giorni incantati,
giorni felicemente consumati
che inutilmente accarezzo
come se non fossero mai trascorsi
ma che mi regalano illusioni
ed attimi di fanciullezza perduta.
L’orologio
Un giorno decisi
di non più invecchiare
e l’orologio
cominciai a ruotare
sempre all’indietro,
sempre più veloce.
Ero felice!
pensavo di ritornar bambino
e di trovare i molti amici
e tutti i miei parenti
che un dì m’avevano lasciato
per non più ritornare.
E mi convinsi tanto
nell’idea
che non m’accorsi
del tempo che passava
e della barba bianca
che lenta diventava.
La mia
libertà
Dalle nevi eterne
delle mie montagne
alla pianura brulla,
dipinta di nebbia
e di guazzo.
Poi, dal nero delle gallerie,
là, in fondo,
il mare azzurro,
appena ondeggiante,
argentato dal sole.
Sogno,
dai finestrini chiusi,
la mia libertà agognata;
libertà di tuffarmi,
dalla mia panchina
ormai in rovina,
in un mare di spensieratezza
che non ricordo più.
Vedo i pescatori
remare,
tirare le reti senza pesci
cosparse d'alghe marine
e di bitume.
Gabbiani silenziosi
aleggiano
sui vuoti della disperazione,
fantasmi bianchi
che stridono le loro catene
sulle spiagge ormai insanguinate
dal petrolio.
Con uno stecco
scrosto dalle scarpe
il catrame rappreso;
m'insapono con rabbia
per pulirmi
le unghie di mogano.
Laggiù in fondo
gli strilli di un bambino,
un cane che abbaia,
il rumore di un'onda
che s'infrange
sulla nera scogliera.
E del mio mare
rimane solo la scritta
sui muri della mia scuola:
E' FINITA.
L’avventura
La montagna cantai;
più volte mi persi sulle sue vette,
là dove le nuvole
scavano disegni
e nascondono misteri.
Gli spazi immensi
assaporai in volo
e come rondine planai
sui pascoli incorniciati di neve
e ricamati da limpidi laghetti.
Col vento ondeggiai,
come foglia sospinta nel nulla,
tra gli immensi silenzi,
tra i gorgoglii dei torrenti,
ed a valle precipitai
là dove il tempo
e le folle incomposte
mi ricordano
che sono ancora vivo.
Carezze perse
Piccole mani
uscite dalla porta del tempo,
che impietoso passa,
e ti regalano carezze,
perse,
per giorni tiranni,
sciupati,
che l’orgoglio
e la stizza,
inutili,
hanno sottratto
alla gioia dei sentimenti,
alla tenerezza del cuore,
che non ha ascoltato le prime parole,
che ha perso i primi sorrisi,
che non ha visto i primi passi.
Ecco,
ora quelle mani rincorrono
una pelle più avvizzita,
una lacrima che solca una guancia
e si confonde
con un singhiozzo che sale dal cuore
e strozza la gola.
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Dedicata a tutti coloro che amano gli animali, che ne hanno perso
qualcuno e che possono comprendere come a sessant'anni
compiuti si possa provare ancora tenerezza per un "caro compagno" di
giochi perso negli anni della propria adolescenza.
NEL
NOME DELLA RICERCA
Colpisci la mia coscienza,
sputami in viso,
squartami l’anima
e butta alle ortiche
cuore e ragione (se li trovi).
Se Dio esiste
e l’inferno non è un’invenzione
dei preti,
allora da un pezzo
il genere umano vi è dentro
e sta espiando le sue colpe.
Nel modo peggiore, di certo!
Se, invece, il mondo è un’illusione,
e tutto diventa evanescente
come nascere e morire,
ebbene l’uomo pensa ed agisce
nel modo peggiore.
La crudeltà d’una trasmissione televisiva
schiaffeggia l’onore e la dignità dell’uomo
ma ti aiuta a pensare.
Delle bestioline indifese
usate, torturate, maltrattate crudelmente
nel nome della scienza e della ricerca.
E gli aguzzini
non sono sadici servitori
d’uno stato senza pietà,
che osserva indifferente e non interviene,
ma uomini di cultura,
forse con 110 e lode,
che gioiscono, ballano, beffeggiano
un povero animale agonizzante,
che si difende guaendo disperatamente
ed a cui si tagliano le corde vocali
affinché l’urlo del suo dolore
non disturbi la loro tranquillità
di “uomini di scienza” senza dignità e morale.
Se questo è il mondo
quale senso ha la vita?
Santoro Salvatore Armando
(Lillianes 23/10/2004 - 11,12)
Note: Considerazioni dopo la trasmissione Report su rai3 del 22.10.2004
sulla sperimentazione animale.
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LE
LUCCIOLE SOTTO IL BICCHIERE
Le ho viste,
un tempo,
balbettare segnali luminosi
sulle siepi,
le ho viste, nelle notti senza luna,
volteggiare luccicando
nelle zone buie
ai margini delle radure
e riempiendo di mistero
lo sguardo gioioso dei bimbi.
Segnali incomprensibili
che si leggevano
come doni della natura
e che allietavano le nostre menti
dopo le paure dei bombardamenti.
E nelle case senza luce,
con le finestre incerottate
per nascondere le rare candele accese
agli incursori tedeschi prima, e americani dopo,
si muovevano confuse sotto un bicchiere capovolto
con lo scintillio inutile dei loro ventri
e privati della libertà del volo.
E quel tremolio di luci
mi addolcisce la mente, oggi,
che la guerra accarezza molti popoli
e che tanti altri bimbi
rincorrono sui prati
le lucciole lampeggianti
per imprigionarle sotto un bicchiere di vetro
trasparente
in attesa che la pace ritorni.
Santoro Salvatore Armando
(Boccheggiano 04/02/2006 22.27)
PASOLINI
Sulla spiaggia
è rimasta una traccia,
una traccia è rimasta
di sangue.
Una scheggia di legno
ha cambiato colore,
ha cambiato finanche l’odore.
Sulla spiaggia è rimasto un poeta,
con la testa che non sa più di nulla,
che non scrive più versi sui fogli,
che non loda più i poveri e i servi.
Un poeta ch’è morto d’un colpo
per aver amato la gente,
che nutriva un amore un po’ strano,
che voleva un amore diverso.
Ora il mar rumoreggia la sera
ed un’onda pulisce la rena
da quel sangue che tutto ha imbrattato,
da quel sangue che ormai più non scorre
nelle vene di un uomo un po’ strano,
che veniva da molto lontano
e che più non distende la mano,
e che più non lancia sorrisi
all’amante che un dì l’ha tradito.
L’ha tradito per venti zecchini.
per un gruzzolo senza valore,
che qualcuno gli ha un giorno donato
per chetare un cervello parlante,
per zittire un cervello sapiente
che non da più fastidio ad alcuno,
che non lascia più orma o semenza,
che non scuote più alcuna coscienza..
Santoro Salvatore Armando
(Boccheggiano 21/09/2004 21.26)
Misteri e fede
Vedo lontano
onde marine agitarsi,
rincorrersi biancheggianti,
ripetere all’infinito
energie possenti,
inabissarsi e riaffiorare
per poi lambire
orche e delfini,
tutti fluttuanti
entro un mare in tempesta,
rumoroso,
terribile,
inflessibile.
Anche se la quiete ritornerà
mai il mio animo
avrà tranquillità!
Rimango affascinato
e immobile,
mi sento un invisibile
atomo di fronte a tanta immensità
e grandezza.
Ti odio universo,
amo, però, i tuoi misteri,
resto ammaliato da un
Dio perverso e buono
inutile e potente.
IL PENNATO
Quanti rami ha tagliato
il pennato,
trasportato in un cesto,
ha spezzato
i rametti più secchi,
nella stufa
ha infine bruciato,
il pennato.
Quante stecche sottili
ha spaccato,
il pennato,
sempre lui,
defilato,
con il collo fasciato
e col gancio portato assai bene,
non dimostra l’età
c’ha limato,
il pennato.
Si scompone ogni tanto,
fa sprizzare scintille
mai poi torna curato,
sempre in gamba
affilato,
il pennato.
Mi commuove:
anche i pezzi più grossi
con un colpo azzeccato
lui, sì, sa tagliare le cose,
le rifila assai bene
e non teme nessuno,
non appare neppure seccato,
il pennato.
Poi rimane sospeso nel buio,
ed aspetta la brutta stagione,
e riposa, oleato,
il pennato.
Santoro Salvatore Armando
(Boccheggiano 03/02/2006 0.45)
Nebbia
Mézze son le persone
e se ne vanno
sotto il mantello fitto
della nebbia
tra il guazzo dei viali
opacizzati.
Ombre vaganti
e pallidi scenari,
fugaci fantasmi
e aloni rosseggianti
come lune calanti
che svaniscono
tra scheletriche opacità
d’alberi spogli
del vigor dell’estate.
Mercenari
Buttare la propria vita
alle ortiche!
Per un pugno di sporchi
dollari
oscurare la propria coscienza!
Per un ideale che non esiste
vendere la propria anima
a luridi mercanti
di business!
E tanti si chiedono
di questa folle corsa
per uscire dalla mediocrità,
da una vita di incertezze
e per costruirsi un futuro diverso.
E quel pezzo di pane,
negato
da uno Stato che ti dimentica,
l'ho trovi
sfogliando gli annunci commerciali
d'una multinazionale
che non piangerà
mai
per la fine dei suoi uomini
in guerra.
Ed il solo pianto che conta
resta al di là d'uno schermo TV,
chiuso nel dolore immenso
d'una mamma trepidante,
d'una sposa ormai vinta,
e s'infrange nelle fredde esternazioni
d'un ministro indolente
che serve un potere
che manda i suoi figli al macello
tra le dune d'una terra che non ci appartiene
e che non ci desidera
Viva
la libertà
Viva la libertà!
Via i mastini
da Roma
che imputridiscono
gli scanni
di Cesare.
L’onorevole
Alla gente non gli importa nulla di me,
pensa ai suoi affari.
Tanti amici ad un tratto,
tutti premurosi e cortesi,
qualcuno mi fa anche i regali.
“Ad Armando con simpatia”
scrive sopra i pacchetti
e firma con nomi
ch’io neppure conosco.
Viene ai convegni:
sottovoce parla al vicino,
sempre,
e non smette un momento,
poi sente gli applausi
e plaude anche lui,
alzandosi in piedi,
esultando di gioia.
Son tanti,
tanta gente
che approva il mio agire,
sempre,
senza nulla capire.
Ed io mi sento da solo,
solo di dire e di fare,
certo di non potere sbagliare,
perché la gente mi segue,
mi stende la mano
e vuole un saluto.
Son convinti di essere forti,
a starmi vicino,
ad essermi amici,
di contare anche loro
presso altre persone
e dire felici:
“Anch’io lo conosco,
anch’io gli ho parlato,
la mano gli ho dato”.
Ed io vado avanti,
sicuro, almeno mi sembra,
convinto di tanto sostegno,
ma dentro,
dentro, lo avverto,
tanto solo mi sento.
La
rosa e il vento
Il vento
piega i tuoi rami spinosi.
Fino a terra lambisci gli steli,
sfogli i tuoi petali rosati
e ricami il verde
del muschio.
Invano!
Ti ergi
E scherzi con esso!
Nell’aria ricami
frivoli giochi!
Ghermisci lo spazio,
ancora ti pieghi,
ma il capo,
sempre,
alto tu svetti
più forte di prima.
Binari
I binari delle tranvie
sembrano una rete asfissiante
in cui si impigliano i pendolari
che inutilmente si divincolano,
si agitano e si scompongono
per sfuggire la sera
e ricominciare il mattino
Burcka
Quelle bimbe
vestite di nero,
col velo in testa,
nero,
m'intristiscono,
m'inteneriscono.
Sembrano macchie
d'inchiostro
che sporcano
le coscienze
dei popoli liberi.
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NONNO
(Ai miei nipotini Seila, Verusca e Samuele)
All’improvviso
ti accorgi d’esser nonno,
quando un lieve carezza
sfiora il tuo viso,
quando negli occhi
brilla un sorriso
e sul tavolo
vola un disegno
coi fiori di campo
rossi e turchini,
con le farfalle
che sbattono l’ali,
e con i cuori
che parlan d’amore
Santoro Salvatore Armando
(Boccheggiano 08/01/2006 23.08)
ODORI
Vorrei riassaporare
un sol momento
tutti gli odori
che ho messo nell’archivio
ed ho catalogato lungo gli anni.
Profumi delicati,
di fiori cresciuti dentro i vasi,
profumi d’albe pure,
di polvere di strade senza asfalto,
profumi di mare
e odor di pesce vivo,
profumi d’alghe
e di salsedine spumosa.
Odor di cielo terso,
senza ammorbanti
saettanti nello spazio.
Odor di passeggiate
senza assordanti
o pestiferi motori.
Odor di passeri
e di cavalli
imbrigliati alla carrozze
vicino alla stazione Garibaldi.
Odor di gente
affaccendata
o d’acqua fresca
che scorre alle fontane.
Vorrei tuffarmi
ancora un poco
dentro gli odori
dei miei dolci anni.
Vorrei….
Ma sono solo sogni
e quegli odori, quando,
potrò gustare
ancora un giorno?
Santoro Salvatore Armando
(Boccheggiano 19/07/03 16.50)
LUPO
Il giorno che anch'io sarò morto
e l'anima andrà in giro vagando,
ritornerà tra i sassi dell'orto,
di fronte all'antica chiesetta
e tra i rovi, ai muri abbracciati,
troverà Lupo disteso ch'aspetta.
Salterà dalla fossa abbaiando,
scuotendo la terra di bocca,
dolcemente le mani azzannando.
Povero Lupo, di gioia è distrutto,
più non ricorda il fucil che l'uccise,
scodinzola sempre, dimentica tutto.
Fedele mi ha atteso tanti anni,
come quando tornavo da scuola,
d’un colpo ha rimosso gli affanni.
Nuovamente tra i rovi annusare,
rotolar con la schiena sull'erba
e le buche nel prato scavare;
sgambettare in mezzo alle foglie,
abbaiando scherzoso ai passanti,
ai vecchietti al sol sulle soglie;
sbatacchiare con forza il guinzaglio
ringhiando perch'io molli la presa,
che io lascio, quasi per sbaglio,
ché lui possa contento scappare;
ritornare con scatti improvvisi,
far le finte per farsi acchiappare.
Allungarsi, poi, sfinito sull'erba
con la lingua ansante tra i denti,
gli occhi dolci e la testa superba,
vigilando ch'io non abbia a sparire
come un tempo, e dover ritornare
sotto un mucchio di sassi a patire.
Santoro Salvatore Armando
(Campo Tizzoro 16.4.1998-h.18)
-Segnalata al la IX
Edizione 2003 del Concorso Nazionale di Poesia “Fazio degli Uberti”
organizzato dall'Associazione Culturale “Incontro” in collaborazione con
il Comune e la Provincia di Pisa.
UN
GATTO RANDAGIO
Quella sera ricordo!
T'ho visto per l'ultima volta
in fondo alle scale:
Invano!
La forza a salirle ormai ti mancava,
stentavi a reggere ritte le zampe
ed il petto per terra poggiavi
sconfitto.
Del pane imbevuto nel latte
ti porsi.
Tu, quasi sfinito,
annusasti la bianca scodella
piegato sul pasto
che non sei riuscito
neppure a leccare.
Uno strano lamento
ancora uscì dal tuo petto:
cercavi forse di dirmi qualcosa,
chiedendo di certo aiuto e conforto,
oppure una sola carezza,
che per un sorta di strano ribrezzo
neppure ti diedi.
Invano cercai di farti mangiare qualcosa
per darti un poco di forza
e intanto guardavo i tuoi occhi
che ormai sembravano spenti.
Soffrivo in silenzio,
non sapevo cosa più fare:
mi sentivo impotente!
Poi lento ti vidi sparire,
nel vicolo pieno di luce
all’angolo dell’ultima casa.
Ti trovarono morto nel prato,
il mattino seguente,
disteso sull’erba e sui fiori,
sotto un salice dai rami cadenti.
E pensai alle ultime ore,
rantolante da solo e sperduto,
con le forze che scemavano lente
di sicuro in cerca d’aiuto,
mentre gli occhi chiudevi alla vita
e sul prato regnava la notte.
Ancor oggi (con tanta tristezza)
ogni tanto ti penso
e ricordo le fuse donate
ed il tuo miagolare alla porta
a pretendere un pasto serale
insieme ad una lieve carezza
che accettavi con gioia
senza avere timore.
Pur essendo randagio e selvaggio
di me non avevi paura,
a me donavi una fetta d’amore.
Santoro Salvatore Armando
(Lillianes 30.12.2003 - h. 3,54)
VIVISEZIONE
Sguardi pietosi,
invano!
Oltre le sbarre d’una gabbia infame
fedele, come sempre,
tu l’osservi
e non capisci.
Egli ti porta i pasti
e una carezza, a tratti,
t’addolcisce la vita.
Pensi che lui
ricambi pari affetto
e un lieve sussulto,
un vano tentativo
d’un leggero
scodinzolar di coda,
apre il tuo cuore
quando al mattino
appare nella tua stanzetta,
che emana odori d’etere
e di urine incontenute.
Tu,
ignaro strumento di sperimentazioni,
guaisci lievemente
mentre il capo ti penzola
impotente.
T’accorgi di soffrire
e forse pensi
che il tuo padrone
possa alleviare le tue pene
e ti senti al sicuro
quando dalla gabbia t’estrae
e sopra un letto di laboratorio,
senza rimorso alcuno
e senza amore,
ti depone.
Santoro Salvatore Armando
(Campo Tizzoro 6.10.2000 - h. 13,53)
Ketty
Mi guarda disperata,
e poi tossisce,
attorno gira
con evidente affanno,
addolorata.
La pancia gli massaggio,
sembra che meglio stia
a sentirsi dolcemente accarezzare.
Come un essere umano
mi gira intorno alla sedia
quasi a chieder ragione
dell'affannoso respiro che l'opprime.
Mi guarda disperata
e nulla posso,
ogni giorno che passa
é un dì che alla vita si guadagna
e già dispero
del domani
che vedo nero, nero.
(15.11.2005)
Nella pianura di
Pristina
Ma poi è tornato il sole...
Da un tronco,
squarciato da una bomba,
è spuntato un ramoscello.
Da una tenda
tra le mille sparse
nella piana di Pristina
s'è levato un pianto
d'un neonato.
Dal fianco della montagna
è sgorgata
una nuova sorgente
d'acqua pura.
Tra le nuvole nere
s'è spento
il cupo boato del tuono
ed è apparso l'arcobaleno.
L’ultimo
desiderio
Vi prego, amici, almeno adesso
che sto per lasciare questa vita,
vi prego d’ascoltare
l’ultimo mio desiderio
che voi dovrete soddisfare.
Non urne illuminate,
non fiori sorridenti sulla tomba,
non dimore di lusso alle mie ossa.
Solo polvere io voglio diventare
appena l’ultimo respiro s’è involato
e gli occhi stanchi
la luce del giorno avranno abbandonato.
Solo non mi chiudete
tra il liquame
d’una bara oscura e inospitale.
Il corpo mio libero lasciate
che voli negli spazi illuminati
e non venga rinchiuso in una cella
triste d’un camposanto
ricco sol di tristezza e pianto.
Spargete la mia cenere sul mare,
sulla mia spiaggia dove sono nato,
sulle colline dove giovinetto
liberamente ho corso ed ho giocato.
Vi prego, amici miei,
non ascoltate il cuor dei miei parenti,
disperdete il mio corpo incenerito
nella mia terra, che un dì ho abbandonato,
ch’io possa riabbracciar le care zolle
che un tempo ho calcato allegramente,
ch’io possa dormir felice in mezzo ai fiori
c’hanno addolcito la mia verde estate,
affinché io ritrovi gli anni che ho perduto
e il dolce abbraccio del sole che ho lasciato.
Ma che
nasciamo a fare?
Da piccoli
Qualcuno
Asciuga le nostre lacrime.
Ma da vecchi
Non abbiamo più la forza
Neppure
Di farlo da noi.
Barbari
Grazie TV di stato,
grazie per l’educativa informazione
che ogni giorno mi dai!
Anche oggi grazie per le immagini crudeli
che m’hai voluto ancora regalare
mentre sto consumando
questo mio pasto frugale.
Grazie, ma ho già finito,
ché il cibo nel piatto ho abbandonato
perché diventa difficile pranzare
quando mi fai vedere le brutture
e tanti animali indifesi e segregati,
in anguste e luride gabbiette imprigionati,
in coppia o a quartine accartocciati,
che mi guardano un po’ terrorizzati
con quei tuoi primi piani irriguardosi,
con quell’ondeggiare dei corpi rattrappiti,
con quegli occhietti tristi e intimoriti,
con quelle mamme che allattano i piccini
(ignari della sorte già assegnata),
che li abbracciano con protezione e affanno
non appena un proiettor s’affaccia
a illuminare il buio d’una prigione
sporca, opprimente, indegna e inospitale.
Ecco oggi la SARS,
domani un nuovo acciacco,
causato da un modo d’allevare folle,
gestito da barbari incivili,
legati agli interessi ed al profitto.
Barbari, che non conoscono ragioni,
che s’accaniscono con tanta crudeltà
su dei figli di un Dio crudele
che pigramente assiste e che dimostra
la sua vera natura irrazionale,
che da ragione a chi dubbi non ha,
ché in cielo non albergano speranze
ma solo sogni gestiti da congreghe
che canticchiano inutili orazioni
che il maligno non riescono a scalfire.
Grazie TV perché ci fai capire
l’impotenza della brava gente
a cambiar questo mondo imbarbarito,
a sconfiggere gli stati ed i governi
e chi assassina con tanta indifferenza
la natura e gli esseri indifesi
e reprimono chi vuole lottare
per un mondo migliore da costruire.
La mia cabina
La mia cabina sul mare
é sempre ferma al suo posto;
nessuno potrà mai spostarla,
nessuna tempesta
riuscirà a demolirla.
E’ lì,
se ne sta tranquilla sull’acqua,
e guarda, da Reggio, Messina,
all’alba di ogni mattina,
col mare che specchia i passanti
tra l’onde increspate dal vento,
che lento accarezza
le barche che arrancano stanche.
La mia cabina sul mare
è all’ancora,
sicura nel porto,
al riparo dall’onde
e dai venti,
in un angolo quieto di mente.
Alla botte
Per un
attimo, un solo attimo,
ti prego, Dio,
fammi tornare a vivere
i miei sedici anni,
sul dolce pendio fiorito de “la Botte”.
Sentirmi accarezzare, di nuovo,
la schiena dalla dolce brezza marina,
rivedere i riflessi lucenti
del sole sulle onde dello Stretto
e il mio cane “Lupo”
adagiato ai miei piedi.
Io ti prego, Dio,
ma tu non ascolti le mie parole,
non esaudisci le mie preghiere.
Ma io li vivo lo stesso,
quei momenti,
e irrido il tuo potere
che lascia gli umani
coi loro desideri insoddisfatti
e le loro speranze irrealizzate.
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